I sette vizi capitali dei movimenti,
secondo “La Civiltà Cattolica”
Tre “pericoli” e quattro “sfide”: tramite la rivista dei gesuiti
di Roma, il Vaticano fa un bilancio critico dei movimenti. Neocatecumenali,
Focolari, Sant’Egidio, Bose sono avvertiti
di Sandro Magister
Fonte: www.chiesa.it, 16\07\04
Con Giovanni Paolo II, le comunità e i movimenti sorti nella Chiesa cattolica
negli ultimi decenni hanno vissuto una stagione felice, avvolta dalla simpatia
del papa. Ma accanto alle luci vi sono le ombre. Un recente editoriale di “La
Civiltà Cattolica” ha elencato i “pericoli” e le “sfide” posti alla Chiesa da
molti di questi movimenti.
L’editoriale – in data 19 giugno 2004, intitolato “I movimenti ecclesiali oggi”
e firmato dal gesuita Giuseppe De Rosa – è tanto più importante in quanto è
stato rivisto e autorizzato, prima della stampa, dalla segreteria di stato
vaticana, come avviene di regola per ogni numero di “La Civiltà Cattolica”.
Leggerlo, è come scorrere un promemoria ad uso non dell’attuale pontificato, ma
del prossimo, con un elenco di questioni irrisolte. E da risolvere.
Nel passare in rassegna i “pericoli” e le “sfide” posti dai movimenti, la
rivista non fa nomi. Ma agli esperti non è difficile identificare gli istituti
che cadono sotto la sua critica, punto per punto.
Stando a quanto scrive “La Civiltà Cattolica”, “le sfide più gravi e difficili
che i movimenti ecclesiali pongono oggi alla Chiesa” sono le seguenti quattro.
VUOTO LEGISLATIVO
La prima è “la mancanza di una legge quadro”. “L’attuale codice di diritto
canonico non tratta esplicitamente dei movimenti ecclesiali” e questo genera
confusione. Occorre “dare ad essi una sistemazione canonica”: impresa “che però
si rivela particolarmente difficile”.
Questo rilievo vale per la gran parte dei movimenti. Un’eccezione importante è
rappresentata dall’Opus Dei, che da quando è divenuta prelatura personale –
unica nella Chiesa d’oggi – gode di una sistemazione giuridica solida e
inattaccabile.
DOPPIE APPARTENENZE
Il secondo allarme è la presenza in alcuni movimenti di religiosi e religiose
appartenenti ad altri istituti: ciò “ha provocato in taluni una crisi d’identità
e ha indotto altri a lasciare il proprio istituto o a stabilire una sorta di
doppia appartenenza”.
Il fenomeno si verifica soprattutto tra i carismatici e i neocatecumenali. È
frequente, ad esempio, che dei gesuiti oppure dei francescani entrino a farvi
parte. Padre Raniero Cantalamessa, predicatore ufficiale della casa pontificia,
è un caso famoso di doppia appartenenza: è frate francescano e nello stesso
tempo fa parte del movimento carismatico Rinnovamento nello Spirito. Tra i
carismatici le doppie appartenenze sono numerose. Invece tra i neocatecumenali
avviene più spesso che un religioso o una religiosa abbandoni il proprio
istituto d’origine e passi in toto al movimento fondato da Kiko Argüello e
Carmen Hernández. È comprensibile che antiche e gloriose famiglie religiose non
vedano di buon occhio la fuoruscita di propri uomini e donne consacrate, e il
loro passaggio ai nuovi movimenti.
NON CATTOLICI IN CASA
La terza sfida “è costituita dal fatto che alcuni movimenti ecclesiali [...]
ammettono battezzati non cattolici”: se questi “diventassero molto numerosi,
nelle assemblee generali potrebbero influire su cambiamenti sostanziali degli
statuti, mettendo in pericolo la natura cattolica del movimento stesso”.
Qui il pensiero va al movimento dei Focolari fondato e presieduto da Chiara
Lubich, che ha tra i suoi membri migliaia di non cattolici e di non cristiani,
tra cui numerosi musulmani e buddisti. È vero che i non cattolici appartenenti
ai Focolari non godono di alcun potere deliberativo, ma il timore è che possano
pesare come gruppo di pressione e incidere sull’immagine pubblica del movimento
e della Chiesa, in senso relativista.
Più sostanziale è il caso della comunità monastica di Bose, con fondatore e
priore Enzo Bianchi. Di essa fanno parte a titolo pieno anche dei non cattolici:
il pastore riformato svizzero Daniel Attinger, altri due protestanti e
l’ortodosso Emilianos Timiadis, già metropolita di Silyvría. E questo basta
perché Bose non possa ricevere l’approvazione canonica dalla Santa Sede; senza
contare l’altro ostacolo costituito dal suo essere una comunità mista, con
monaci e monache nello stesso monastero.
PRETI STRAPPATI ALLE DIOCESI
Il quarto punto critico segnalato da “La Civiltà Cattolica” merita d’essere
riportato per intero:
“La sfida più delicata è quella della partecipazione dei sacerdoti ai movimenti.
Si deve ricordare, anzitutto, che alcuni movimenti hanno creato seminari propri,
nei quali gli studenti vengono formati secondo il carisma del movimento e
vengono preparati per essere sacerdoti a servizio del movimento stesso. Rimane
aperto allora l’interrogativo canonico circa l’incardinazione di questi
sacerdoti: se il movimento ha come nota propria l’universalità e l’attività
missionaria, che è riconosciuta e approvata con l’erezione ad associazione
pubblica dalla Santa Sede, chi deve incardinarli? Generalmente si ricorre a una
incardinazione strumentale, per la quale un vescovo benevolo verso il movimento
incardina il sacerdote nella propria diocesi, lasciandolo però a disposizione –
in genere a tempo pieno e con piena possibilità di mobilità – per il movimento
stesso, mediante un accordo scritto. Ciò significa che un sacerdote così
incardinato è a servizio del movimento, ovunque questo abbia bisogno di lui. Ma
può subentrare una difficoltà, se al vescovo ne succede un altro che non
concorda con questo tipo di incardinazione, o se urgenti e gravi necessità
pastorali richiedano la presenza di quel sacerdote nella diocesi: in questo caso
può avvenire che il vescovo tenda a restringere la libertà del sacerdote e ad
ignorare l’accordo scritto. D’altronde tale accordo ha più un valore formale che
giuridico, in quanto non è previsto dal diritto”.
Sono numerosi i movimenti che corrispondono a questo profilo. Il caso più
vistoso è quello del Cammino Neocatecumenale, con più di cinquanta seminari
“Redemptoris Mater” in tutto il mondo, dai quali sono usciti migliaia di preti
giuridicamente incardinati nelle diocesi ma spesso, di fatto, a servizio
esclusivo del Cammino.
Casi analoghi sono quelli della Comunità di Sant’Egidio, dei Focolari, delle
Oasi Mariane, della Comunità Missionaria di Villaregia e di altri movimenti
ancora: tutti con sacerdoti a proprio servizio, ordinati o prestati da vescovi
amici.
La soluzione proposta da “La Civiltà Cattolica” è che “i movimenti di natura
universale e missionaria dovrebbero ottenere la facoltà di incardinare i propri
chierici”, analogamente a quanto avviene per francescani, domenicani, gesuiti e
in genere per gli istituti di vita consacrata.
In effetti, tra i movimenti sorti negli ultimi decenni, alcuni hanno già
ottenuto la facoltà di incardinare propri preti: i Legionari di Cristo, i
lefebvriani rientrati nella Chiesa cattolica, i Missionari di San Carlo Borromeo
– legati a Comunione e Liberazione e con superiore generale don Massimo
Camisasca – e naturalmente l’Opus Dei, in quanto prelatura personale.
Anche il Cammino Neocatecumenale ha cercato, in passato, di ottenere per sé lo
statuto di prelatura personale. Ma senza successo. Molti dei nuovi movimenti
hanno caratteristiche che li rendono inidonei a un’approvazione piena da parte
della congregazione vaticana per gli istituti di vita consacrata. Le Oasi
Mariane, ad esempio, oltre ad avere una donna come superiore generale, hanno
comunità fatte di uomini e donne assieme: con simili requisiti, è inverosimile
che ottengano dalla Santa Sede la facoltà di incardinare propri sacerdoti.
* * *
All’elenco di questi quattro problemi irrisolti, l’editoriale di “La Civiltà
Cattolica” aggiunge inoltre tre richiami ad altrettanti pericoli inerenti ai
movimenti.
Il primo pericolo:
“La tendenza ad assolutizzare la propria esperienza cristiana ritenendola la
sola valida, per cui i ‘veri’ cristiani sarebbero coloro che fanno parte del
proprio movimento”.
Il secondo:
“La tendenza a chiudersi in se stessi, cioè a seguire i propri piani pastorali e
i propri metodi di formazione dei membri del movimento, a perseguire le proprie
attività apostoliche, rifiutando di collaborare con le altre organizzazioni
ecclesiali oppure chiedendo di occupare da soli tutto lo spazio, lasciando
scarsi margini alle attività di altre associazioni”.
Il terzo:
“La tendenza a estraniarsi dalla Chiesa locale, facendo riferimento, nella
propria azione apostolica, più ai metodi del proprio movimento e alle direttive
dei propri dirigenti che alle direttive e ai programmi pastorali delle diocesi e
delle parrocchie. Di qui le tensioni, talvolta aspre, che si possono creare tra
i movimenti ecclesiali da una parete e i vescovi e i parroci dall’altra”.