Quel diritto ignorato
di Angelo Panebianco
Fonte: Corriere della Sera, 10\7\2004
E’ finita
come tutti prevedevano. Secondo il parere, giuridicamente non vincolante (ma di
evidente valore politico), della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, il
muro costruito, su decisione del governo Sharon, per separare gli israeliani dai
palestinesi al fine di difendere i primi dagli attacchi terroristici,
rappresenterebbe una violazione del diritto internazionale e un vulnus ai
diritti umani. Come previsto, i palestinesi esultano e si apprestano ad usare il
parere della Corte per chiedere all’Onu sanzioni contro Israele. La settimana
scorsa, con una decisione che fa onore a Israele e alla sua democrazia (e che
consente anche di misurare la distanza, in termini di civiltà giuridica, fra
Israele e i suoi vicini mediorientali), la Corte suprema israeliana, accogliendo
i ricorsi dei palestinesi danneggiati, ha imposto al governo di fare drastiche
modifiche al tracciato del muro: esso non potrà più, come è stato inizialmente,
penetrare in profondità nel territorio palestinese.
Ma il parere della Corte dell'Aja è di tutt'altro tenore. Essa ha ignorato
l'esigenza di sicurezza che ha portato alla costruzione del muro (ridurre il
pericolo di attacchi kamikaze contro la popolazione israeliana). Ha ignorato
anche il fatto che da quando il muro è stato eretto gli attacchi kamikaze sono
drasticamente diminuiti. Come se tra i «diritti umani» da proteggere non ci
fosse anche quello di chi non vuole rimanere vittima di attacchi terroristi.
Poi si potrà discutere della questione giuridica sottostante: diversi governi, e
non solo quello israeliano, hanno contestato il diritto della Corte di
pronunciarsi su questo tema.
E si potrà anche discutere della composizione della Corte e del «grado di
imparzialità» della medesima. Era noto da tempo che uno dei giudici, l'egiziano
Nabil al-Arabi, ha un passato politico di oppositore di Israele. La Corte,
investita della questione se fosse opportuno o meno lasciare il giudice egiziano
al suo posto mentre si decideva a proposito del muro, ha ritenuto ineccepibile
la sua presenza.
Ma la questione, a ben vedere, è un'altra. L'idea che Corti internazionali di
giustizia possano, sempre e comunque, intervenire nei conflitti armati in atto
per distribuire ragioni e torti, è figlia di una generosa (ma ingenua) utopia
liberale ottocentesca.
L'idea era che sui conflitti armati potesse decidere, sine ira et studio, un consesso di giudici. Allo stesso modo in cui il giudice è chiamato a
risolvere, in ultima istanza, una disputa condominiale altrimenti incomponibile.
Ma i conflitti internazionali non sono dispute condominiali. E non esistono
giudici che possano intervenire sine ira et studio in un conflitto come
quello israeliano-palestinese. Soprattutto, non esistono Corti che possano
negare a uno Stato, nel caso specifico quello israeliano, di fare tutto ciò che
esso ritiene necessario per proteggere la vita dei suoi cittadini.
Nel frattempo, insieme alle consuete immagini di guerra, e di lutti da una parte
e dall'altra, da Israele arriva anche qualche buona notizia. Forse nascerà un
governo di unità nazionale Sharon-Peres e forse ciò porterà al ritiro israeliano
da Gaza. Insieme all'aumentata sicurezza fornita dal muro (che comunque non
potrà essere il confine definitivo dello Stato d’Israele perché questo confine
può nascere solo da un negoziato con i palestinesi), il preannunciato ritiro
israeliano potrebbe modificare drasticamente lo scenario del conflitto. In
meglio, sperabilmente. Pareri di imparziali Corti internazionali permettendo.