Herzl, un sogno chiamato Israele
Cent'anni fa moriva il giornalista che fondò il sionismo per sconfiggere l'antisemitismo. Inventò lo Stato degli ebrei combattendo da solo contro tutti
di Avraham B. Yehoshua
Fonte: La Stampa, 29\6\2004
Fino a che punto i processi storici dipendono dalla personalità di questo o di
quel personaggio? È una domanda che molti si sono posti e le risposte sono varie
e complesse. C'è chi attribuisce un'enorme importanza alle personalità storiche,
senza le quali determinati eventi non avrebbero avuto luogo, e c'è chi le
ritiene un elemento importante ma non indispensabile allo sviluppo dei processi
storici.
La seconda guerra mondiale si sarebbe svolta in modo diverso se a capo del
governo britannico non ci fosse stato un personaggio così assertivo e
combattente come Winston Churchill ma qualcuno di più conciliante e irresoluto?
Secondo il mio punto di vista, per quanto il governo Churchill fosse importante
nella conduzione della guerra, le forze alleate avrebbero sconfitto in ogni caso
la Germania e la vittoria sarebbe stata assicurata. Se Charles de Gaulle non
avesse gestito con perizia il ritiro della Francia dall'Algeria, quest'ultima
sarebbe ancora oggi sotto il suo controllo? Ovviamente no.
Dubito però che lo stato di Israele esisterebbe oggi se non fosse comparso negli
anni ottanta del diciannovesimo secolo un giovane intellettuale di nome Theodor
Herzl che non solo concepì la creazione di uno stato ebraico, ma si sforzò di
realizzarla, ponendo le basi organizzative per un nuovo movimento: il movimento
sionista.
È vero, forse col tempo altri personaggi sarebbero apparsi sulla scena della
storia per proclamare l'urgenza di normalizzare la situazione del popolo ebreo
con la creazione di un suo stato sovrano.
Ma quell'unica occasione storica, quello spiraglio apertosi tra il colonialismo
turco e quello inglese all'inizio del ventesimo secolo e prima del risveglio
nazionale palestinese, sarebbe stata mancata se Herzl non fosse esistito. E
tutte le encomiabili idee di altri intellettuali sarebbero rimaste solo sulla
carta.
Molte biografie sono state scritte su Herzl e non voglio ripetere qui la storia
della sua breve vita (1860-1904). Al di là di ciò che fece per il suo popolo
egli rappresenta un esempio universale della capacità di un unico intellettuale
di cambiare i processi storici. Herzl creò il movimento sionista dal nulla,
senza basarsi su alcuna organizzazione o senza essere legato ad alcuna comunità.
È quasi impossibile che un simile evento si verifichi nel mondo moderno, tanto
incatenato a schemi globali complessi. Ma può ancora dimostrare la forza del
singolo. Qual era il segreto di questo giovane giornalista che all'età di
trentaquattro anni trovò il perno su cui appoggiarsi per cambiare la storia
ebraica?
Herzl era un ebreo laico e assimilato. Conosceva profondamente il mondo dei
gentili e ciò gli permise di diagnosticare con precisa e profonda comprensione
un fenomeno patologico che si andava rafforzando tra il mondo ebreo e quello
gentile. Una comprensione che altri ebrei, chiusi nel loro mondo - rabbini,
leader di comunità o altri ancora - non possedevano.
E così, in seguito alla falsa accusa di tradimento nei confronti di Alfred
Dreyfuss, ufficiale ebreo assimilato, e della reazione antisemita che si scatenò
in molti ambienti della Parigi e della Francia del 1894, Herzl capì che i
movimenti nazionalisti, laici e moderni, rappresentavano un pericolo per il
popolo ebreo molto più grande delle teologie del cristianesimo.
Questo perché la figura dell'ebreo assimilato, personaggio dai contorni poco
chiari, può risvegliare nella mente dei gentili fantasie omicide, in grado di
provocare grandi tragedie. Non bastava perciò educare i gentili europei a valori
di liberalità e tolleranza ma era necessario allontanare gli ebrei da
un'interazione pericolosa con loro e normalizzarne la situazione mediante la
creazione di una realtà ebraica territoriale e sovrana. Non solo quindi
continuare a educare il non ebreo ma soprattutto cambiare l'ebreo.
Herzl capì, e questo va detto a suo merito, che la questione ebraica, o come
veniva definita dai sionisti stessi, il «problema» ebraico, non riguardava solo
gli israeliti ma il mondo intero. L'antisemitismo infatti rappresenta una
tragedia anche per i popoli in mezzo ai quali gli ebrei vivono, e un chiaro
esempio di ciò lo si è avuto durante la seconda guerra mondiale, quando la
Germania portò su di sé un’immane catastrofe per via della sua ossessione
antisemita. Il mondo doveva dunque collaborare con gli ebrei per raggiungere uno
scopo grande e comune: correggere il problema ebraico e trasformare gli
israeliti da popolo disperso e esiliato in una nazione sovrana con un proprio
territorio.
Da qui l'impegno di Herzl - nel corso dei pochi anni in cui servì come leader
del movimento sionista - nel cercare di ottenere l'approvazione della comunità
internazionale a un insediamento ebraico in Palestina e nel porre il problema
ebraico nell'agenda europea. Egli corse dal kaiser tedesco al sultano turco, da
esponenti politici inglesi al Papa, e in virtù del suo fascino personale, della
sua conoscenza delle lingue e della sua comprensione della politica europea,
riuscì a ottenere, con sforzi sovrumani, dei primi risultati che portarono, nel
1917, tredici anni dopo la sua morte, alla pubblicazione della dichiarazione
Balfour, un documento che concedeva legittimazione alla creazione di un entità
nazionale ebraica in Palestina.
Tale concessione venne ratificata nel 1947 dalle Nazioni Unite. A quel tempo,
dopo la scoperta degli orrori della Shoà e dagli abissi di odio nei cuori dei
gentili, il mondo capì che il problema ebraico riguardava tutti e con una rara
azione comune il blocco comunista e quello occidentale si accordarono, al
culmine della guerra fredda, per dividere la Palestina in due stati: palestinese
ed ebreo.
Il successo di Herzl nel mettere in moto un intero movimento era anche legato al
fatto che egli non dovette sottostare alla scelta del popolo ebreo. E questo si
può dire di tutto il movimento sionista ai suoi albori. È forse infatti l'unico
movimento rivoluzionario che non agì all'interno del popolo che cercava di
condurre su una nuova via. I sionisti diedero vita a una nuova realtà in una
terra deserta, lontana dalla realtà ebraica del tempo, e per giungere alla quale
non avevano bisogno dell'approvazione dei loro connazionali.
Se Herzl e il movimento sionista avessero dovuto prendere parte a elezioni
generali all'interno delle comunità ebraiche degli inizi del ventesimo secolo,
avrebbero forse ottenuto il dieci, il quindici per cento dei voti. Ma per loro
fortuna, e per quella dello stato di Israele, tale approvazione non fu loro
necessaria. E così come Herzl fu sulle prime un cavaliere solitario, così i
sionisti giunti nella Terra d'Israele nei primi anni del ventesimo secolo furono
rivoluzionari solitari che posero le basi per il popolo che li avrebbe seguiti.
Come ebreo laico e assimilato, profano della lingua e della cultura ebraica,
Herzl possedeva anche una certa misura di ingenuità nei confronti del popolo che
voleva guidare. Pensava che nel momento in cui avesse spiegato agli israeliti,
in modo logico, la necessità esistenziale e morale di normalizzare la loro vita,
costoro gli avrebbero prestato ascolto. Non capiva quanto profondamente fosse
radicata in loro l'esperienza della diaspora. E quanto sarebbe stato difficile
convincerli a compiere il passo che li avrebbe portati a condurre una vita
normale in un loro territorio sovrano.
Herzl morì relativamente giovane, all'età di quarantaquattro anni, e non ebbe il
tempo di sperimentare delusioni e conflitti interni al suo movimento, come molti
altri leader. E così è rimasto nella memoria nazionale: un principe amato. Se lo
volete, non è una favola. Così dichiarò nel corso del primo congresso sionista
tenuto a Basilea, in Svizzera, nel 1897.
E preconizzò che uno stato ebraico sarebbe sorto entro cinquant'anni, anche se
non immaginava che il popolo ebreo avrebbe mancato l'opportunità di crearlo
prima della Shoà, limitando così le proporzioni di quell'immane tragedia.