La Madonna di Kazan ha fatto un
miracolo in patria: la pace tra le religioni
Il papa riconsegna ai russi ortodossi la veneratissima icona. Ma
ad accoglierla saranno anche musulmani ed ebrei. Un reportage dal Tatarstan,
raro modello di convivenza pacifica tra le fedi
di Sandro Magister
Fonte: www.chiesa.it, 4\8\2004
Il prossimo 28 agosto, festa della Dormizione della Madonna nel calendario ortodosso, Giovanni Paolo II riconsegnerà al patriarca di Mosca la sacra icona della Madonna di Kazan oggi custodita in Vaticano nel palazzo pontificio.
Per la riconsegna, il papa invierà una sua delegazione. Ma prima – ha fatto
sapere – compirà a Roma un atto di devozione alla sacra icona, che “è sempre
stato suo vivo desiderio restituire alla venerazione del popolo russo”. La sua
speranza è che “questo gesto possa contribuire al dialogo tra la Chiesa
cattolica e la Chiesa ortodossa”.
L‘icona ritrae la Vergine con Gesù bambino ed era in origine conservata nel
monastero russo di Kazan, capitale del Tatarstan, regione lungo il corso
centrale del Volga.
Nel 1209, durante l'invasione dei tartari, l'icona sparì, per ricomparire quasi
quattro secoli dopo, nel 1579.
Nel 1904 scomparve di nuovo, rubata, finché nel 1960 fu acquistata da un
collezionista degli Stati Uniti che la donò al santuario mariano di Fatima.
Nel 1993, grazie a una sottoscrizione di due milioni di dollari da parte
dell'organizzazione cattolica internazionale “Armata Azzurra”, allora presieduta
dal vescovo americano Edward Michael Egan, l'icona fu data a Giovanni Paolo II.
E ora il papa la riconsegna alla Russia. La riporterebbe là volentieri di
persona – già nel 2003 ci provò, come tappa di un suo progettato viaggio in
Mongolia, poi annullato – ma dal patriarcato di Mosca il vicepresidente del
dipartimento esteri, l’arciprete Vsevolod Chaplin, ha fatto sapere che “le
questioni della visita del papa in Russia e della restituzione dell’icona alla
Chiesa ortodossa non possono essere confuse”.
Dal patriarcato sono stati espressi dubbi anche sull’autenticità dell’opera, che
sarebbe non l’originale ma una copia del Cinquecento. E incerta è anche la sua
collocazione finale. La riconsegna avverrà a Mosca. Ma da Kazan il sindaco Kamil
Ischakov reclama l’icona per la cattedrale dell’Annunciazione, in occasione dei
mille anni della fondazione della città che saranno celebrati nell’agosto 2005.
Ischakov è musulmano, come metà della popolazione del Tatarstan. Ma la sua
venerazione per la Madre di Gesù non deve sorprendere. Il Tatarstan è oggi un
prezioso modello di convivenza pacifica fra le tre fedi che altrove nel mondo
sono quasi ovunque in contrasto: l’islamica, la cristiana e l’ebraica. E anche
di buon vicinato tra ortodossi e cattolici.
È il modello che trovi descritto in questo reportage di un viaggiatore italiano,
cattolico, che è tornato da poco da quella regione. L’articolo è apparso sul
quotidiano “il Foglio” di sabato 31 luglio 2004:
Kazan, Tatarstan, estate 2004. Come islamici, cristiani ed
ebrei hanno fatto pace
di Pigi Colognesi
Fonte: Il Foglio, 31\7\2004
Visto dal lato del Volga, il cremlino della città offre l’immagine immediata ed
efficace dell’attuale Tatarstan e dei motivi per i quali i suoi governanti vanno
orgogliosi del proprio modello.
Sullo sfondo del cielo si stagliano a sinistra le cupole azzurre della
cattedrale ortodossa. Come la stragrande maggioranza degli edifici di culto era
stata sottratta ai credenti in epoca sovietica, e ora è in restauro. Tutti qui
sperano che le mura della cattedrale possano ospitare la più importante e nota
icona della città, quella Madonna di Kazan, oggi in Vaticano, che Giovanni Paolo
II ha donato al patriarcato di Mosca in segno di riappacificazione e volontà di
dialogo con gli ortodossi.
Sulla destra incombe la possente mole della nuova moschea, col suo cupolone e i
quattro minareti al cui culmine brillano mezzalune d’oro. Prima che arrivasse
Ivan il Terribile, dicono gli storici tatari, qui una moschea c’era già, ed è
giusto che si torni a costruirne una nuova per i fedeli di Maometto. Così come
in cattedrale, anche in moschea fervono i lavori. Entrambe devono essere pronte
per il 30 agosto 2005, giorno in cui si celebrerà solennemente il millennio di
fondazione della città.
Tra la cattedrale e la moschea, vasti edifici di stile neoclassico. Sono i
palazzi del potere statale, uffici e dimora dell’indiscusso protagonista della
vita politica del Tatarstan, il presidente della repubblica Mintimer Saripovic
Saimiev. A lui si deve la lungimirante politica di equidistanza che mantiene in
rispettoso equilibrio le due principali comunità della repubblica: i russi di
religione ortodossa e i tatari di fede islamica.
Il Tatarstan è grande circa come l’Irlanda e occupa un territorio situato
pressappoco a ottocento chilometri a est di Mosca. La popolazione è di meno di 4
milioni di abitanti, dei quali oltre un milione e centomila vivono nella
capitale. La metà circa sono russi ortodossi, l’altra metà tatari musulmani.
All’inizio degli anni Novanta la convivenza tra le due etnie non era facile;
soprattutto in campo tataro erano forti il desiderio di indipendenza da Mosca e
il revanscismo etnico e religioso. Fu Saimiev a capire che la situazione sarebbe
potuta diventare esplosiva e portare la repubblica a una crisi di tipo ceceno.
Ottenne da Mosca un’ampia autonomia politica ed economica; andò incontro a gran
parte delle richieste dei nazionalisti tatari (uso della lingua, insegnamento
della cultura tradizionale, ricostruzione dei luoghi di culto), senza però
dimenticare le esigenze dei russi. Sta di fatto che le frange più estremiste
furono messe a tacere (persino i “missionari” arabi che erano giunti in
Tatarstan per diffondervi il fondamentalismo abbandonarono l’impresa) e
attualmente la convivenza tra le due maggiori comunità del paese è del tutto
pacifica. Come i palazzi del cremlino, così le leggi e le decisioni politiche
tengono in stabile equilibrio cattedrale e moschea. [...]
Nella centrale via Bauman sorge il cosiddetto “battistero”, che ricorda la
forzata cristianizzazione imposta dai russi dopo la conquista. Ora ci sono
negozi e una piccola sala da concerti. Ai tatari non piace molto questo
ingombrante monumento. Sta a ricordare un passato fatto di vessazioni e
contrasti. Prima i tatari, convertitisi all’islam nel 922, hanno sottomesso i
cristiani e imposto tributi agli ortodossi per secoli. Poi gli ortodossi hanno
limitato la libertà religiosa degli islamici e imposto a molti la fede con la
forza, fino a quando Caterina II ha loro ridato un minimo di libertà. Infine i
sovietici hanno azzerato tutto. E ora che una certa pace è stata conquistata
nessuno ha intenzione di riaprire il capitolo delle rivendicazioni storiche.
Anzi, nel segno della più completa riappacificazione, si vorrebbero riconoscere
i torti di tutti per lasciarseli alle spalle. Così, se in mezzo al fiume Kazanka
i russi avevano eretto un memoriale alle vittime cristiane della conquista di
Kazan, ora il presidente, tataro, vuol farne costruire uno per le vittime
islamiche.
Proprio di questa politica pacificatrice va orgogliosa Ludmila Andreeva, vice
presidente della duma di Kazan con particolari deleghe ai problemi nazionali e
religiosi, che sciorina tutti i dati che confermano il successo degli sforzi:
scuole bilingue, insegnamenti specifici per ogni entità nazionale, spazi
televisivi per tutti, rispetto delle differenti festività, restituzione e
restauro degli edifici di culto. “Tutti i nostri visitatori, conclude
soddisfatta, sono sorpresi per la tolleranza che si respira in città. Questo fa
di Kazan un esempio per tutto il mondo”.
Anche Valiulla Chazrat Jakupov, vice presidente dell’organizzazione che
raccoglie tutti i musulmani del Tatarstan, è soddisfatto. Descrive il proprio
paese come un “luogo eccezionale nel mondo, dove la tolleranza ha superato la
prova del tempo e dove da decenni neppure una goccia di sangue è stata versata
per conflitti interetnici o interreligiosi”.
IL MUFTI MUSULMANO
Il giovane vice mufti, impeccabilmente vestito alla occidentale, spiega come il
miracolo della tolleranza si sia potuto realizzare. “La prima ragione riguarda
la qualità stessa dell’islam che noi professiamo, che è di carattere tollerante
per il fatto che il nostro popolo ha accettato questa religione in modo del
tutto spontaneo, senza nessuna imposizione. Mentre altri popoli sono stati
forzati ad accettare la fede di Maometto, per noi l’accoglienza della proposta
che ci è arrivata più di mille anni fa dal califfato di Baghdad è stata del
tutto libera, consapevole e di alto livello intellettuale. Analogamente va
ricordato che nei nostri confronti i russi hanno sì tentato delle conversioni
forzate, ma non hanno mai messo in atto una politica di genocidio o di
deportazione. Il periodo più pesante è stato – per noi come per gli ortodossi –
quello sovietico; delle 14.500 moschee che c’erano in Tatarstan all’inizio del
XX secolo ne rimanevano, alla fine del dominio bolscevico, solo 80. Certamente
ora il nostro problema è quello educativo: il 90 per cento dei tatari si ritiene
musulmano, ma si tratta più di una tradizione etnica che di una fede convinta. I
frequentatori delle moschee sono una percentuale notevolmente più bassa. È
facile costruire le moschee, non altrettanto educare la fede della gente. Per
questo stiamo puntando sulle scuole per la formazione dei mullah e degli
insegnanti. I nostri rapporti con gli ortodossi sono attualmente molto cordiali
anche grazie ai buoni uffici del governo; abbiamo persino dei progetti sociali
comuni o, almeno, concordati. Analogamente siamo in buoni contatti anche con
altre minoranze religiose; solo con le nuove sette finanziate dall’estero c’è
qualche difficoltà. Noi non accettiamo nessun tipo di fondamentalismo. Qualcuno
chiama il nostro ‘euroislam’ perché noi crediamo che gli insegnamenti del Corano
si possano sposare con la tolleranza e la democrazia. Qualche esempio? Tutte le
nostre cariche sono elettive; questo significa che per noi lo spirito
democratico è insito nella religione che professiamo. Anche rispetto alle donne
noi siamo molto liberali: nessun obbligo di veli o cose simili; addirittura
abbiamo delle scuole per la formazione delle ragazze”.
Nessuno obietta che questa interpretazione dell’islam sia un po’ eretica? Il
vice mufti sorride: “Niente affatto. È il Corano ad affermare che la religione
deve essere libera. Se un musulmano abbandona la nostra fede per abbracciarne
un’altra, noi non ci opponiamo alla sua scelta; ci interroghiamo su che cosa noi
stessi non abbiamo fatto o abbiamo sbagliato tanto da indurlo a questa
decisione”.
IL METROPOLITA ORTODOSSO
Il pastore della metà ortodossa del paese si chiama Anastasij. Non vive né nella
cattedrale del cremlino in ricostruzione, né nella storica sede presso la
baroccheggiante chiesa dedicata ai santi Pietro e Paolo, ma nel seminario. Si
capisce subito che per lui il bene più prezioso sono i futuri sacerdoti ai quali
è affidata la responsabilità di rivitalizzare una situazione religiosa
pesantemente compromessa da decenni di ateismo militante. Qui come in tutto il
resto della Federazione la stragrande maggioranza dei russi si dichiara
ortodossa. Ma, specularmente a quanto accade ai tatari nei confronti dell’islam,
la frequenza ai riti è minima e la rispondenza ai dettami morali della fede
assolutamente insoddisfacente. Anche Anastasij afferma che la politica
governativa ha dato buoni frutti, ma non dipinge un quadro completamente a tinte
pastello. A suo parere un certo favore verso i musulmani si può registrare. A
conferma della sua tesi espone i numeri delle moschee restaurate o ricostruite:
1.300, a fronte delle chiese ortodosse: 150. “Il problema degli spazi è decisivo
per noi, perché senza strutture non possiamo di fatto impostare nessun tipo di
lavoro educativo, soprattutto verso i giovani”.
Il vescovo ci accompagna in visita al seminario, la sua creatura più cara. Ci
sono ottanta giovani che si stanno preparando al sacerdozio (occorrono cinque
anni per diventare preti) e si sta approntando una struttura per le ragazze
(molte di esse diventeranno le mogli dei preti). Ci sono biblioteche (con un
importante deposito di libri antichi), una grande sala conferenze, persino
un’aula computer. Anastasij conferma che i rapporti con i musulmani sono molto
buoni, anche perché “entrambi dobbiamo affrontare gli stessi problemi legati
alla perdita del senso religioso, al decadimento morale, alle difficoltà sociali
ed economiche. Come loro dobbiamo anche noi opporci all’invadenza incredibile
delle sette”.
Gli chiediamo se sarebbe stato contento di ospitare Giovanni Paolo II che nel
2003 voleva consegnare di persona l’icona della Madonna di Kazan. Anastasij si
schermisce e sostiene che questi sono problemi di politica ecclesiastica che ben
volentieri lascia ai suoi superiori di Mosca. A lui basta fare il suo lavoro in
pace. Mosca è lontana e il vescovo di Kazan non ha certamente nulla di quella
prevenzione anticattolica che spesso si respira nella capitale. Anzi, dichiara
di essere molto amico del parroco cattolico della città e di collaborare con lui
molto fruttuosamente.
IL PARROCO CATTOLICO
Ortodossi e musulmani non occupano per intero il panorama religioso del
Tatarstan. Tra le minoranze spicca la parrocchia cattolica, da nove anni
affidata a un sacerdote argentino, padre Diogenes Urquiza, della congregazione
del Verbo incarnato. Tradizionalmente la comunità cattolica è composta da
stranieri giunti fin qui per le più svariate ragioni: lavoro, deportazione,
matrimonio, affari. Non possiedono ancora una chiesa, ma il comune sta
deliberando di assegnare loro – in conformità alla politica generale di
equidistante collaborazione con tutte le confessioni – un terreno nei pressi del
centralissimo campo di basket.
Padre Diogenes ci accompagna in mezzo a ruderi di case diroccate fino a sbucare
in uno spiazzo pieno di erbacce in mezzo al quale campeggia una croce. “Qui
sorgeranno la chiesa cattolica e la casa parrocchiale”, dice soddisfatto. “C’è
ancora qualche opposizione da parte della Chiesa dei Vecchi Credenti (uno scisma
interno all’ortodossia), che hanno una loro chiesa qui di fianco, ma dovrebbero
essere presto superate. Così potremo migliorare la nostra attuale collocazione,
che è francamente piuttosto disagevole”. Altro che disagevole! L’antica e
spaziosa chiesa cattolica è stata adibita in epoca sovietica a ospitare una
turbina per le simulazioni del vento, che ora non si può più smontare, e
l’attuale chiesa provvisoria è una cappella collocata all’interno del cimitero.
“A parte che si tratta di una posizione piuttosto scomoda da raggiungere (ci
sono dei fedeli che fanno ore di autobus e tram per arrivarci), il problema è
che lo spazio è esiguo per le numerose attività che vorremmo fare. E poi, pensi
a celebrare un battesimo o un matrimonio dentro il recinto di un cimitero!”.
DA MUSULMANA A SUORA
Ma non sono certo queste le cose che possono fermare l’iniziativa del giovane
parroco, da qualche anno affiancato da due confratelli. Nessuna attività di
proselitismo (tanto per usare l’aborrita parola che il patriarcato di Mosca
sempre sventola per attaccare i cattolici), ma neppure rinuncia all’attività
missionaria. Ci sono episodi di conversione, soprattutto dall’islam. Padre
Diogenes ricorda il caso di un funzionario pubblico musulmano che era andato a
trovarlo in visita di cortesia per la festa di Pasqua. Con la figlia. La quale è
stata affascinata dalla liturgia cattolica e ha cominciato a fare domande su
Gesù. Dopo un periodo di adeguata formazione, ha voluto il battesimo. Il padre
si è comprensibilmente allarmato e ha chiesto al parroco di soprassedere almeno
fino a quando la ragazza non avesse finito gli studi. Probabilmente pensava a
una infatuazione giovanile, che sarebbe ben presto passata. Quando, però, la
giovane ha deciso definitivamente di battezzarsi, il padre non ha opposto
resistenza. Sarà pure che il “modello di convivenza” del Tatarstan è un fattore
di propaganda del governo; sta di fatto che una tolleranza di questo tipo nella
quasi totalità dei paesi a maggioranza islamica è del tutto impensabile. La
giovane ex musulmana ora si prepara a diventare suora.
ORTODOSSI E CATTOLICI ASSIEME
Sul fronte dei rapporti cattolico-ortodossi la situazione di Kazan è lontana
mille miglia dalle asprezze che si respirano a Mosca. Già abbiamo detto
dell’amicizia tra padre Diogenes e il metropolita Anastasij, ma anche a livello
parrocchiale succedono cose sorprendenti. Una sera prendiamo la macchina e con
padre Diogenes ci avviamo al lager. Con questa triste parola in Russia oggi si
indica semplicemente il campeggio estivo dei ragazzi. Arriviamo a una vecchia
struttura sovietica, col ritratto di Lenin che campeggia sull’entrata. In
baracche malamente riadattate a dormitorio e cucina, una trentina di bambini si
prepara alla festa conclusiva del campeggio. La cosa che colpisce è che sono
ragazzi della parrocchia cattolica e di quella ortodossa assieme. Quando il
programma prevedeva il catechismo, l’hanno fatto assieme se la lezione non
presentava difficoltà dogmatiche, e separati se c’era qualcosa di specifico da
spiegare.
Poco prima della festa attorno al fuoco arriva anche padre Ioann, il parroco
ortodosso, accompagnato dalla biondissima moglie e dall’ultima dei quattro figli
(i primi due – come da tradizione – sono in seminario e la terza ha partecipato
al campeggio). È un fiume in piena, padre Ioann, e ci tiene a far sapere che lui
è orgoglioso della collaborazione con il prete cattolico ed è ben contento di
riaffermare così un’unità sostanziale tra le due confessioni. Alla fine vuole
sigillare con il più classico dei brindisi russi la sua amicizia con i
cattolici, compresi il giornalista che è arrivato dall’Italia e chi lo
accompagna per le traduzioni. In una precaria sala da pranzo minacciata da
insetti di tutti i tipi, alza la tazza di plastica che funge da calice e brinda
all’amicizia con padre Diogenes e i suoi confratelli. Se anche i suoi due figli,
futuri preti, saranno come lui, ci saranno più spazi di dialogo e libertà per
tutti.
I DIECIMILA EBREI
Altra minoranza importante di Kazan è quella ebraica. La sinagoga, con annesso
centro culturale, scuola e sala riunioni, è molto ben tenuta e in stile
occidentale. La direttrice del centro ebraico ci dice che i ragazzi che
frequentano la scuola media sono circa 500, e altrettanti quelli del centro
giovanile. In tutto la comunità ebraica di Kazan assommerebbe a circa diecimila
persone. Ovviamente, commenta il barbuto rabbino capo, di nome di Yitzchak
Gorelik, la frequenza alla sinagoga per molti è solo celebrazione di momenti
centrali dell’esistenza: matrimoni e funerali. Anche lui è soddisfatto della
tollerante politica governativa che consente ai credenti di tutte le religioni
di “sentirsi a Kazan come a casa propria. Certo, non possiamo pregare assieme ai
fedeli di altre religioni, ma ci rispettiamo vicendevolmente. Sono qui da sette
anni e non ricordo un solo episodio in cui noi ebrei siamo stati offesi in
qualche modo”. [...]
Il nostro viaggio si conclude con l’incontro con Igor Kornilov, responsabile del
“soviet po delam religij” la consulta per gli affari religiosi. Il suo ufficio è
nella torre d’entrata al cremlino e ci riceve con in mano un sacco di dati
statistici sulla situazione delle religioni in Tatarstan e qualche pubblicazione
scientifica. Anche all’obiezione che ci sia di fatto una preferenza statale per
i musulmani ha una risposta pronta: “Perché ci sono più moschee che cattedrali?
Costruire una moschea è più facile ed economico. E poi l’organizzazione
musulmana è distribuita più capillarmente di quella cristiana, per cui una
moschea è necessaria per un ambito più ristretto di quanto richieda
l’organizzazione territoriale ortodossa”.
Forse non è proprio così. Ma ciò che importa è che, se il Tatarstan non è il
paradiso in terra, almeno è una strada di convivenza che finora si è dimostrata
percorribile e fruttuosa per tutti.