Oz: il mio deserto, misura delle cose
di Elena Loewenthal
Fonte: La Stampa, 18\7\2004
«OGNI mattina, un poco prima
o appena dopo che il sole è spuntato, vado a vedere che cosa c'è di nuovo nel
deserto. Il deserto, qui ad Arad, comincia in fondo alla mia strada». Così
comincia la giornata di Amos Oz. Siamo in una pagina del suo romanzo Una storia
di amore e di tenebra che lo ha rivelato al pubblico italiano. La sua voce
pacata e profonda al telefono racconta ancora, quest'oggi, che dopo la
passeggiata nel deserto viene una tazza di caffè: di quei caffè pazienti e
interminabili che si bevono in Israele, dentro tazze enormi e sempre con un
goccio di latte. Ogni sua giornata comincia così, perlustrando il deserto su cui
poggia Arad, una cittadina che è come un breve singhiozzo dentro il deserto, giù
in fondo al Mar Morto, non distante da Beer Sheva, nel cuore della regione
meridionale.
Il deserto è in fondo il luogo d'origine, quel punto da cui tutto si dipana. Lo
è più che mai questo deserto di sottofondo, disteso intorno alla depressione del
Mar Morto. Luogo d'origine, e per lei, invece, approdo. Destinazione. Come
inizia e come prosegue la sua storia con il deserto?
«Siamo giunti qui per una ragione assai prosaica. Una ventina d'anni fa i medici
diagnosticarono a mio figlio una brutta forma di asma: ci vuole un luogo di
montagna e di deserto, dissero. Siamo arrivati ad Arad per curarlo: oggi mio
figlio è guarito, tanto che abita a Tel Aviv. Io e mia moglie invece siamo
rimasti qui, per amore di questo posto: è quello che ormai sento più vicino a
me. Come lei sa perché ne ho scritto più volte, ogni mio giorno comincia con
mezz'ora di passeggiata nel deserto. Poi vengono il caffè, i giornali del
mattino, la scrivania che mi aspetta».
Questa consuetudine quotidiana significa frequentare il deserto, osservarlo e
anche conoscerlo, non è vero? Che cosa rappresenta per lei questo luogo?
«Vede, il deserto è per me la misura delle cose. Una specie di pietra di
paragone. E' lui che mi dice che cosa conta e che cosa no. Tutto cambia, nel
mondo. Solo il deserto resta sempre lo stesso. E’ sempre qui, sempre lo stesso:
questa sua fissità insegna a vedere le cose nel verso giusto. Quando, tornato
dalla mia passeggiata quotidiana, sento il giornale radio e dentro l'apparecchio
qualche politico sbraita i suoi proclami fitti di "per sempre" e di "mai", ormai
so che queste misure di tempo varranno forse sei mesi, forse un anno, magari
anche tre. Ma solo il deserto conosce il sempre e il mai: e così se la ride di
queste parole gonfie. E me la rido un poco anch'io, insieme a lui».
Certo, in ebraico «sempre» è una parola forte, alla lettera andrebbe tradotto
con «per l'eternità», un'eternità che in questa lingua significa anche, per
fatale combinazione, «vittoria»… Il deserto conosce bene questa condizione
esistenziale, che è tempo e spazio contemporaneamente. Che cos'è, per l'appunto,
il tempo nel deserto?
«E' proprio questa fissità che diventa il termine di paragone per confrontarvi
ciò che nel mondo irrimediabilmente passa, non dura. Questo suo restare fermo,
nel tempo e nello spazio, mi dice che cosa è giusto e che cosa no. Vede (è
difficile vedere, dentro la cornetta del telefono… ma le parole di Amos Oz hanno
una specie di luce, quando spiega affacciato alla sua finestra), vede queste
montagne del mio deserto? Questo deserto non è sabbia, non è uno spazio
geografico uniforme, indistinguibile. Queste montagne sono l'eternità. Sono qui
da sempre e ancora resteranno. Così va il tempo, nel deserto. Nulla cambia».
Poi va a vedere se c'è qualcosa di nuovo nel deserto. Sino ad oggi ancora
niente. I monti a oriente sempre inaccessibili. Ogni pendio al suo posto. Uguale
a ieri. L'altro ieri. Uno stellione, dinosauro formato domestico, non certo più
bello del solito. Al narratore piace l'idea di dar conto di tutto questo, di
provare a spiegare e mettere per iscritto, qui, «ciò che è stato e che c'è»,
scrive lei in uno dei folgoranti capitoli de «Lo stesso mare» (uscito in
italiano per Feltrinelli nel 2000). Ma veramente nel deserto non cambia mai
nulla? Il tempo è come se non esistesse? Esiste soltanto l'eternità?
«Non è propriamente così. Frequentare il deserto ogni giorno significa
riconoscervi non solo la sua immutabilità, ma anche il suo assecondare le
stagioni, il tempo atmosferico. Ciclicamente, il deserto cambia. E in modo
drammatico. Tutto succede, quando succede, di colpo. La luce, ad esempio: la
mattina, invece di salire, scoppia. E' una vera e propria esplosione, ogni
giorno. E la sera, invece, cade come un sipario che si chiude repentinamente. La
luce risente anche del ciclo stagionale: d'inverno è diversa. E basta una nuvola
di passaggio in cielo, per trasformare completamente i colori e i contorni delle
cose. Il deserto non conosce il tempo del crepuscolo, non ammette sfumature:
ogni passaggio è brusco, immediato. E poi c'è la stagione vegetativa: qualcosa
spunta e fiorisce, qua e là. Pensi anche ai mutamenti atmosferici: quando piove,
d'inverno, nel deserto, non è una semplice precipitazione. È sempre un diluvio
improvviso che allaga uadi e bacini, con effetti anche pericolosi, a trovarcisi
in mezzo. La pioggia allaga, invece di irrigare. Qui, nel deserto, tutto è
forte. Drastico».
Lei abita al margine del deserto, lo va a trovare tutte le mattine. Scrive dal
deserto, ma poco, in fondo, del deserto. Che non mi pare sia mai stato
protagonista, nei suoi libri.
««Questo luogo compare saltuariamente, nei miei libri. Lo si trova ogni tanto,
ma come di passaggio. Ho raccontato più volte di questa mia consuetudine. Sono
nato a Gerusalemme: una città lambita, quasi aggredita dal deserto di Giudea,
che sta in agguato dietro le case, appena oltre il crinale del monte e le cime
dei pini. Ma vede, per me il deserto è un po' come il mare per altri scrittori:
c'è bisogno che sia lì, davanti agli occhi. E' paesaggio dei sensi, ma anche
interiore. Il deserto è un po' così, per me, e in fondo a ben pensarci sono
luoghi che molto si assomigliano, mare e deserto».