I musulmani italiani: gli imam si nascondono dietro donne e bambini

 

Fonte: Libero, il quotidiano di V. Feltri, del 17\4\2004

 

Mandano avanti le donne e i bambini, ma gli imam non ritornano sulle loro posizioni. Ieri dalle colonne di Libero era stata sottolineata l'ambiguità del comunicato dell'Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia, dove si condannava l'omicidio di Fabrizio Quattrocchi, ma non si chiedeva il rilascio degli ostaggi. Così, dopo la lettura dei giornali, i mullah si sono riuniti a consiglio senza arrivare a concludere nulla. Un mea culpa è impensabile. Una ritrattazione non sarebbe dignitosa. Che fare, allora? Si cambia sigla e si mettono in campo "le mamme musulmane italiane". Cioè, notoriamente quelle che nell'islam contano meno del due di coppe a briscola. Proprio a loro, la porzione di gran lunga meno influente della comunità, si affida l'appello «a chi tiene prigionieri i civili in Iraq» per la liberazione degli ostaggi. «Fate questo gesto generoso ed umano, ridateci i nostri connazionali vivi, restituite a queste mamme i loro figli», scrivono. Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Salvatore Stefio devono affrontare, oltre al rapimento e alle minacce di morte, anche questo falso pietismo nascosto dietro il burqa. Mica dicono che stanno pregando per la salvezza dei sequestrati. Se ne guardano bene, anzi li trattano come una specie di pacifisti: «Questi ragazzi sono figli del nostro popolo, che è sceso in piazza anche lo scorso 20 marzo per invocare la pace in tutto il mondo, Iraq al primo posto. Questi ragazzi hanno madri, mogli, figli che li stanno piangendo e aspettando: il loro dolore è il nostro, anche noi siamo mamme, mogli, figlie italiane». Ricordano che «molti bambini irakeni sono giunti in Italia con gli aerei della Croce rossa e sono stati curati con amore e generosità». Poi, nelle loro abitazioni, nelle moschee e nelle scuole islamiche, educano i propri figli al martirio in nome di Allah, chiamano i cristiani e gli ebrei «scimmie e maiali». L'ipocrisia non ha mai fine.