Dieci anni d'Algeria

 

di Carlo Panella

 

Fonte: Il Foglio, 27\9\2004

 

Dieci anni e pochi mesi ci separano da una notizia agghiacciante che segna l’irrompere nella modernità dell’islam dei tagliatori di teste: il 3 gennaio 1994, nel villaggio di Tulia, seicento chilometri a est di Algeri, un combattente della guerra d’Algeria e un insegnante sono decapitati da militanti del Gia. La notizia scivola via dall’attenzione dell’Europa come goccia sul marmo. Col passare dei giorni, dei mesi, degli anni, quella goccia di sangue diventa torrente e continua a scavare la pietra: ovunque, in Algeria, vengono decapitati civili. L’Europa degli anni Novanta registra distratta. Le agenzie continuano a dare conto di dieci, quindici, quaranta sgozzati in piccoli villaggi che si chiamano Sidi Bakhti, Oum el Bouaghi, Amir Assas, Chief, cento e cento piccole comunità sconosciute. I pochi che cercano di capire percepiscono immediatamente la novità assoluta, ideologica di queste stragi: le vittime, gli sgozzati, i decapitati non sono mai militari, né rivestono cariche politiche o amministrative che li possano ricollegare in qualche modo al regime. Spesso, sempre più spesso, sono donne, bambini, bambine, ragazze incinte violentate, squarciate, decapitate. Mille, due mila… diecimila. L’armata islamica che lancia il jihad in Algeria macella musulmani con un ritmo, una pervicacia, una ritualità che vogliono trasmettere significati, messaggi, liturgie. Chi conosce la storia dell’islam sa allora benissimo “leggere” quei gesti, quelle decapitazioni. Segnano semplicemente il battesimo di un nuovo islam, un islam che si autonomina “salafita”, “dei padri”, che vuole ripetere i gesti del Profeta e dei primi quattro califfi e della loro società musulmana perfetta. Libro politico, come nessun altro tra i rivelati, il Corano e il suo Profeta stabiliscono, infatti, i canoni della lotta per il potere civile: il musulmano deve combattere contro il “governo politeistico” (che allora controllava la Mecca, oggi le varie capitali arabe); deve lottare con la spada e nel fare questo deve sgozzare coloro che non rispettano “il patto” dei musulman anche i neutrali, che non parteggiano né per gli uni né per gli altri. Così fa Maometto nel 627, dopo la battaglia del Fossato, quando da ordine di sgozzare i seicento ebrei della tribù dei Banu Quraiza (che pure non avevano affatto combattuto contro di lui). Da quella strage (peraltro comprensibilissima nella logica dei tempi), nasce l’antisemitismo europeo moderno, basato appunto sull’accusa agli ebrei di “violare il patto” della convivenza civile (il seme fiorirà poi in Europa, veicolato dalla dominazione islamica della Spagna). Proprio la strage degli ebrei traditori Banu Quraiza è oggi simbolicamente riproposta nel taglio della gola di ogni donna, di ogni bambino che ha la colpa di non avere favorito il nuovo jihad. L’Europa segue distrattamente, freme d’orrore soltanto quando arriva una fotografia straordinaria: una madre, a Medea – nome terribile – urla al cielo lo strazio per i suoi figli decapitati ed è identica alla Madonna. La foto vince un premio. Poi ci si dimentica di tutto. Poi sette frati benedettini vengono rapiti e infine decapitati a Tibehirine. Nuovo fremito d’orrore in un’Europa che subito dimentica, che non vuole accorgersi che queste decapitazioni sono diverse da tutte le altre della storia; che non sono un modo sbrigativo, da poveri, per dare la morte, ma sono citazione religiosa, di chi capovolge e bestemmia il gesto d’Abramo perché non sente la voce dell’angelo e se la sente la irride e pianta il coltello nella gola del figlio dell’uomo. L’Europa non se ne accorge. Anche perché nessuno può dire che è colpa del presidente americano, George W. Bush, o del premier israeliano Ariel Sharon: l’Algeria è musulmana, indipendente, libera, ma in Algeria musulmani massacrano musulmani. L’ultima strage è del 21 marzo 2002 a Rezaglie: decapitati padre, madre e quattro bambini. La penultima è interessante, è del 17 marzo 2001: venti sono i decapitati, tredici con vestiti afghani. Sono decapitatori del jihad, a loro volta decapitati da avversari. Il cerchio si è chiuso. L’Europa, infine, se ne accorge, al solito, troppo tardi, oggi, guardando all’Iraq, ma si dimentica l’Algeria e così può fingere che anche la responsabilità della nascita degli sgozzatori islamici, sia di Bush o di Sharon. Da notare, en passant, che la Francia nell’occasione, non ha dubbi: contro gli sgozzatori appoggia con finanziamenti e piena copertura internazionale una risposta del governo algerino che è fatta soltanto e unicamente di guerra, guerra sporca (con migliaia di trucidati, di scomparsi); non guerra combinata con un tentativo di democrazia, come oggi provano a fare gli Stati Uniti e gli alleati della Coalizione in Iraq, ma guerra di sterminio unita alla dittatura, in una guerra civile iniziata proprio perché nel 1991 sono state sospese, con il pieno placet di Parigi, le prime libere elezioni della storia algerina.