Dramma e atrocità

 

Fonte: Il Foglio, 20\5\2004

 

Negli ultimi giorni, secondo fonti palestinesi, all’ospedale di Rafah sono arrivati 33 cadaveri e decine di feriti: 22 corpi sono stati sistemati nella camera frigorifera di una fattoria. Un corteo di civili – organizzato per manifestare contro l’incursione che nella mattina aveva portato le forze israeliane a Tel es Sultan, un quartiere del campo profughi di Rafah, provocando 5 morti – è stato centrato da almeno 5 colpi tirati dai blindati e dagli elicotteri israeliani.

Domenica 2 maggio scorso un commando di terroristi palestinesi a Gaza ha teso un agguato alla macchina della famiglia Hatuel. Madre incinta e quattro figlie tra due e undici anni d’età non sono state uccise da una mina o da una sventagliata di mitra. Una volta fermata la macchina, i terroristi palestinesi hanno freddato le quattro bambine, che si tenevano abbracciate, con due colpi alla testa per ciascuna. Questo episodio, insieme alla macabra esposizione di resti umani di soldati israeliani a Gaza la settimana scorsa – di fronte a una folla in delirio – offre il contesto per l’operazione israeliana in corso a Gaza.

Il mondo arabo e la leadership palestinese cercano di presentare le azioni israeliane come genocidio e crimini di guerra. Ma se Israele volesse massacrare indiscriminatamente civili indifesi – sul massacro di oggi è stata immediatamente aperta un’inchiesta – non avrebbe bisogno di mandare la fanteria a rischiare la pelle: raderebbe al suolo Gaza.

Israele non lo fa perché anche l’Operazione Arcobaleno, come già a suo tempo l’Operazione Muro Difensivo, mira a colpire un nemico che combatte senza regole e senza rispetto per la vita umana, di amici come di nemici, cercando di ridurre al minimo il danno collaterale.

Anche dopo la sconfitta nel referendum del Likud, Ariel Sharon è intenzionato a lasciare Gaza. Ma nel fare questo, ci sono due alternative: la prima è un disimpegno da Gaza che ricorda il disimpegno americano in Afghanistan dopo il ritiro dell’Urss nell’aprile del 1989; la seconda è un disimpegno successivo all’eliminazione dell’infrastruttura terroristica e del suo potenziale bellico.

Nel primo caso, il ritiro israeliano non provocherebbe altro che un’escalation di violenza: lascerebbe intatta la struttura terroristica e favorirebbe l’ingresso di armi ben più potenti di quelle attualmente in uso a Gaza. Inoltre, in tali circostanze il ritiro sarebbe visto dal terrorismo palestinese come un replay del ritiro israeliano dal Libano: non un disimpegno strategico, ma una fuga. In tale circostanza, l’incentivo ad aumentare la violenza avrebbe inevitabilmente il sopravvento sulla volontà politica – peraltro inesistente nell’attuale leadership palestinese – di chiudere le ostilità e negoziare.

Nel secondo caso, il ritiro avverrebbe soltanto dopo un indebolimento significativo delle forze terroristiche, e in maniera ordinata, non sotto il fuoco e senza perdere il deterrente strategico che Israele deve mantenere perché il disimpegno da Gaza possa tradursi in un significativo contenimento del conflitto. Per questo Israele ha lanciato l’Operazione Arcobaleno a Rafah.

I tunnel del traffico delle armi

L’intervento israeliano è dettato da un altro dato sconcertante. Le armi usate per massacrare la famiglia Hatuel, le mine utilizzate per uccidere i 13 soldati la settimana scorsa e i razzi che piovono nel sud d’Israele giornalmente giungono a Gaza da tunnel scavati sotto il corridoio Filadelfia, che separa l’Egitto dalla striscia palestinese e che arrivano all’interno di case di civili. Né l’Egitto né l’Autorità palestinese, fanno nulla per impedire il continuo traffico di armi, clandestini, droga e altra merce di contrabbando.

Il traffico, controllato da alcuni clan locali, alimenta la struttura terroristica palestinese e gode d’impunità, grazie a bustarelle e ignavia politica, sul lato egiziano della frontiera. Se Egitto e Anp intervenissero, dice Israele, non dovremmo prendere l’iniziativa, mettendo a rischio la vita dei nostri soldati e quella di innocenti civili palestinesi. Ma nessuno nel mondo arabo ha intenzione di fare nulla di costruttivo per facilitare l’uscita d’Israele dai territori, un ritorno ai negoziati, e una riduzione drastica della violenza. Tocca a Israele agire: di fronte a un nemico che uccide civili indifesi, che agita fiero le teste mozze dei soldati uccisi in battaglia, che da quattro anni segue una strategia di massacro indiscriminato di innocenti israeliani mentre si fa scudo di innocenti palestinesi. I palestinesi hanno deciso di utilizzare edifici civili, ambulanze, moschee e scuole come copertura per le loro azioni militari. Quei luoghi, secondo la convenzione di Ginevra, possono diventare obiettivi legittimi. L’azione di Israele ha fermato gli attentati dei kamikaze, ma ha un prezzo altissimo, il tributo di sangue pagato dalla popolazione palestinese, a volte costretta, contro la sua volontà, a fare da scudo e da bersaglio nel conflitto a fuoco.