Nemico islam. Intervista col vescovo
di Rumbek, Sudan
L’aggressione musulmana descritta dal vivo. Due milioni di morti
in vent’anni. “E siamo solo agli inizi. La sfida dell’islamismo è ben peggiore
del comunismo. Il prossimo papa dovrà affrontarla in pieno”
di Sandro Magister
Fonte: www.chiesa.it
Il 26 maggio, a Naivasha in Kenya, il governo arabo-islamico di Khartoum e gli
indipendentisti cristiani e animisti del sud del Sudan hanno firmato un accordo
che ha messo fine a vent’anni di guerra civile.
L’accordo riguarda, oltre al sud, le tre regioni confinanti dell'Abyei, del Nilo
Azzurro e delle Montagne Nuba. Non tocca invece il Darfur, a ovest, ai confini
col Ciad, dove infuria un’altra guerra tra arabi e tribù nere locali.
La lunga guerra del sud ha messo a dura prova la Chiesa cattolica presente in
quelle regioni. Tra i due milioni di vittime stimate si contano numerossimi
cristiani. “Ma dal sangue dei martiri nascerà una nuova cristianità”, ha detto
in una recente intervista monsignor Cesare Mazzolari, italiano di nascita e
vescovo di Rumbek, nel sud del Sudan.
L’intervista – raccolta da Stefano Lorenzetto e pubblicata su “il Giornale” di
Milano di domenica 23 maggio – è riportata integralmente qui sotto.
È un documento eccezionale. Perfetto ritratto di un vescovo di frontiera, che il
“suo” islam lo conosce bene, lo vede all’opera e lo descrive senza reticenze: un
islam fatto anche di crocifissioni, di schiavitù, di conversioni forzate, di
inganni.
Per il vescovo Mazzolari, tra cristianesimo e islam c’è un abisso: Allah non è
lo stesso Dio che è Padre e Figlio e Spirito Santo.
Non idealizza però i guerriglieri cristiani che hanno preso le armi contro i
musulmani di Khartoum. Hanno compiuto anch’essi delle malefatte, l’ha detto e ha
patito dei guai anche da loro.
Tanto meno esalta l’occidente e la cristianità occidentale. Anzi. Contro gli
Stati Uniti scaglia accuse di pesantezza terribile. Dopo l’11 settembre li vede
in preda a una furia vendicativa che produce solo odio.
Anche i suoi poverissimi fedeli africani, dice, “vivono un 11 settembre
quotidiano”. Ma loro non si vendicano. “Subiscono le ingiustizie e le malattie
senza astio. Da loro c’è solo da imparare”.
Il dialogo? “Sono venuti a chiedermi di dialogare con i musulmani. Cioè
l’impossibile”.
Lo scontro fra civiltà? “Siamo solo agli inizi”.
Insomma, è un’intervista che va letta per intero. Con un’avvertenza. Quando a
Roma Giovanni Paolo II riceve da tutto il mondo i vescovi in visita “ad limina”,
quelli che arrivano dai paesi musulmani la pensano in buona parte così. E
qualcuno glielo dice.
Poi, in Vaticano, c’è anche il pontificio consiglio per il dialogo
interreligioso, tutto impegnato a promuovere la pace tra le fedi.
Con l’islam, l’ultimo incontro ufficiale di dialogo è avvenuto in Qatar dal 27
al 29 maggio. Per il Vaticano c’erano il cardinale Jean-Louis Tauran e
l’arcivescovo Michael Fitzgerald. Tra i musulmani c’erano Muhammad Sayyed
Tantawi, sceicco di Al Azhar, e Youssef Al Qaradawi, dell’Università del Qatar.
Quest’ultimo è uno degli intellettuali fondamentalisti più famosi del mondo
arabo, una star della tv Al Jazira. In Sudan, il suo pari è Hassan Al Turabi,
che il vescovo Mazzolari così descrive:
“È la persona più scaltra di questo mondo. È intelligentissimo, è avvocato,
parla l’inglese meglio degli inglesi e il francese meglio dei francesi. Ha una
lingua biforcuta. Ci metterà sempre nel sacco”.
E il perché lo spiega nell’intervista. Eccola.
“Scontro fra civiltà? Siamo solo agli inizi”
Intervista col vescovo Cesare Mazzolari, di Stefano Lorenzetto
Mentre parla, il vescovo Cesare Mazzolari tiene gli occhi fissi sulla carta
geografica del Sudan, la sua amatissima e tribolatissima patria adottiva. Una
sola volta li alza, pieni di lacrime, per guardarmi. Ed è quando mi annuncia che
morirà di morte violenta: "Si sta avvicinando il momento del martirio. Spero che
il Signore ci dia la grazia di affrontare questo spargimento di sangue. C’è
bisogno di purificazione. Molti cristiani saranno uccisi per la loro fede. Ma
dal sangue dei martiri nascerà una nuova cristianità".
Gli avevo chiesto se e quando si esaurirà il vortice infernale in cui siamo
stati risucchiati l’11 settembre 2002: "O Dio ci manderà una persona di carisma
capace di aprire una via nuova oppure permetterà un castigo, una prova misurata
che ci porterà alla saggezza. È un mondo cieco e sordo. Abbiamo bisogno di uno
scossone tremendo. Non ascoltiamo più i profeti. Quei pochi rimasti: gli altri
li abbiamo fatti fuori".
È uno scoppio di pianto sommesso, impossibile da trattenere. Più tardi i suoi
collaboratori, turbati, mi diranno: "Non abbiamo mai visto monsignore così".
Allora forse qualcosa di tragico si sta davvero preparando, per lui e per noi.
Solo che lui l’ha messo in conto nel suo stemma episcopale: "Per
reconciliationem et crucem ad unitatem et pacem". Alla pace attraverso la croce.
Di solito i presuli prendono questi motti dal Vangelo. Il vescovo della diocesi
di Rumbek se l’è scritto da solo: qualcosa vorrà pur dire.
Monsignor Mazzolari, 67 anni, missionario comboniano originario di Brescia, vive
tra i musulmani dal 1981. Li conosce bene.
Ha visto quello che hanno fatto a un anziano confratello dopo che avevano
trovato una bottiglia di whisky mezza vuota dimenticata da un trasportatore in
fondo a un container: "Cinquanta nerbate. A metà flagellazione, un fratello più
giovane li ha supplicati: ‘Basta, i colpi rimanenti dateli a me’. Ma è stato
inutile: hanno continuato sino alla fine".
Ha visto quello che hanno fatto a Joseph Santino Garang, un ragazzo cristiano
ridotto in schiavitù, crocifisso perché una domenica s’era fermato a pregare e
aveva perso un cammello: "Il padrone gli ha piantato i chiodi nelle mani, nei
piedi e nelle ginocchia, versando acido sopra le ferite. Adesso è un povero
gobbetto, sembra un poliomielitico. L’ho incontrato in un campo di ex deportati.
Per farli tornare dal nord li hanno costretti a spingere i vagoni del treno".
Nel sud del Sudan, dove si trova Rumbek, s’è combattuta una guerra civile che,
tra scontri e malattie, in vent’anni ha fatto dai due ai tre milioni di morti.
Monsignor Mazzolari può ancora predicare il Vangelo perché opera in un
territorio controllato dal Sudan People’s Liberation Army, SPLA, comandato da
John Garang, un ribelle di religione protestante che lotta contro il governo
islamico di Khartoum. La sua diocesi è lunga quanto l’Italia. I suoi 30 preti
devono curare 350mila anime ciascuno. La sua cattedrale è una capponaia del
diametro di 20 metri col tetto di zinco: "Così non possono bruciarmelo".
Il vescovo dorme in capanne coperte di frasche: "Me ne preparano una in ogni
villaggio". È il buon pastore di un gregge nomade che vaga in cerca di acqua e
di sorgo: "Uno sfollato su sei, nel mondo, è sudanese. C’è una drammatica
disparità tra profughi e sfollati. Lo sfollato non ha nemmeno una pentola e deve
continuamente spostarsi per sfuggire alla guerra, alle carestie, alle epidemie".
Lui mangia due volte al giorno. I suoi fedeli due volte la settimana. "Con la
differenza che io potrei mangiare carne mezzogiorno e sera", si vergogna. Invece
tira avanti a fagioli, pane, tonno in scatola, pesce secco. Agli affamati la
polenta deve prepararla sua eccellenza: "Sono talmente prostati dalla fame che
non hanno neppure la forza di cucinare". Due volte al mese arrivano dal Kenya le
verze, ma non sopravvivono più di un giorno ai 40-50 gradi di temperatura. Da
adesso a ottobre dovrebbe essere stagione di piogge: "Speriamo che si riesca a
coltivare qualcosa". Per il momento la sferza del sole promette solo siccità.
Come l’anno scorso, e l’anno prima, e l’anno prima ancora.
Un gruppo di benefattori bresciani gli ha donato un telefono satellitare Thuraya
per chiamare in Italia lo 030.2180654, il numero dell’associazione Cesar, che ha
sede a Concesio, paese natale di Paolo VI. Si sorprende molto quando gli spiego
che la Thuraya è una compagnia degli Emirati Arabi Uniti. Lui credeva che fosse
svizzera. Temo che da oggi lo userà malvolentieri.
D. – Converte molti musulmani?
R. – "Assolutamente no. Avvicinare un islamico significherebbe condannarlo a
morte. Chi si converte spontaneamente è poi costretto a fuggire. Ma viene
raggiunto e punito anche a mille chilometri di distanza".
D. – E di cattolici che abbracciano l’islam ce ne sono?
R. – "Sì, purtroppo. Almeno tre milioni si sono trasferiti al nord spinti dalla
fame e hanno dovuto pronunciare la shahada, la professione pubblica di fede, per
avere un lavoro. I convertiti vengono marchiati a fuoco. Li timbrano su un
fianco, come le mucche, per distinguerli dagli infedeli".
D. – Ha rapporti con le autorità islamiche di Khartoum?
R. – "Prima avevo il visto d’ingresso. Ora, se atterrassi nella capitale,
finirei in galera. Direbbero che ho fomentato la rivolta, nonostante gli
indipendentisti armati mi abbiano preso in ostaggio e poi espulso per sei mesi
perché avevo dichiarato che rubavano il 60 per cento degli aiuti internazionali
destinati agli affamati. Se voglio tornare in Italia devo raggiungere via terra
il Kenya e imbarcarmi da Nairobi".
D. – Il Dio dei cristiani è l’Allah dei musulmani?
R. – "Nooo! E il concetto di Trinità dove lo mettiamo? Il più grande dei loro
profeti non è certo Cristo".
D. – Un musulmano che si comporta bene finirà nello stesso paradiso dove andrà
lei?
R. – "Sì, sono molto sicuro di questo. Dio non giudica come noi, che siamo di
manica stretta. Ci sarà una moltitudine di creature, in paradiso, perché
ciascuno vive secondo quello che il Signore mette nel suo cuore".
D. – Pensa che dopo gli attentati di New York e di Madrid sia cominciata la
terza guerra mondiale?
R. – "Io penso, anzi pensavo, che dopo quelle stragi le cose sarebbero cambiate
in meglio. Invece ho visto un senso di rivincita che diventa persino vendetta".
D. – Bush doveva ringraziare Osama Bin Laden?
R. – "L’insicurezza e la povertà possono arrivarti in casa anche se sei il più
ricco del mondo. Il potere non viene né dalla vendetta né dai soldi. Il
presidente degli Stati Uniti non può andare al microfono e dire: li prenderemo
tutti e li ammazzeremo fino all’ultimo. L’ondata d’odio che ha suscitato nel
mondo islamico si propagherà per anni e anni".
D. – Che cosa avrebbe dovuto dire?
R. – "Oggi il Signore ha visitato anche noi".
D. – Sì, in aereo.
R. – "Più del 90 per cento del pianeta vive nell’insicurezza. Gli americani in
qualche modo l’avevano capito, erano tornati nelle chiese a pregare. Abbiamo
sprecato un segno del cielo, l’abbiamo usato per dividere ancora di più gli
uomini, anziché per unirli nella compassione".
D. – Belle parole. Ma da vescovo, più che da uomo di stato.
R. – "Il mondo è povero, come è sempre stato. Non è dovere di Bush giudicare e
condannare i quattro quinti dell’umanità. Altrimenti i più deboli ne ricavano
l’impressione che il potere più grande consista nella vendetta. Io credevo
invece che la vendetta appartenesse alla cultura dei primitivi. Il presidente
della nazione più forte ha disprezzato le autorità più alte della terra: l’Onu e
il papa. Questo incrina la fiducia nell’autorità a livello planetario, lo
capisce? Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. I soldati che dovevano
compiere la vendetta hanno perduto la testa, stanno facendo pazzie".
D. – Ma che c’entra la povertà con gli attentatori? Bin Laden non è certo
povero.
R. – "Bush non può vantarsi davanti a nessuno d’essere il custode del rispetto
dei diritti umani. Io ho vissuto 26 anni negli Stati Uniti. Sono stato ordinato
prete a San Diego, in California. Ho lavorato tra i neri, ho assistito i
messicani nelle miniere e so che i diritti dei poveri e della minoranza di
colore negli Usa sono sistematicamente oltraggiati. Ai miei sudanesi che vanno a
cercare la prosperità oltre l’Atlantico dico sempre: qui sperimentate la povertà
di cibo e di cultura, in America proverete la peggiore disgrazia che possa
capitarvi, capirete che cosa significa essere schiavi".
D. – Ma se perfino i principali collaboratori del presidente, Colin Powell e
Condoleezza Rice, sono neri!
R. – "Le assicuro che i neri americani, nella stragrande maggioranza, possono
aspirare al massimo a diventare pompieri o poliziotti".
D. – Insomma, Bush doveva porgere l’altra guancia.
R. – "La Spagna dopo le stragi dell’11 marzo ha reagito in tutt’altro modo".
D. – Bel modo.
R. – "Che lei voglia o no, io con questa intervista un po’ d’influenza su di lei
la sto esercitando. Forse la faccio star male, forse la faccio star bene, non
so. Bush non s’accorge che spargendo odio in tutte le direzioni sta dividendo
ancora di più il mondo".
D. – Abbia pazienza, non l’ha dichiarata lui questa guerra.
R. – "Ma guardi che patisco il terrorismo islamico anch’io, sa? Quando un aereo
di Khartoum bombarda un altro aereo che distribuisce aiuti alimentari, lei come
me lo chiama? I sudanesi vivono un 11 settembre quotidiano eppure sui vostri
giornali non v’è traccia di questo martirio. Perché? Subiscono le ingiustizie e
le malattie senza astio. Da loro c’è solo da imparare. Battono il tamburo e
danzano anche se hanno la pancia vuota. Gli occidentali sono umanamente molto
più poveri, mi creda. Le tremila vittime delle Torri Gemelle le vedo ogni giorno
nei volti di chi viene a chiedermi cibo e non lo trova e mentre muore si sente
dire dal suo vescovo: il Signore ti vuole bene. Allora con l’ultimo fiato che ha
in corpo mi sussurra: ‘Di’ al Signore che siamo stati puniti abbastanza’".
D. – Mi dispiace. Ma non mi pare giusto incolpare di ciò gli Stati Uniti.
R. – "Quando sono in gioco i loro interessi, gli americani diventano prontissimi
al dialogo. Che lavorano per Dio, In God We Trust, l’hanno scritto solo sulle
loro banconote. In realtà credono più nel verde del dollaro che in Dio. A me
sono venuti a chiedere di dialogare con i musulmani. Cioè l’impossibile. Bush
s’è detto addirittura favorevole all’introduzione in tutto il Sudan della sharia,
la legge coranica, purché si faccia la pace tra nord e sud e possano riprendere
a pieno ritmo le estrazioni dell’oceano di petrolio su cui il Sudan galleggia".
D. – Ci siamo. È il petrolio.
R. –
"Gli Usa non vogliono la pace del Sudan, vogliono il petrolio del Sudan. Ci sono
1.500 chilometri di oleodotto dalla mia diocesi a Khartoum. Ha cominciato la
Chevron nel ’78 a venirsi a prendere le nostre riserve. Poi sono arrivati tutti
gli altri. Oggi il 42 per cento del greggio ce lo rubano i cinesi, che lo fanno
estrarre a un piccolo esercito di 25mila uomini tra mercenari ed ex galeotti. Il
24 per cento lo porta via la Malaysia. Al Canada è subentrata l’India. Ma la
storia ha le sue vie per rimettere in ordine il mondo. Paolo VI l’aveva
previsto: ‘Se continuate a calpestare il povero, viene il giorno in cui si
ribellerà. E guai a voi quando vedrete la rivoluzione del povero’. Sono le
parole di un profeta che aveva intuito dove ci avrebbe condotto il terrorismo,
tanto da essere pronto a sacrificare la sua stessa vita per salvare l’amico Aldo
Moro sequestrato dalle Brigate Rosse. Perché sapeva che l’unica via è quella di
Cristo: la misericordia".
D. – Ha visto il video della decapitazione dell’ebreo americano Nick Berg?
R. – "No, ma l’ho sentito descrivere con una tale ricchezza di particolari che è
come se l’avessi visto. Abbiamo superato il limite dell’umanità. Siamo tornati
barbari".
D. – È ipotizzabile che un giorno si possa vedere un filmato in cui alcuni
cristiani mozzano la testa a un uomo inneggiando a Gesù?
R. – "Dovrebbero essere matti che per caso un tempo erano cristiani".
D. – Anche la Chiesa, nei secoli bui, ha mandato al rogo dei poveri innocenti
recitando giaculatorie.
R. – "Ha sbagliato. Giovanni Paolo II ha chiesto scusa per questo. Il libro
della storia contiene nella pagina di sinistra i peccati degli uomini e in
quella di destra il perdono di Dio".
D. – Esagera chi sta parlando di scontro fra civiltà a proposito di occidente e
islam?
R. – "No. Siamo solo agli inizi. La Chiesa ha abbattuto il comunismo, ma sta
appena percependo la sfida dell’islamismo, che è ben peggiore. Il Santo Padre
non ha potuto raccogliere questa sfida per motivi di età. Ma il prossimo papa si
troverà ad affrontarla. E la via d’uscita non è che noi abbiamo ragione e loro
torto. Ci vantiamo di una tradizione cristiana che non viviamo nei fatti. Il
musulmano ha una costanza di pratica, di proselitismo superiore alla nostra. Già
quando ti insegna a dire ‘sukran’, grazie, per lui è missionarietà, perché
l’arabo è la lingua del Corano".
D. – Eppure suoi confratelli vescovi in Italia hanno concesso cappelle da
adibire a moschee.
R. – "Saranno i musulmani a convertire noi, non il contrario. Ovunque
s’insediano, prima o poi diventano una forza politica egemone. Gli italiani
intendono l’accoglienza da bonaccioni. Presto si accorgeranno che i musulmani
hanno abusato di questa bontà, facendo arrivare un numero di persone dieci volte
più alto di quello che gli era stato concesso. Sono molto più furbi di noi. A me
buttano giù le scuole e voi gli spalancate le porte delle chiese. Se uno è
ladro, non gli dai una stanza dentro il tuo appartamento, perché presto o tardi
non troverai più i mobili".
D. – Da una recente statistica risulta che solo il 20 per cento dei musulmani
presenti in Italia rispetta i precetti del Corano, così come solo il 20 per
cento dei cattolici va a messa tutte le domeniche. Insomma, sono musulmani per
modo di dire.
R. – "Ma la cultura islamica rimane. La religione è solo una parte della loro
civiltà. L’appartenenza alla umma, la comunità dei credenti musulmani, nessuno
la cancella".
D. – Ha senso esportare la nostra democrazia in società agropastorali che non
fanno alcuna distinzione fra politica e religione?
R. – "No. È da ignoranti. Gli islamici basano le loro decisioni solo ed
esclusivamente sulla umma. I diritti dell’individuo non sanno neppure che cosa
siano. È assurdo pretendere di inculcargli il primo emendamento della
costituzione americana, nel quale è previsto che il congresso non potrà fare
alcuna legge per proibire il libero culto, o per limitare la libertà di parola o
di stampa. Non lo capiscono proprio".
D. – In Sudan vige la sharia integrale?
R. – "Il governo fondamentalista sostiene che la applicherà solo agli islamici.
Che cosa capiterà a un imputato cristiano non si sa, visto che non esiste il
diritto alla difesa legale".
D. – Roberto Hamza Piccardo, segretario dell’UCOII, Unione delle Comunità
Islamiche in Italia, mi ha detto che in Sudan le flagellazioni sono simboliche,
perché "il fustigatore tiene il Corano sotto il braccio, per alleggerire i colpi
dello scudiscio".
R. – "Ho conosciuto questo signore. Se lei lo sta ad ascoltare, gliene racconta
altre mille di menzogne analoghe".
D. – Però anche san Benedetto prevedeva la fustigazione per "i malvagi, gli
ostinati, i superbi e i disobbedienti".
R. – "Non è diventato santo per questo, ma nonostante questo. Sono le piccolezze
dei grandi uomini".
D. – Mi ha detto Piccardo che alcuni pezzi di sharia applicati in Sudan, come il
taglio della mano, rappresentano "rarissime malvagità di boss locali che vessano
la povera gente".
R. – "Non è vero. È lo stato che più applica la legge coranica, che taglia mani
e piedi pure ai non musulmani, e che arresta senza prove".
D. – Piccardo mi ha anche detto che il leader islamista sudanese Hassan Al
Turabi, "giurista insigne", è contrario all’applicazione della pena capitale
agli apostati, cioè ai musulmani che passano con gli infedeli, come invece
prescriverebbe il Corano.
R. – "Al Turabi è la persona più scaltra di questo mondo. È intelligentissimo, è
avvocato, parla l’inglese meglio degli inglesi e il francese meglio dei
francesi. Ha una lingua biforcuta. Ci metterà sempre nel sacco. Le faccio un
esempio concreto. Nella versione in lingua inglese della costituzione sudanese
si afferma che la religione di stato è l’islam e che gli altri culti sono
tollerati. Nella versione in lingua araba però non v’è traccia di questa
garanzia".
D. – Però nel novembre scorso Al Turabi è andato a complimentarsi con Gabriel
Zubeir Wako, arcivescovo di Khartoum, primo cardinale sudanese, fresco di
porpora. Anche lei sta da 23 anni in Sudan e nessuno le ha mai torto un capello.
R. – "Dovrebbe osservare anche i capelli che sono diventati bianchi. La
punizione più grande che l’arabo sa infliggere è l’oppressione, il senso di
falsità. Se può ingannarti, lo fa con tutto il cuore. Si vanta della sua
capacità di imbrogliarti, dargli del bugiardo è fargli un complimento. Uno come
Bush, Al Turabi lo mena per il naso dove e quando vuole, per non dire di peggio.
Io, piuttosto che essere deriso e fatto fesso, preferisco prendere uno schiaffo.
I musulmani ti incutono paura, ti tengono in uno stato permanente di
insicurezza. È un’afflizione psichica continua, peggio di una tortura".
D. – Esiste lo schiavismo in Sudan?
R. – "Loro giurano di no. Sono andati a dirlo anche a Ginevra, all’Onu. Eppure
le mie missioni sono piene di ex schiavi. Nel ’90 ne ho riscattati personalmente
150, pagandoli meno di un cane di razza: 50 dollari le femmine, 100 i maschi.
Poi non l’ho più fatto, perché mi sono accorto che poteva diventare un circolo
vizioso. Li usano come pastori oppure li mandano a servizio dalle famiglie arabe
benestanti di Khartoum. Li obbligano a frequentare le scuole coraniche".
D. – Perché s’è fatto missionario?
R. – "Forse perché vedevo mio padre, un ortolano, portare la minestra ai
carcerati. Non ho mai pensato di fare altro. A 8 anni ero chierichetto nel
santuario del Sacro Cuore a Brescia, retto dai padri comboniani. A 9 sono andato
a visitare il loro seminario di Crema. A 10 ci sono entrato".
D. – Ha paura?
R. – "Non farei il mestiere che faccio se ne avessi. Con la paura non si
sopravvive. Quando mi accorgo che un mio sacerdote ha paura, lo tolgo dalla
missione. È una malattia contagiosa. Il giorno che diventassi pauroso, prego Dio
di prendermi".
D. – Tornerà mai in Italia?
R. – "La mia patria è il Sudan. Ho promesso ai miei fedeli che non li
abbandonerò neanche da morto. Loro sanno già dove mi devono seppellire".
D. – Crede che cristiani e musulmani potranno mai vivere in pace fra loro?
R. – "Il rispetto verrà dopo che ci saremo conosciuti. Per il momento
condividiamo solo la terra che calpestiamo".
D. – C’è qualcosa che i miei lettori e io possiamo fare per lei, padre?
R. – "Pregate tanto".
D. – Solo questo?
R. – "Non dimenticateci".
D. – Non la dimenticherò.
R. – "Lo farà. I poveri si dimenticano in fretta".