Il nostro islam ci guarda
Fantasie, moniti, stereotipi e (pre)giudizi dei musulmani d’Italia
 

di Cristina Giudici
 

Fonte: Il Foglio, 4\6\2004

“Alla fine è soprattutto la pelle nuda che mi ossessiona dell’Italia.
La pelle nuda, che vedo ovunque, per le strade, al lavoro, al mercato, in televisione. Pelle nuda che sbuca dalla pancia, dal collo, dalle braccia e dalle gambe. Ogni volta che guardo le vostre donne, mi sento a disagio, imbarazzato, sporco. E allora abbasso lo sguardo. Non faccio come gli altri fratelli, che sono più rigidi, e vanno subito a casa a fare le abluzioni per purificarsi prima della preghiera. No, io mi limito ad abbassare lo sguardo e appena posso leggo la prima sura del Corano per dimenticare i pensieri impuri e recito ‘In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso. Ti adoriamo, e a Te chiediamo aiuto, guidaci sulla retta via, la via che hai colmato di Grazia, non di coloro che sono incorsi nella Tua ira, né degli sviati’.
E’ stato così fin dall’inizio, da quando sono arrivato in Italia. Ero un adolescente e d’estate mio padre mi portava a nuotare al fiume. Io guardavo le donne nude, le coppie che si avvinghiavano e scappavo a nascondermi dietro l’albero e piangevo perché provavo vergogna. E’ questa la libertà dell’occidente? mi chiedevo. E’ questa la democrazia che mi ha promesso mio padre quando mi ha portato qui dal Marocco? Col tempo ho imparato a conoscervi e a vivere in pace con voi, ma ancora oggi non riesco proprio a capirvi. Perché vi comportate come se non aveste un Dio? Perché vivete ogni giorno come se fosse l’ultimo? Perché non vi fermate mai a pensare che la vita vera non è questa, ma quella che ci aspetta dopo la morte e che Dio, unico e misericordioso, non vi assolverà per i vostri peccati? Io non vi odio, certo, ma vivo nel terrore che i miei figli un giorno vi possano assomigliare”.
***
Questo non è un dialogo immaginario, ma la voce di un “musulmano medio” che appartiene al popolo delle moschee.
Mohammed è marocchino e vive in Italia da vent’anni. I suoi figli sono nati a Milano e hanno studiato nelle nostre scuole. Da grandi vorrebbero fare i piloti e gli astronauti esattamente come qualsiasi bambino italiano. Anche se non condanna apertamente il terrorismo, soprattutto quello palestinese, Mohammed non sogna il jihad. Eppure nei confronti della società italiana prova rammarico, stupore, diffidenza. Le sue parole, mescolate ad altre migliaia di parole pronunciate durante un dialogo difficile ma sincero con gli uomini e le donne che sempre più numerosi frequentano le moschee, segnano la distanza che si è creata fra noi e loro. Anche con quelli più miti, che non andrebbero mai in Iraq per immolarsi perché hanno deciso di vivere fra noi, che hanno cercato di amarci e di essere riamati, e alla fine non ce l’hanno fatta. Non ce l’hanno fatta, dicono, perché stiamo dalla parte sbagliata, quella dei crociati che combattono l’islam.
“Ero una di voi fino a poco fa. Poi ho aperto gli occhi e ho visto un popolo che ha due lingue e due pensieri”, dice Fatima Non ce l’hanno fatta, affermano, perché dopo l’11 settembre li abbiamo bersagliati, giudicati, emarginati. Così, senza che ce ne accorgessimo, sono cambiati.
Dai loro racconti emerge che chi prima non pregava è diventato militante dell’islam. Chi prima ci voleva imitare, oggi ci giudica egoisti, libertini e vacui. Votati all’autodistruzione perché privilegiamo i desideri del corpo ai doveri della mente, l’estasi terrena alla pace eterna. Così chi è arrivato qui in cerca di una grande opportunità, ora sostiene il verbo wahabita e crede che l’unica via di salvezza dalla fine del mondo sia un ritorno alle tradizioni più pure dell’islam. Se ci guardiamo allo specchio, nelle loro parole, troviamo pregiudizi e fantasie, amplificate, distorte, acuite.
Nel saggio “Occidentalism”, Ian Buruma e Avishai Margalit hanno studiato gli stereotipi antioccidentali che hanno portato all’11 settembre e alla guerra contro l’occidente. Le fantasie sulla metropoli meretrice che merita di bruciare fra le fiamme dell’inferno, il disprezzo per il libertinaggio ostentato che insulta la morale islamica, il pregiudizio sulla lobby ebraica che domina il mondo, la condanna dei senza Dio che idolatrano i soldi. Categorie mentali e religiose, sociali e politiche che si ritrovano anche fra i musulmani d’Italia.
Prendiamo Hassan Fathy. Anche lui radicato in Italia da tantissimi anni. Un uomo colto e illuminato, che ha studiato e si è laureato in teologia ad Alessandria d’Egitto, dove per un periodo è stato l’imam di una grande moschea. Oggi vive a Cremona, dove per dieci anni, a colpi di sure del Corano e dotte disquisizioni teologiche, ha cercato di combattere gli integralisti che hanno trasformato la moschea in una base logistica del gruppo terroristico di Ansar Al Islam e per questo è stato emarginato.
Anche oggi, che la moschea è stata chiusa e gli integralisti arrestati, a chiunque lo cerchi o voglia ascoltarlo continua a trasmettere parole di pace. Eppure nella sua casa ci sono solo libri sacri e sul monitor della sua televisione c’è sempre e solo al Jazeera. Ecco come ci vede: “Io vivo bene con voi. Il vostro paese mi ha accolto e mi ha dato molte opportunità”, dice. “A me non importa se le vostre donne vanno in giro nude o se voi avete abbandonato Dio. Perché in fondo, e non c’è niente di male dirvelo, voi siete infedeli.

Nel senso che il vostro peccato alla fine è solo uno: siete cristiani.

Siete in errore perché avete pensato che Gesù fosse figlio di Dio e non un profeta. Siete in errore perché avete cercato di mescolare le carte con la Santissima Trinità e avete suddiviso Dio, unico e misericordioso, e quindi è normale che la vostra società sia confusa. E’ normale che oggi le vostre chiese siano vuote e le nostre piene. Le vostre case piene di dolore e le nostre oasi di pace.

I vostri figli uccidono i genitori e i genitori si rivoltano contro i vostri figli; gli uomini vanno con donne sposate e le donne tradiscono i loro mariti. In fondo è affar vostro, ma penso che non abbiate capito quanto siete confusi e deboli. Non avete capito che la vostra fede è vuota, la nostra invece contiene la forza, voi siete così pigri che invece di inginocchiarvi e purificarvi prima di pregare chiedete a Santa Maria Vergine di pregare per voi peccatori.

Siete così insicuri da temere che Dio non vi perdoni e chiedete a un uomo che non sa perdonare se stesso di condonare i vostri peccati nel confessionale. Siete così deboli che anche il digiuno lo avete ridotto a un semplice venerdì magro.

Siete vacui perché amate la vita terrena fino allo spasimo, la amate così tanto da continuare a ripetere un’unica preghiera: la vita è solo una e va vissuta. Non riuscite a pensare che un giorno morirete, non ce la fate ad accettarlo perché avete abbandonato Dio. Noi invece non abbiamo paura della morte e non bisogna essere dei kamikaze per questo: noi siamo pronti a morire in ogni momento e fa niente se lasciamo i nostri cari: li rivedremo in paradiso. Ecco perché ogni venerdì facciamo la beneficenza per i defunti, perché la morte è nei nostri pensieri ed è questa la nostra forza: noi non siamo attaccati alla vita terrena.
Voi invece ne avete terrore perché avete peccato e temete di trovarvi faccia a faccia con Dio ed è per questo che prendete tanti tranquillanti, perché avete paura di addormentarvi e non svegliarvi più. Voi pensate che l’islam sia atroce e vi sbagliate; la sharia è la cosa più bella del mondo.

Avete fatto un tale casino per salvare Safya, la donna che ha peccato in Nigeria perché ha fatto un figlio al di fuori del matrimonio e non avete capito che ogni donna musulmana desidera essere purificata dai propri peccati perché sa che è meglio trovare la giustizia in terra piuttosto di essere condannata all’inferno eterno, perché sa che l’adulterio è il peccato più grave che si possa commettere nei confronti della comunità musulmana. (Sura XXIV: La Luce. ‘Flagellate la fornicatrice e il fornicatore, ciascuno con cento colpi di frusta e non vi impietosite (nell’applicazione) della Religione di Allah, se credete in Lui e nell’Ultimo Giorno, e che un gruppo di credenti sia presente alla punizione’”).
***
Sued Benkdhim è una mediatrice culturale marocchina che vive a Torino.
Insignita con una medaglia al valore dal governo del suo paese per il suo impegno umanitario in Italia a favore dei bambini di strada marocchini, spesso vittime dei trafficanti di droga. Da anni combatte anche contro l’integralismo e nel 1999 è stata colpita da una fatwa dall’imam torinese Bouriqui Bouchta, conosciuto per le sue posizioni molto radicali perché aveva denunciato il suo tentativo di porre un takfir, (anatema) verso tutte le donne single, divorziate, vedove che non pregavano.

Oggi è proprio lei, che in Italia ha ricevuto solo attestati di stima e solidarietà, che per vent’anni ha lavorato (ed è riuscita) a promuovere integrazione e tolleranza, cercando continuamente di mediare fra due culture distanti, a essere la testimone del varco che si è aperto fra la comunità musulmana e la società italiana.
“Purtroppo assisto a cambiamenti all’interno della comunità musulmana che mi preoccupano”, ci ha raccontato. “Nelle moschee i wahabiti, che predicano il ritorno dell’islam alle origini e chiedono ai fedeli di vivere come il profeta, sono sempre più numerosi.
Vedo padri di famiglia, che una volta vestivano all’occidentale, indossare solo la jallaba. Le loro barbe sono sempre più lunghe e ogni venerdì si mettono il kajal sugli occhi, proprio come faceva Maometto. Alcuni hanno addirittura eliminato gli arredi occidentali e nelle loro case i mobili hanno lasciato il posto ai tappeti orientali. Chi prima osservava a malapena il digiuno del Ramadan, oggi va in moschea tre volte al giorno. Sono sempre più numerosi i padri che obbligano le loro figlie a indossare il velo e ritirano i figli dalle scuole. I giovani smettono di parlare italiano per tornare all’arabo, i vecchi lasciano il lavoro per vivere in povertà e dedicarsi alla propria fede. Nelle case ormai si ascoltano solo versi del Corano videoregistrati, anche la musica è stata bandita: le famiglie preferiscono osservare il lutto che colpisce ogni giorno i palestinesi.

Le ragioni della loro chiusura dipendono dal conflitto internazionale, soprattutto quello palestinese-israeliano, ma anche dai numerosi episodi di intolleranza di cui sono vittime. Ogni giorno nelle scuole assistiamo a scontri verbali e fisici fra adolescenti arabi e italiani. Pestaggi, insulti, pregiudizi a cui gli arabi reagiscono a loro volta con sentimenti di repulsione. Ecco perché temo che le distanza diventi sempre più grande”.
Sbaglia chi crede che le torture avvenute nel carcere di Abu Ghraib abbiano alimentato un furore cieco nei cuori dei musulmani d’Italia. Il furore che infiamma i loro cuori ha un solo nome: Palestina. Certo, tutti parteggiano per la guerriglia irachena e pensano che l’intervento in Iraq sia sbagliato.
Nei giorni dello scandalo, nelle loro case, le televisioni erano sempre accese su satelliti che trasmettevano programmi arabi con le immagini delle torture.
Si inginocchiavano, pregavano, si guardavano intorno con stupore, ma per loro il conflitto iracheno rappresenta solo la speranza che finalmente ci sia la resa dei conti con il Satana americano.
Per la maggioranza degli islamici, non è l’Iraq a dividerli dall’occidente, ma i territori occupati dagli israeliani.

Come spiega un altro “musulmano medio”, un algerino che lavora all’interno di una moschea romana, Abdullah: “Io non ho nulla contro il mio vicino di casa, o il mio collega di lavoro, ma non perdono ai vostri politici di sostenere Bush e Sharon. Non vi perdono di sostenere chi demolisce le case, tortura le donne e i bambini. Non vi perdono di stare dalla parte dei crociati che combattono l’islam perché i palestinesi sono i miei fratelli e il mio cuore sanguina per loro. Il Corano contiene un messaggio di pace, è vero. In guerra il profeta ci ha proibito di uccidere donne e bambini, ci ha addirittura vietato di tagliare un albero perché è fonte di vita ma in Israele non c’è alternativa e l’unico modo che hanno i nostri fratelli per difendersi è attaccare tutti gli israeliani, senza fare eccezioni, perché non c’è altro modo per cercare di fermare i sionisti.

D’accordo, voi dite che c’è stato l’11 settembre, che è stata una dichiarazione di guerra, ma noi non siamo scemi. L’attacco alle Torri gemelle è stato commesso dalla Cia e dal Mossad per colpire i musulmani. D’accordo, voi dite che in Italia sono arrivati gli integralisti che usano la vostra terra per fare la guerra all’occidente. E’ vero, purtroppo, ma la colpa è soprattutto vostra.
Siete voi che avete emarginato i moderati, che non ci avete dato le moschee per pregare, non avete stretto intese con la nostra religione. Ogni volta che chiamate uno di noi a parlare in televisione è solo per metterci sul banco degli imputati, per chiederci se ripudiamo il terrorismo, ma non vi importa dei nostri sentimenti. Siete stati voi a cominciare, a fare leggi proibitive sull’immigrazione, a guardarci storto mentre camminavamo per strada, a pensare che eravamo tutti terroristi. Avete voltato le spalle a tutti i musulmani e avete permesso a una minoranza di prendere il sopravvento. Siete stati ciechi e avete permesso a dei disadattati, uomini violenti e ignoranti che non hanno memorizzato il Corano, che non sanno l’arabo, che non conoscono nulla dei testi sacri, di aprire garage e scantinati, chiamarli moschee e trasformarli in luoghi di odio”.
L’emiro Alì abu Schwaima, un medico giordano immigrato in Italia negli anni Settanta, è considerato un uomo del dialogo, un moderato che da anni, nella sua moschea di Segrate, la prima (e l’ultima) costruita con tutti i crismi in Lombardia, predica sermoni di pace. E’ vero che lui non guarda quasi la televisione italiana e così fanno i suoi figli, che preferiscono, ci dice, non guardare immagini diseducative (pornografiche) ed è vero che anche lui, come tutti quelli che abbiamo interpellato, pensa che l’Italia, come l’America, abbia ceduto alle pressioni delle lobby ebraiche, ma un mese fa è stato vittima di uno sbandato, che lo ha accoltellato perché secondo lui tradiva il messaggio del Profeta.
Eppure si rifiuta di ammettere che anche in Italia il verbo fondamentalista abbia contagiato la comunità musulmana che ormai giudica la società italiana con estrema severità. “Ciò che accade oggi è identico a ciò che accadde durante le crociate”, spiega. “Anche allora i musulmani consideravano ogni occidentale un miscredente e gli occidentali consideravano ogni islamico un mujaheddin con la spada in mano. Pregiudizi speculari che oggi, aggravati dalla presenza dello Stato israeliano in medio oriente, si ripropongono nello stesso modo e acuiscono il conflitto, isolando chi sia da un parte sia dall’altra della barricata si batte invece per superare lo scontro”.

“Nel Corano – insiste – ci sono undicimila parole che derivano dalla radice hiwar, dialogo. Per me lo scontro delle civiltà è stato inventato dopo l’11 settembre e purtroppo i vostri mass media sono in mano a chi crede e fomenta questo scontro. In realtà l’islam riconosce l’altro, in realtà il Profeta diceva ‘non dimenticare la tua gioia in questa vita’, ma tutto questo voi lo avete dimenticato o forse non lo avete mai saputo così gli estremisti ne approfittano e seminano l’odio. E’ vero, oggi ci sono i fanatici, ma sono in minoranza.
Sono disadattati che non hanno trovato in Italia la possibilità di integrarsi e proiettano nella religione le loro frustrazioni. Chi è venuto qui per diventare ricco e non c’è riuscito non può tornare indietro a mani vuote e quindi si riempie di rancore. Chi vede in Italia il libertinaggio che la sua religione gli nega, vive un conflitto interiore che non sa come sanare e si dispera. Così, da questo rapporto sbagliato con l’occidente, nasce il frutto bacato del fanatismo religioso”.
***
Secondo gli autori di “Occidentalism”, che però non credono alla tesi della guerra fra civiltà, la mente di un occidentale vista dai suoi nemici è speculare a quella di un orientale immaginata due secoli fa dai colonialisti. “Per loro la nostra mente è senz’anima, calcolatrice e incapace di produrre il sentimento della speranza”, scrivono i due studiosi americani. “Capace solo di aspirare al benessere economico e raggiungere grandi successi tecnologici, ma incapace di porsi mete elevate perché priva di spiritualità e della capacità di comprensione del dolore umano”.
E questa è più o meno l’idea che hanno i fedeli, uomini e donne, delle moschee d’Italia. Come Fatima, per esempio, italiana “pentita”: “Ero una di voi, fino a poco tempo fa. I miei amici erano tutti italiani. Amavo la vostra cucina e la vostra musica. Ogni volta che vedevo papà e mamma fare il Ramadan, ridevo e dicevo che erano dei dinosauri. Andavo in discoteca e di nascosto dai miei genitori, fumavo hashish e qualche volta ho anche provato l’ecstasy. Sono giovane mi dicevo, e voglio godermi la vita. Mi piaceva andare in fretta come voi. Amavo la città con le sue mille luci, la vostra società con le sue mille contraddizioni. Tutto il resto mi sembrava obsoleto, vecchio, inutile.
Poi sono cresciuta e ho visto il mondo cambiare. Ogni volta che entravo in classe, i miei compagni urlavano: ‘Arriva la figlia di bin Laden’. Ogni volta che durante l’intervallo mi sedevo per terra, la maestra mi intimava: ‘Alzati, dove credi di essere, in moschea?’. Di notte piangevo perché volevo essere come voi e non ci riuscivo. Poi un giorno ho aperto gli occhi e vi ho visto per come siete veramente. Ho visto un popolo che ha smarrito il senso della solidarietà; che ha sempre due lingue e due pensieri; che non sa cos’è la carità né la fratellanza. A voi non interessano i sentimenti e non sapete rispettare il dolore. Vi piace tanto Maria De Filippi che mette in piazza i vostri peccati e diffonde la prostituzione. Vi piacciono le storie dei gangster perché pensate che alla fine la ragione sta dalla parte della forza brutale. Vi piace specchiarvi nella vostra follia e vedere in televisione i delitti più cruenti. Per voi la vita è tutta una questione di commercio. Se parlate delle malattie è solo per vendere le medicine. Se avete una macchina ne volete un’altra, e poi un’altra e un’altra ancora, senza fermarvi mai. Nei vostri mercati vendete tutto, incluso il dolore e la vergogna. Sfidate Dio ogni giorno e ve ne fregate, non ascoltate mai il cuore.

E’ stato per questo che ho deciso di smettere di essere italiana, ho indossato velo e sono tornata in moschea. Ho smesso di bere e di fumare perché il Corano proibisce l’alcol e il profeta ci ha detto che è peccato qualsiasi cosa danneggi il corpo e la nostra mente e poi lo sanno tutti che le sigarette contengono afrodisiaci. Oggi, quando penso al mio passato, mi sento sporca. E non importa se mi odiate, perché ormai vi odio anch’io”.
I sentimenti di Fatima sono simili a quelli di Anna C. , una donna italiana che si è convertita all’islam ed è sposata con un tunisino condannato al carcere per terrorismo. Oggi la sua è una voce fuori campo, che proviene dall’altra parte della barricata, dove si trova da quando ha ripudiato la sua società che forse l’aveva lasciata ai margini: “Non sono io ad aver scelto l’islam, ma è stato Allah che un giorno mi ha chiamata”, racconta. “Oggi sono felice, non mi chiedo mai perché faccio qualcosa, è Dio che decide per me. Sono nata in Italia, ma una società votata al consumismo che non sopporta chi non è bello o ricco o diverso non può essere il mio paese. Non è il mio paese quello in cui tutti hanno dimenticato il pudore e ovunque ci si volti si trova violenza e cattiveria, anche nei cartoni animati di Tom e Jerry. Non è mia la società che mi deride e mi insulta perché porto il velo integrale. Ogni volta che cammino per strada c’è qualcuno che mi urla frasi oscene, mentre se vado in un ufficio pubblico i commenti sono sempre più meno gli stessi: ‘Era meglio se ti mettevi un casco, mi sembri un uovo di Pasqua conciata così, e chi sei Zorro?’, mi dicono.

Non posso dire di provare odio, perché nel mio cuore c’è Dio, ma rabbia sì, tanta, tantissima rabbia. Una volta ho addirittura preso un martello in mano per lanciarlo contro un operaio che mi aveva insultato davanti a miei figli.
Non sono io che mi sono nascosta, siete voi che avete perso il filo dei vostri pensieri. Non sapete più cos’è il rispetto, il pudore e la vergogna. Ecco perché dico che non può essere la mia terra quella in cui non posso salire sulla metropolitana altrimenti tutti scendono dal vagone come se fossi piena di tritolo e dove mi considerano una traditrice solo perché ho scelto un’altra religione. Posso dirvi però che invece è il mio paese quello in cui le donne vengono rispettate, come ha sempre fatto mio marito che non mi chiede mai di spogliarmi, è la mia terra quella dove la fratellanza è un obbligo. E’ la mia terra quella in cui la visita ginecologica non è un’umiliazione e i medici mettono una coperta sulle parti intime prima di chiedermi di aprire le gambe”.
***
Le uniche parole prudenti nei confronti degli italiani arrivano dalla bocca di un fondamentalista, Mourad Trabelsi.
Un tunisino che prima del suo arresto ha guidato la preghiera nella moschea di Cremona. Oggi si trova in carcere perché è accusato di aver voluto portare la guerra in Europa e di esportare uomini e soldi in Iraq. I magistrati lo considerano un abile reclutatore di mujaheddin che sono andati in Iraq per combattere nelle file di Ansar al Islam. Attraverso il suo avvocato, Licia Sardo, ci ha mandato alcune osservazioni sulla società italiana. Frasi brevi che riassumono il suo rigido pensiero:
“Nonostante noi musulmani consideriamo e rispettiamo la cultura italiana – ci ha scritto – voi ci avete emarginato. Trovo strano che un paese così vicino geograficamente ai paesi arabi sia così distante culturalmente da noi. Noi musulmani non facciamo differenza fra popoli e governi e ci aspettiamo aiuto e sostegno e rispetto per la nostra fede, la nostra cultura e le nostre tradizioni, perché ogni popolo deve essere rispettato.
Questa è la nostra bandiera. Noi musulmani abbiamo principi e valori molto importanti e, nonostante la vostra cultura sia molto ricca e si basi sull’accoglienza, oggi voi non riuscite ad accettarci. Anche l’informazione non mi piace. Manca di serietà e coerenza e vede tutto con un occhio solo, la ragione è sempre assente. Gli italiani oggi sono come tutti gli occidentali, hanno subito influenze negative che hanno distrutto i loro valori. Le vostre famiglie sono disunite e c’è tanta droga nella vostra società. Questo ha portato alla distruzione dei vostri valori. E poi non fate figli. Se non fate figli, chi porterà avanti la vostra civiltà?”.
Alla fine, dopo le migliaia di parole scambiate con i fedeli delle moschee, si fa a fatica a individuare le sfumature essenziali fra quelli “con la testa dura”, così vengono comunemente definiti dai moderati gli islamici radicali, e gli altri.
Si fa fatica anche se quelli che vorrebbero prendere le armi contro l’occidente sono una minoranza, mentre gli altri, quelli che nonostante la distanza che ci separa vogliono continuare a vivere in pace con noi, rappresentano la maggioranza. Perché alla fine la differenza è tutta qui: i moderati diffidano di noi e hanno paura che i loro figli ci somiglino, gli integralisti ci odiano e vorrebbero punirci, ma questo è un loro segreto.