L’Occidente
pacifista nemico di se stesso
Il filosofo francese sostiene in un pamphlet le ragioni dell’intervento in Iraq,
«un atto di responsabilità delle democrazie»
di ANDRÉ GLUCKSMANN
Fonte: Corriere della Sera, del 19\3\2004
Tesi del 10
settembre: le guerre sono antidiluviane, il tempo lavora a favore dei pazienti e
dei prudenti; la pace, la legge e l'ordine innanzitutto, la libertà seguirà.
Tesi dell'11 settembre: il tempo è impazzito, bisogna avere il coraggio di
pensare: la libertà innanzitutto, la pace (con difficoltà) seguirà.
Unita contro «l'avventurismo americano», l'opinione mondiale o ritenuta tale ha
brandito le evidenze del 10 settembre che amalgamano le abitudini della guerra
fredda e le illusioni del decennio che segue. Fino a che si contrapponevano due
blocchi, un'implicita regola del gioco lasciava a entrambe le parti il compito
di governare i propri membri e le loro condizioni di vita, fossero anche
infernali.
Certo, l'Est e l'Ovest s'imbalsamavano a vicenda e ostentavano le loro
inconciliabili definizioni di libertà - private o collettive, formali o reali,
concrete o utopiche, presenti o future -, ma il «mondo libero» e il «campo
socialista» erano d'accordo nel riservare questa disputa alla propaganda. La
libertà rimaneva una questione interna a ciascuno dei blocchi, mentre la pace -
le frontiere, i livelli di armamento, i conflitti latenti o in atto - era quasi
l'unico oggetto dei confronti e dei negoziati fra i blocchi.
Lungi dall'annacquare il primato di una ricerca incondizionata della pace,
l'ottimismo post Guerra fredda lo ha cristallizzato. Industriale, nucleare o
anticoloniale, la guerra del XX secolo lasciava la scena alla sua mutazione
terroristica che da Vukovar a Sarajevo, da Algeri a Kigali, da Kabul a Grozny
preoccupava poco. La libertà parve più che mai figlia della nostra pace
post-storica. Il tempo è con noi: lottare per la pace è lottare per la libertà.
La tranquillità alberga in noi: lottare per la libertà è prima di tutto lottare
per la pace. Errore! Queste lezioni della Guerra fredda erano troppo parziali
per essere vere. Si dimenticava la crudele ripartizione del mondo. Si trascurava
la lotta dei dissidenti, la rivolta degli operai polacchi, l'amore per la
libertà che animava le insurrezioni a Berlino, Budapest, Danzica, Praga,
ripetute fino all'implosione finale. Ci si ostinava a credere che contasse solo
la pace e il che «resto» - la libertà, l'uguaglianza e la fraternità - sarebbe
seguito.
Momento di verità, l'11 settembre 2001 inverte i fattori. La libertà non è il
semplice prodotto interno delle paci esterne. La libertà diventa un imperativo
internazionale, il perno della coesistenza dei popoli nell'era del terrorismo
senza frontiere. Quando, nel 1991, Milosevic diede inizio alle sue avventure
omicide, tutti i grandi dell'Europa occidentale credettero che con apertura di
credito e un cospicuo aiuto economico sarebbe stato facile riportare l'uomo di
Belgrado a una ragione moderata e irenica: la pace e il denaro piuttosto che la
guerra e la distruzione! Milosevic la pensava diversamente.
È un'illusione ingannevole pensare che conviene aspettare, che il lungo termine
lavora per la democrazia, che una provvidenza garantisce l'avvenire nel nome di
Dio, del Mercato e del Progresso sociale. Una simile chimera tiene lontani dalle
sventure del mondo: dato che sono effimere e remote sono senza importanza. Senza
importanza vent'anni di guerra in Afghanistan; senza importanza la sorte delle
donne afghane; senza importanza le sofferenze della popolazione cecena; senza
importanza il fatto che sarebbero bastati cinquemila soldati per evitare lo
sterminio di un milione di tutsi; senza importanza la scomparsa appena nominata
di due, tre milioni di persone in Congo; senza importanza i duecentomila uccisi
nel cuore dell'Europa in dieci anni. Senza importanza in virtù della nostra
pace. Prendere sul serio la caduta delle Twin Towers è constatare che nel
deserto afghano e nelle grotte di Tora Bora si decide una parte del destino di
New York. Ecco quello che induce a una rivoluzione mentale e mette a disagio le
abitudini confortevoli e ovattate di più generazioni occidentali che hanno
trascorso giorni felici sotto i benevoli ombrelloni della dissuasione nucleare.
I dissidenti iracheni fanno notare da parecchio tempo che l'arma principale di
distruzione di massa di Saddam è Saddam stesso. La fine della Guerra fredda ha
permesso simultaneamente l'affermazione di democratici come Vaclav Havel e
l'emancipazione di dittatori come Milosevic & Co. In Africa, in Asia, in Europa,
il disgelo ha funzionato nei due sensi. I combattenti della libertà si sono
sentiti le ali addosso. I despoti si sono dati libertà d'azione. Questi capi
senza fede né legge minacciano il loro popolo e, a seconda dei loro mezzi, i
popoli vicini: il terrorismo è una malattia tanto più contagiosa quanto più gli
esecutori si danno da fare per diffonderla e inocularla.
La forza d'urto che esplode nel dopo Guerra fredda genera un doppio terrore:
interno, contro le proprie truppe; esterno, nella prospettiva di sottomettere
con il ricatto i popoli vicini e lontani. Così il terrorista islamico, un
esempio fra i tanti, sgozza i suoi fratelli musulmani in primo luogo, per
estendere in seguito la sua riprovazione, la sua jihad , al mondo intero;
passa santamente dall'esecuzione dell'apostata all'assassinio del
miscredente.(...)
La traduzione «Stato canaglia» per l'americano «Rogue State» non avrà influito
poco sull'emotività degli «antiguerra». Manca la sfumatura dell'uomo nero e
brutale, difetta la nota di disprezzo che invece veicola l'espressione
anglosassone: triviale, ignobile mascalzone, altro che delinquente di buona
qualità. Tenere a bada una «canaglia» è un lavoro da poliziotti, lo Stato non ne
è responsabile, con il rischio che i cittadini discutano all’infinito del
dosaggio giusto di repressione e prevenzione. Uno Stato canaglia appare di primo
acchito un ossimoro, una contraddizione in termini. Di conseguenza, ci si
preoccupa meno della canaglia che dell'arroganza del poliziotto americano,
questo soggetto al di sopra degli Stati, che pretende di prenderli tutti per la
collottola. Il presunto delitto è interpretato con l'aiuto della batteria di
concetti che definiscono un fatto di cronaca ordinaria, le canaglie operano in
mezzo alla strada dove chiunque si improvvisa consigliere pedagogico, avvocato,
protettore dell'infanzia traviata, esercito delle salvezza, raddrizzatore dei
torti. Il dibattito è interminabile e si presta a incessanti capovolgimenti. La
Francia, che al momento delle elezioni aveva optato per la sicurezza delle sue
periferie, chiedendo più polizia e pene più pesanti, si è rifatta seduta stante
spandendo la propria mansuetudine e tolleranza ai danni delle periferie del
mondo.