Quattordici secoli di islam, quattordici secoli di martirio cristiano
 

Prefazione a: Camille Eid, “A morte in nome di Allah. I martiri cristiani dalle origini dell’islam a oggi”, Piemme, Casale Monferrato, 2004, pp. 224, euro 12,50

 

di Sandro Magister

 

Fonte: www.chiesa.it

 

Quattordici secoli di islam. Quattordici secoli di martirio cristiano. Con la sua narrazione globale, estesa nel tempo e nello spazio, degli atti dei martiri in terra musulmana, questo libro di Camille Eid è una prima assoluta. È la storia della travolgente espansione del dominio islamico, e poi dei suoi splendori di civilizzazione, e poi del suo declino, narrata da un punto di vista decisamente alternativo e non convenzionale, quello degli uccisi per la loro fede in Gesù Cristo.
La convenzione dice tutt’altro. Dice di un’Europa che si dilania in secolari guerre tra fratelli di fede, che perseguita e caccia le sue minoranze, mentre in terra d’islam vige la benevola protezione dei “dhimmi” ebrei e cristiani, cittadini sì di seconda classe, ma rispettati ed accolti, talora promossi ad alti gradi nelle amministrazioni e nelle corti.
L’idea di “dhimmitudine” è uno dei più duraturi successi d’immagine dell’islam. Se ne sperimentano ancora gli effetti nell’Europa d’oggi, con la sua diffusa ricerca di protezione, culturale e politica, presso un mondo musulmano al quale concede moltissimo e sul quale sospende troppi giudizi.
L’Europa d’oggi, anche in larghi suoi strati cristiani, arrossisce quando Giovanni Paolo II eleva agli altari Marco d’Aviano, l’intrepido condottiero spirituale della vittoria di Vienna nel 1683 sulle armate ottomane. Si stupisce e si irrita quando “La Civiltà Cattolica” del 18 ottobre 2003 torna a squadernare con insolita crudezza i quasi mille anni di incessante minaccia guerresca dell’islam sul continente cristiano, di cui “per ben due volte ha messo in pericolo la sopravvivenza”.
I “dhimmi” non erano minoranze protette. Erano, in origine, maggioranze numericamente schiaccianti, passate sotto il dominio dei nuovi conquistatori. Erano le fiorentissime cristianità dei padri della Chiesa, di Agostino, di Atanasio, di Basilio: erose, smantellate, progressivamente distrutte con sapiente e implacabile macchinario giuridico e militare, dopo averne spremute tutte le risorse di cultura e ricchezza.
Gli atti dei martiri raccontati da Camille Eid sono l’altra faccia di questa deliberata, sistematica cancellazione della fede cristiana. Sono la resistenza degli irriducibili. Se su molte di queste storie era caduto l’oblio, era anche perché i loro correligionari per primi vi avevano steso sopra un velo, per ragioni di sopravvivenza nel loro statuto di “dhimmi”.
L’effetto per il lettore moderno è, così, quello della riscoperta. È come se davanti a lui riaffiorassero dalle sabbie desertiche dei monumenti antichi. Camille Eid ce li restituisce allo stato grezzo, l’uno dopo l’altro, raggruppati per luoghi ed età. Il contesto storico è più fatto intuire per lampi che ricostruito con precisione.
Ma proprio questa è un’altra delle sorprese del libro. Di questa nuda sequenza di racconti colpisce la similitudine. Pur a distanza di secoli, il martirio di un cristiano d’allora e quello di un cristiano d’oggi si somigliano in un modo che impressiona, soprattutto per gli immutati moventi di chi li ha messi a morte. I martiri cristiani dell’islam sono i testimoni di uno scontro di civiltà che si sa quando è iniziato. Ed è ancora in atto.