Intervista a Magdi Allam
di Giorgia Greco
Fonte: Informazione Corretta, 18\7\2004
Incontro-intervista con Magdi
Allam alla Palazzina Liberty dei Giardini Margherita di Bologna, che discute con
Giancarlo Mazzuca, Direttore del QN e del Resto del Carlino, su un tema di
grande attualità, la sfida del terzo millennio : la lotta al terrorismo.
Un pericolo, quello del terrorismo, dice Magdi Allam che finora è stato
sottovalutato, per cui dovremmo renderci conto che “c’è una guerra che si può e
si deve vincere”, “per salvare sé stessi e la propria civiltà”.
L’uscita del suo ultimo libro “Kamikaze made in Europe” offre lo spunto per
affrontare temi molto scottanti.
Ecco la cronaca dell'incontro di Giorgia Greco.
Sono dunque gli imam europei che nelle moschee allevano i terroristi?
“Agli inizi
degli anni novanta quando esplose il fenomeno del terrorismo islamico in Algeria
ed in Egitto, l’Europa si sentiva dire da questi paesi che doveva impedire ai
militanti estremisti islamici che trovavano rifugio sul suo suolo di
organizzarsi, di raccogliere fondi, acquistare armi da inviare nei loro paesi
per fomentare la guerra del terrore che imperversava in questi paesi.
I governanti di Algeria ed Egitto, vittime di questa piaga, ammonivano che
qualora gli europei avessero assecondato, taciuto, tollerato l’integralismo
presente in Europa sarebbe stata l’Europa stessa a pagarne le conseguenze. Ciò è
proprio quanto si è verificato dieci anni dopo.
La tragedia dell’11 settembre 2001 ha avuto la sua matrice, sul piano della
gestione, in un gruppo di immigrati mussulmani residenti ad Amburgo, il cui
leader M. Atta, uno studente modello, senza problemi economici, senza problemi
di integrazione socio-culturali ma, per quella che io definisco una crisi di
identità, una sua dissociazione dal sistema dei valori vigente in occidente, si
è convertito alla causa del radicalismo islamico.
Nella figura di Atta è simboleggiata la trasformazione dell’Europa che emerge
non più soltanto come terra di predicazione del radicalismo islamico ma anche
come territorio di aspiranti kamikaze e di combattenti islamici. Fino al 1990
l’Europa era vittima e aggredita dal terrorismo islamico ora invece è divenuta
l’epicentro di un terrorismo islamico che minaccia sia l’Europa sia gli stessi
paesi arabi e mussulmani.
Dove sbagliamo noi europei
nel rapporto con i mussulmani?
“C’è un errore di
percezione dei mussulmani.
Nel tentativo di inquadrare, di comprendere la realtà dell’Islam e dei
mussulmani che è indubbiamente una realtà complessa che sfugge alla nostra
capacità di conoscenza e di analisi, finiamo per attribuire ai mussulmani delle
categorie religiose e concettuali che sono dell’occidente e che invece non
esistono in seno alla realtà dell’Islam maggioritario, sunnita, cui appartiene
il 90% del miliardo e duecentocinquantamilioni di mussulmani del mondo.
Il primo di questi errori è quello di attribuire ai mussulmani il parametro
della comunitarizzazione, cioè di immaginare che siano un’unica comunità con le
stesse caratteristiche, una sorta di blocco monolitico con una connotazione
prevalentemente integralista, vale a dire una realtà che non evolve.
Il secondo errore è quello di immaginare i mussulmani come se avessero un clero,
che esiste nel cristianesimo ma non esiste nell’Islam. Questo errore finisce per
attribuire ai sedicenti imam che altro non sono se non guide religiose (non
corrispondono al sacerdote o al vescovo cattolico) un potere politico, mediatico
che in realtà non hanno.
Il terzo errore è quello di attribuire ai mussulmani il parametro della
moscheizzazione:
come la chiesa è sempre stata al centro della vita spirituale religiosa e per
certi versi economica dell’occidente immaginiamo che anche le moschee svolgano
lo stesso ruolo, dato smentito in modo clamoroso sul campo da giornalisti e
sociologi.
Infatti la percentuale dei fedeli che frequenta le moschee oscilla attorno al
5%, si tratta quindi una minoranza.
Questi nostri errori di percezione finiscono per avvantaggiare quegli
integralisti che, indubbiamente, ci guadagnano dall’attribuzione di una
qualifica che non hanno e di un potere, quello della moschea, che invece non
possiede in seno a comunità che sono prevalentemente laiche.”
Com’è la situazione in Iraq?
E’ un dato di
fatto che l’Iraq è stato individuato come il fronte di prima linea della guerra
del terrorismo islamico da condurre contro l’America e l’Occidente.
Bin Laden ha investito la maggior parte delle sue risorse in Iraq ritenendo che
qualora riuscisse nell’obiettivo di costringere gli americani a ritirarsi ne
conseguirebbe la presa del potere in Iraq e in Arabia Saudita, l’ altro fronte
su cui da sempre investe Bin Laden.
Un fronte che considera prioritario perché è il paese che ha le maggiori risorse
di greggio ed ospita i due maggiori luoghi di culto sacri dell’Islam e che se si
somma il petrolio presente in Arabia Saudita in Iraq e nel Kuwait ci troviamo di
fronte ad un’area che dispone della metà delle riserve di greggio nel mondo.
E’ chiaro che chi controlla queste risorse è in grado di condizionare
pesantemente le sorti della politica e dell’economia mondiali.
Bin Laden è un miliardario saudita che ha deciso di investire le sue risorse nel
terrorismo e che opera come imprenditore del terrore, la sua strategia però è
razionale e ha obiettivi chiari da perseguire; l’Iraq si situa all’interno di
questa strategia ecco perché è importante opporsi in tutti i modi alla
prospettiva del successo del terrorismo islamico. Gli stessi iracheni ne sono
consapevoli.
La maggioranza degli iracheni è stanca della violenza e ha capito come il
terrorismo opera contro i loro stessi interessi. Il terrorismo non consente la
stabilità, la pacificazione e lo sviluppo degli iracheni. Occorrerà del tempo ma
io sono fiducioso che alla fine questo terrorismo verrà sconfitto e gli iracheni
avranno la loro pace, la loro stabilità ed il loro sviluppo.”
Dove ha sbagliato l’America?
“Bush ha sbagliato
a enfatizzare la questione delle armi di distruzione di massa non perché Saddam
non le avesse: Saddam Hussein ha sterminato il suo popolo con le armi di
distruzione di massa nel 1988, migliaia di iraniani sono stati massacrati con
l’uso di armi chimiche durante gli otto anni di guerra dall’80 all’88 costati la
vita a un milione di iraniani. Non è una persona innocente, le armi di
distruzione di massa sono state accertate in Iraq . L’errore è stato di ritenere
che la questione delle armi chimiche potesse essere usata per ottenere la
legittimità formale all’attacco contro l’Iraq ed è un fatto che si spiega per
ragioni interne americane: se Bush avesse chiesto l’autorizzazione del congresso
e il sostegno dell’opinione pubblica americana all’attacco in Iraq sulla base
della necessità di liberare gli iracheni da un sanguinoso dittatore, questo
benestare non gli sarebbe stato concesso; invece puntando sulla questione delle
armi di distruzione di massa, dicendo Saddam le ha e le potrebbe dare a Bin
Laden il quale potrebbe a sua volta promuovere un nuovo 11 settembre con armi
ancora più micidiali, a quel punto gli americani gli hanno dato l’autorizzazione
a sferrare la guerra.
Si è trattato di un errore, un errore che sta costando molto in termini di
credibilità ad una amministrazione americana che dopo la caduta del regime di
Saddam è stata incapace di gestire il dopo Saddam, è stata incapace di
assicurare la stabilità interna all’Iraq, di promuovere la pacificazione fra le
forze etniche, confessionali e politiche irachene e, soprattutto, è stata
incapace di promuovere un processo di ricostruzione economica.
Il paradosso è che l’Iraq è un paese ricco ma il 60% degli iracheni vive al di
sotto della soglia di povertà ed è questo paradosso che bisogna sanare,
permettere agli iracheni di usufruire delle proprie risorse, con un tenore di
vita dignitoso.
Esisterà mai un vero dialogo
fra Occidente e Islam?
“La maggioranza
dei mussulmani sono persone che vogliono vivere, vogliono avere condizioni di
vita soddisfacenti e sono propense alla pacifica convivenza con gli altri.
Ci troviamo però in una fase storica critica, caratterizzata da una guerra
promossa dal terrorismo di matrice islamica. Esiste un punto di partenza di
quanto si sta verificando oggi e quel punto è il giugno del 1988 con la nascita
del Fronte internazionale per la guerra santa contro i crociati e gli ebrei
promossa da Bin Laden con il chiaro intento di aggredire i paesi arabi e
mussulmani moderati e di attaccare l’occidente. In quella dichiarazione Bin
Laden introdusse il concetto di apostasia che legittima l’uccisione e il
massacro di tutti coloro che siano considerati apostati in seno ai mussulmani o
che siano infedeli fra le altre religioni o che non condividono la sua
strategia.
Questa data ha generato tutta una serie di attentati terroristici culminati
nell’11 settembre 2001 il momento più eclatante dal punto di vista mediatico e
politico: se non si tiene presente questo poi non si riesce a capire quella che
è stata la reazione americana che, non dobbiamo dimenticare, non nasce dal
nulla.
Questa guerra del terrore aggredisce principalmente i mussulmani che sono le
prime vittime del terrorismo di matrice islamica; in Algeria ci sono state circa
200.000 morti mussulmani massacrati da terroristi islamici, in Egitto migliaia,
oggi l’Arabia Saudita e il Marocco sono vittime di questo terrorismo quindi è
importante chiarire come questo terrorismo non possa essere identificato con i
mussulmani nè con l’Islam che sono loro stessi vittime.
E’ necessario che si promuova al contrario un processo che riesca a dar vita ad
un fronte il più ampio possibile fra l’Occidente e questa maggioranza di
mussulmani che sono vittime del terrorismo. Il dialogo è possibile sulla base
della chiarezza eliminando gli equivoci che, ad esempio, in Iraq avevano fatto
ritenere che gli americani vi fossero andati per colonizzare il paese e per
rubare il greggio agli iracheni, una situazione che si è chiarita con
l’intervento della comunità internazionale con due risoluzione delle Nazioni
Unite, con la messa a punto di un programma che prevede il ritiro definitivo
delle forze americane nel gennaio del 2006 e con un processo che è già iniziato
e che ha visto il passaggio della piena sovranità agli iracheni.
Solo con la chiarezza si può sconfiggere il nemico comune che è il terrorismo.
La cultura della morte è
presente nel mondo islamico?
La cultura della
morte va denunciata sia se ad inneggiarla sono degli estremisti islamici che
militano nei gruppi di Bin Laden o gruppi affini sia se questa cultura della
morte viene impartita nelle scuole, così come succede in alcuni paesi arabi dove
ad esempio se ad essere uccisi sono degli occidentali questo atto è considerato
legittimo, per contro i terroristi che si fanno esplodere vengono considerati
martiri.
Questa cultura esiste ed è diffusa in alcuni paesi e in determinati ambienti
mediatici tra cui anche televisioni rinomate. Tuttavia sono ottimista perché
quando questo terrorismo comincia a mietere vittime tra gli stessi mussulmani
allora la gente comincia a riflettere, e - soprattutto a livello di
intellettuali – si capisce che o il valore della sacralità della vita vale per
tutti o finisce per ritorcersi contro tutti.
Queste voci però vanno sostenute dall’Occidente, occorre impostare delle
relazioni internazionali con dei parametri che facciano leva su queste
situazioni, che premino quei paesi che rispettano i diritti fondamentali
dell’uomo e che promuovano una cultura della vita e non della morte all’interno
dei loro paesi.
Esistono vari fronti
terroristici, quali sono le principali differenze?
Ci sono due
differenze sostanziali: sono tutti integralisti che mirano alla realizzazione di
stati islamici e che si pongono come traguardo finale la riesumazione della Umma
della nazione islamica mitica e mitizzata che in realtà non è mai esistita così
come loro la immaginano.
Esiste però una differenza sul piano operativo fra un integralismo pragmatico,
quello dei Fratelli Mussulmani, che ritiene di dover operare nel rispetto delle
leggi vigenti nei paesi dove si trovano e che l’obiettivo della islamizzazione
della società e dello stato possa essere conseguito tramite la conquista dal
basso di quelle strutture moschee, scuole islamiche, enti assistenziali in grado
di creare in nuce uno “stato” islamico all’interno dello stato di diritto.
Viceversa gli integralisti Jihadisti quelli che sono assertori della guerra
santa sono un po’ più spicci, ritengono che l’obiettivo dello stato islamico
debba essere conseguito subito decapitando la testa del potere tramite l’uso
della forza, della violenza, cercando di uccidere tutti i simboli del potere.
Tuttavia questi due modi di intendere l’ islamizzazione della società e dello
stato sono in contrasto fra di loro perché promuovono due strategie che non
hanno dei punti in comune pur condividendo lo stesso traguardo finale.
Cosa debbono fare gli
occidentali per evitare che l’Iraq piombi nel cos?
Debbono
sicuramente sostenere al massimo il nuovo governo iracheno che gode di una
legittimità internazionale, debbono sostenere il processo che darà agli iracheni
la possibilità di esprimersi liberamente all’inizio del 2005 per dar vita ad un
proprio parlamento e, successivamente, per elaborare una costituzione definitiva
del paese e quindi avere un governo a tutti gli effetti legittimo e
nell’esercizio delle sue funzioni.
Bisogna aiutare gli iracheni a uscire da uno stato assurdo di povertà che
alimenta tutta una serie di fenomeni eversivi. Ci vuole un piano Marshall; gli
americani hanno immaginato che una volta liberato l’Iraq dal regime di Saddam
gli iracheni avrebbe promosso autonomamente la ricostruzione del paese, si sono
sbagliati fortemente perché Saddam aveva tutto l’interesse a mantenere un popolo
represso, a dare degli stipendi a gente che non lavorava, a tenere in piedi
un’amministrazione statale totalmente parassitaria ma che faceva comodo al
regime perché era gente che faceva quanto gli veniva chiesto.
Non c’è mai stata una cultura imprenditoriale fra gli iracheni.
Questa cultura deve essere insegnata, agevolata perchè l’aspetto economico è
molto importante. Occorre un intervento che consenta la ristrutturazione,
l’ammodernamento delle infrastrutture irachene che porti l’acqua, l’energia
elettrica, le scuole un po’ ovunque nel paese, consentire quindi di rimettere in
moto una economia che dia agli iracheni una certezza nel presente ed una
speranza per il futuro perché non c’è nessuno che potrà scommettere sulla
democrazia se non si riesce a risolvere le questioni economiche di base”
Un altro tema di grande
attualità che Magdi Allam affronta nel suo libro è come combattere il
terrorismo.
Bisogna impedire
che il processo che porta delle persone umane a trasformarsi in robot della
morte abbia inizio.
Bisogna bloccare quei luoghi dove si predica la cultura della morte perché è lì
che nasce il lavaggio di cervello, l’indottrinamento, l’arruolamento e poi lo
smistamento degli aspiranti kamikaze islamici.
Ciò che differenzia questo terrorismo è che la sua arma vincente, il kamikaze, è
un fenomeno che si scontra profondamente con la nostra cultura. Noi abbiamo a
tal punto radicata la cultura della vita che non riusciamo a concepire che una
persona che ci sta davanti ad un tratto si faccia esplodere, queste persone
hanno sradicato dal proprio animo l’istinto primordiale alla sopravvivenza e
finiscono per far propria una cultura la cui unica aspirazione è quella di
uccidersi per uccidere il maggior numero possibile di nemici.
Ebbene tutto questo avviene attraverso un processo di indottrinamento mentale,
religioso, spirituale che va combattuto . Bisogna salvare questi ragazzi
sradicando questi terreni di coltura del radicalismo islamico e dove è
necessario intervenire anche sul piano economico ad esempio nelle enclave
palestinesi, dove la maggior parte della gente vive al di sotto del livello di
povertà ma è anche necessario intervenire con strumenti culturali per impedire
ad esempio che nelle scuole si insegni su dei testi che incitano all’odio.
A tutti questi livelli bisogna intervenire per salvare la vita di questi giovani
e per togliere ai burattinai del terrore questa carne da cannone che loro usano
in modo indiscriminato e cinico contro i mussulmani e contro gli occidentali.”
Un cenno ai giornali e le
televisioni arabe.
“Chi conosce
l’arabo ascolta anche per un paio d’ore Al Jazira la più famosa emittente araba
e si rende conto come il linguaggio e la filosofia editoriale siano
profondamente ispirate all’integralismo islamico e all’estremismo laico.
Il fatto che tutti i video che riguardano le azioni efferate dei terroristi
passino ad Al Jazira non è un caso.
E’ importante capirlo e denunciarlo apertamente perché questo terrorismo non
avrebbe la stessa incidenza se non avesse questi megafoni mediatici, se non
riuscisse tramite le televisioni ad inculcare il terrore nella gente.
Bisognerà arrivare ad un accordo, che può essere soltanto a livello
internazionale, di imporre il black-out a tutto ciò che aiuta a diffondere il
terrorismo.
E’ importante non fare più il gioco del terrorismo amplificando il loro
messaggio di morte e prestandosi a manovre che indubbiamente finiscono per
creare delle frange di solidarietà all’interno dei paesi arabi mussulmani.