"Non lasceremo un solo ebreo in Palestina"
di Fiamma Nirenstein
Fonte: La Stampa, del 18\4\2004
Può’ darsi che adesso Hamas
sia finita veramente; può darsi che invece l’eliminazione di Rantisi galvanizzi
intorno a Hamas la rabbia popolare e tutte le varie organizzazioni interessate a
colpire Israele con attentati, come gli Hezbollah e la Jihad Islamica. Può darsi
che questo spinga Al Fatah a cercare di governare Gaza una volta che sia stata
lasciata dagli israliani; può darsi che al contrario che voglia adesso dare un
segnale di unità nazionale porgendo una mano a Hamas. In queste ore i
palestinesi tacciono sconcertati. A Gaza, dove tutti i muezzin subito dopo
l’uccisione di Rantisi hanno cominciato a chiamare i fedeli, in queste ore c’è
grande scompiglio nelle file dell’organizzazione integralista e le strade si
vanno riempiendo di manifestanti.
In Israele le reazioni sono concordi. Shimon Pers ha detto: «Era un terrorista,
ed è stato chiamato a pagare il suo conto». L’eliminazione di Rantisi va vista
nel contesto politico drammatico di questi giorni ma anche in quello della lunga
serie di eliminazioni degli ultimi mesi. Il contesto attuale: proprio stamani
Ariel Sharon presenta il suo progetto di ritiro al Consiglio dei ministri, dopo
aver ricevuto l’approvazione di George Bush. Fra i suoi ministri quelli di
destra l’hanno sempre accusato di voler fuggire da Gaza e da parte della
Cisgiordania, di lasciar credere a una resa totale di fronte agli attentati che
invita ad altri attentati. L’eliminazione del capo di Hamas dovrebbe convincere
che il contesto dello sgombero futuro è quello di una migliore linea di difesa.
C’è poi una ragione immediata: essa consiste nell’opportunità fornita
dall’esercito che seguiva i movimenti di Rantisi. Già due giorni fa (si è saputo
ieri sera) era stato dato il via all’operazione contro il capo di Hamas che poi
è stata cancellata all’ultimo momento perché egli era circondato da bambini e
civili. Ieri, secondo quanto riportato dai Servizi, per la prima volta Rantisi
si è trovato relativamente isolato rispetto alla popolazione civile.
Il contesto generale è quello di una politica di deterrenza inboccata con
decisione da Sharon per effettuare il ritiro da Gaza in condizioni che non
dessero a Hamas l’impressione della vittoria, e soprattutto per diminuire il
numero degli attentati. Questa operazione di deterrenza aveva già eliminato
oltre a Yassin altri leader di Hamas. Infine, le trattative che Rantisi stava
intrattendo con Mohammed Dahlan, l’uomo forte di Al Fatah a Gaza, promettevano a
Hamas un ruolo centrale nella prossima gestione autonoma di Gaza, e questo
suscitava (e suscita) grande preoccupazione circa la trasformazione della
Striscia in una grande base di attività antisraeliane.
Ma la ragione principale della decisione va cercata nella alta pericolosità
attribuita alla personalità di Abdel Aziz Rantisi, ritenuto il più duro fra
tutti i capi dell’organizzazione che ha inflitto tante perdite a Israele. Quella
Subaru su cui il nuovo capo di Hamas a Gaza viaggiava quando è stato raggiunto
dai missili lanciati dall’elicottere Apache non era la sua macchina: in genere,
Rantisi viaggiava su una grossa jeep color argento, che dopo l’eliminazione
dello sceicco Yassin era un segno di sfida.
Rantisi, che aveva 57 anni ed era nato a Yubna, vicino a Giaffa, viveva a Gaza
dall’età di un anno. Trentasei ore dopo la morte dello sceicco si era dichiarato
capo di Hamas, ed era stato il primo a giurare una vendetta mai vista. Aveva in
questi giorni due principali attività: cercare di mettere a segno un grosso
attentato dopo l’uccisione di Yassin; trattare con Al Fatah in modo da ottenere
più vantaggi possibili per Hamas dopo che gli israeliani, secondo il programma
di Sharon, se ne saranno andati. L’uomo, di professione pediatra, non era un
religioso come il suo predecessore a Gaza, ma un politico e un terrorista con le
sue radici nella Fratellanza Musulmana in Egitto, dove aveva trascorso la sua
vita da studente. La sua fama era stata guadagnata sul campo, per la durezza
delle sue posizioni, per la chiarezza delle sue dichiarazioni a favore del
terrorismo, e anche per essere scampato quasi miracolosamente a un precedente
tentativo di elininazione. Allora, il 10 giugno del 2003, dal letto d’ospedale,
ferito, aveva diochiarato: «In nome di Dio, non lasceremo un solo ebreo in
Palestina, combatteremo con tutta la nostra forza: questa è la nostra terra e
non è degli ebrei».
Subito dopo l’uccisione di Yassin aveva giurato (non per la prima volta) di
uccidere Sharon; di lui diceva: «Un terrorista, un nazista. Con l’aiuto di Dio
Hamas colpirà tutta Israele e ucciderà sia Sharon sia il suo amico Peres». Si
era guadagnato una fama particolare per avere stilato nell’87 la Carta di Hamas
che stabiliva la sparizione d’Israele; benchè più volte l’organizzazione avesse
parlato di eventuali elezioni dopo la morte di Yassin, Rantisi si era
rapidamente autonominato capo, ma qui aveva trovato un deciso intralcio
nell’opposizione di Khaled Mashal, il capo di Hamas con sede a Damasco. Mashal,
che tiene i cordoni di molte borse fra cui i finanziamenti internazionali, aveva
costretto Rantisi a precisare la sua posizione: responsabile solo per Gaza,
sotto la giurisdizione internazionale di Mashal.
Il cugino di Rantisi, Ribhi, aveva dichiarato: «Adesso che è un capo diventerà
più moderato». Ma questo non è successo: Rantisi era non solo antisraeliano, ma
aveva giurato la morte a tutti gli ebrei; ogni giorno dopo l’eliminazione di
Yassin ci sono stati grosso modo una sessantina di avvertimenti
dell’intelligence al giorno, un grande uso delle donne come terroriste, una era
stata fermata due giorni fa con 25 chili di tritolo; aveva consentito l’uso dei
bambini, fra cui quello ormai famoso che tutte le televisioni del mondo hanno
filmato al check-point di Gaza due settimane fa. Di fronte alla prospettiva
della morte aveva risposto in inglese alle telecamere: «Morirò comunque, di
cancro o a causa di un elicottero Apache. Preferisco un Apache». Da Gaza nella
notte Hamas ha dichiarato che la risposta certo ci sarà, ma ha aggiunto di avere
bisogno di tempo per «compiere alcune operazioni di organizzazione sul terreno».