Il Vaticano muove alla scoperta di Israele. I suoi fedeli abitano lì
In Israele gli ebreocristiani sono sempre più numerosi e la Santa Sede si adegua. Il nuovo Custode della Terra Santa parla ebraico. E nel Cenacolo, ridato presto alla Chiesa, si tornerà a dir messa.
Fonte: www.chiesa.it, di Sandro Magister, 31\5\2004
Dal 15 maggio la Terra Santa ha un nuovo Custode, il francescano Pierbattista
Pizzaballa, 38 anni, bergamasco. Il Custode ha la potestà su tutti i maggiori
luoghi sacri cristiani della terra di Gesù. L’hanno eletto i suoi confratelli,
ma è il Vaticano che ha avuto l’ultima parola. Pizzaballa parla ebraico ed è
stato parroco degli ebreocristiani di Gerusalemme. È amicissimo del vescovo
Jean-Baptiste Gourion, l’ebreo convertito che dallo scorso autunno è stato messo
lì dal papa a curare “i fedeli cattolici di espressione ebraica” viventi in
Terra Santa.
Il nuovo Custode è la conferma di una svolta in corso. Il Vaticano cerca di
raffreddare gli ardori filopalestinesi del patriarcato latino di Gerusalemme,
retto dall’arabo Michel Sabbah, e guarda con interesse crescente all’altro
versante, a Israele.
La svolta ha ragioni religiose: il forte desiderio di Giovanni Paolo II di far
pace con gli ebrei, da lui ribadito nel messaggio del 23 maggio per il
centenario della sinagoga di Roma.
Ma ha anche ragioni demografiche: i cristiani arabi in Terra Santa sono sempre
di meno, nei Territori ne sono rimaste poche decine di migliaia; mentre sono
sempre più numerosi, invece, i cristiani non arabi che abitano in Israele. Negli
anni Novanta ne sono arrivati più di duecentomila dalla Russia, dall’Ucraina e
da altri paesi slavi. Sono di parentela ebraica ma battezzati. Molti sono nati
ortodossi, ma facili a passare al cattolicesimo. In essi la Chiesa di Roma vede
il futuro della presenza cristiana in Terra Santa.
Il Vaticano lavora su più terreni e con più uomini. Per la conquista degli
immigrati dall’est d’Europa ha dato libero corso ai
neocatecumenali, attivissimi
nel far proseliti e sicuramente i più filoisraeliani tra i movimenti cattolici
nati negli ultimi decenni. Sopra il monte di Korazym, in vista del Mare di
Galilea, essi hanno quasi ultimato una cittadella per la formazione dei loro
missionari, inaugurata dal papa nel 2000 durante il suo viaggio in Israele, tra
gli applausi dei rabbini compiaciuti dello stile anticotestamentario della
costruzione. Il loro fondatore e capo supremo, lo spagnolo Kiko Argüello, ha
incontrato di recente Ariel Sharon. Anche nei mesi più cupi dell’ultima intifada
non hanno mai cessato di portare pellegrini in Terra Santa, facendo capo a
un’agenzia di viaggi ebraica o direttamente alla compagnia aerea israeliana El
Al.
Quanto agli arabocristiani che abitano nei Territori, il Vaticano fa di tutto
perché non emigrino: sollecita i pellegrini che visitano quelle terre a portare
loro aiuti in denaro. Ma un conto è il sostegno umanitario, un conto quello
politico. Contro gli eccessi d’attivismo filopalestinese il Vaticano s’è fatto
più severo. Il francescano Ibrahim Faltas, divenuto celebre come portavoce dei
guerriglieri che occupavano la basilica di Betlemme nella primavera del 2002, è
sulla lista degli epurandi.
Poi c’è il terreno diplomatico. Lo scorso autunno, quando monsignor Jean-Louis
Tauran lasciò la carica di ministro degli esteri, i rapporti tra il Vaticano e
Israele erano pessimi. Col suo successore Giovanni Lajolo e col nuovo
ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Oded Ben-Hur, qualche lume s’è
acceso. È imminente la ripresa di negoziati ufficiali. E uno dei punti vicini a
soluzione ha per oggetto la Sala del Cenacolo, a Gerusalemme.
Giovanni Paolo II, nel 2000, vi celebrò messa. Ma formalmente il Cenacolo è una
ex moschea di proprietà dello stato d’Israele, visitabile come fosse un museo.
La speranza della Santa Sede è di vederlo restituito a luogo di culto cristiano,
e il papa contava di darne l’annuncio lo scorso giovedì santo, memoria
dell’ultima cena di Gesù. Il governo israeliano è pronto a cedere il Cenacolo
non in proprietà ma in uso al capo della Chiesa cattolica. Restano però ancora
dei punti da negoziare: ad esempio lì sotto c’è una tomba venerata dagli ebrei
come sepoltura di Davide. Per il Vaticano i negoziatori ufficiali sono Lajolo e
il nunzio in Israele, l’arcivescovo Pietro Sambi. Ma alla loro ombra si muovono
gli sherpa, gli effettivi tessitori di questo e di altri accordi. Sono entrambi
francescani: David-Maria Jaeger, altro ebreo convertito, giurista ferratissimo,
e Pizzaballa, il nuovo Custode.
[Da “L’espresso” n. 22 del 28 maggio-3 giugno 2004]
Un altro punto di frizione con il Vaticano riguarda il mancato rinnovo dei visti
d’ingresso in Israele per circa centoventi preti, suore, religiosi originari del
Libano e di altri paesi arabi.
Per anni essi hanno avuto il visto rinnovato per routine. Ma qualche mese fa,
adducendo ragioni di sicurezza, il governo israeliano ha deciso di sottoporre a
meticoloso controllo ciascuna richiesta di rinnovo, e le ha tutte bloccate. Col
risultato che molti di questi religiosi continuano a restare in Israele
illegalmente, a visto scaduto, e non se ne vanno perché temono di non potervi
rientrare.
Per accelerare la soluzione del caso si è recato in Israele dal 24 al 28 maggio
il cardinale Walter Kasper. Propriamente il suo ruolo è di curare i rapporti
religiosi con l’ebraismo. Ma nell’agenda del suo viaggio, fitta di incontri con
rabbini e uomini di Chiesa cattolici, greci ed armeni, Kasper, oltre che con
autorità d’Israele, ha fatto posto anche alla questione visti.
Alla visita di Kasper farà seguito dal 1 al 4 giugno, a Gerusalemme, un meeting
tra i rettori della Hebrew University, della Tel Aviv University, della Bar-Ilan
University e i loro omologhi delle quattro maggiori università pontificie
romane: il vescovo Salvatore Fisichella della Lateranense, il gesuita Franco
Imoda della Gregoriana, padre Giuseppe Cavallotto dell’Urbaniana, l’università
di Propaganda Fide, e don Mariano Fazio dell’università della Santa Croce, dell’Opus
Dei.
Fisichella è braccio destro del cardinale Camillo Ruini, il vicario del papa che
domenica 23 maggio ha letto il messaggio di Giovanni Paolo II agli ebrei nella
sinagoga di Roma, nel centenario della costruzione. Mentre Imoda è confratello e
amico del cardinale Carlo Maria Martini.
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Senza prevedibili rapide soluzioni è invece la controversia creata dal muro di
separazione che Israele sta innalzando tra sé e i Territori.
La protesta della Chiesa è sia di principio (il papa ha invocato pubblicamente
“non muri ma ponti”), sia dettata da motivi pratici. Uno degli ultimi atti del
predecessore di Pizzaballa come Custode della Terra Santa, padre Giovanni
Battistelli, è stato, il 24 marzo, la presentazione a Ginevra, alla commissione
dell’Onu per i diritti umani, di una protesta formale.
In essa, oltre a lamentare che il muro non ricalca la “Linea Verde” del 1967 ma
ingloba il 7 per cento del territorio palestinese con circa 95.000 abitanti, la
Custodia denuncia una serie di “violazioni di diritti umani” a danno dei
cristiani del posto.
“Massicci sbarramenti di cemento bloccano la strada verso la città araba di Abu
Dis e tagliano in due la città vecchia di Betania. I bulldozer dell’esercito
sono penetrati nell’area di un convento e hanno distrutto gli alberi d’ulivo di
un altro. Il muro circonda un’altra casa religiosa della stessa area impedendo
di accedervi dai Territori. Tutti questi atti violano in modo flagrante
l’Accordo Fondamentale tra la Santa Sede e lo stato d’Israele firmato il 30
dicembre 1993 ed entrato in vigore il 10 marzo 1994”. Seguono i rimandi precisi
a due articoli di detto Accordo.