Le vergini e l’uva: le origini cristiane del Corano
di Sandro Magister
Fonte: www.chiesa.espressonline.it,
marzo 2004
Uno studioso tedesco di lingue antiche rilegge il libro sacro dell’islam. Sostiene che è nato ad opera di cristiani di lingua siro-aramaica, per evangelizzare gli arabi. E lo traduce in modo nuovo.
Che l’aramaico sia stata la lingua franca di una vasta area del Medio Oriente
antico è nozione ormai arcinota a un vastissimo pubblico, grazie all’ultimo film
di Mel Gibson, “The Passion of the Christ”, ascoltato da tutti proprio in quella
lingua.
Ma che il siro-aramaico sia stato anche radice del Corano, e del Corano di
primitivo impianto cristiano, è nozione più specialistica, quasi clandestina. E
parecchio pericolosa. L’autore del libro più importante in materia – un
professore tedesco di lingue antiche semitiche ed arabe – ha preferito, per
prudenza, firmare con lo pseudonimo di Christoph Luxenberg. Qualche anno fa un
suo collega dell’università di Nablus in Palestina, Suliman Bashear, è stato
gettato dalla finestra da suoi allievi musulmani scandalizzati.
Anche nell’Europa del Cinquecento e del Seicento, dilaniata dalle guerre di
religione, i biblisti usavano tenersi al riparo con pseudonimi. Ma se oggi a
farlo sono studiosi del Corano, musulmani e non, è segno che anche per il libro
sacro dei musulmani è cominciata l’era delle riletture storiche, linguistiche,
filologiche.
È un inizio promettente per molti motivi. Gerd-Rüdiger Puin, professore
all’università della Saar in Germania e anch’egli studioso di filologia del
Corano, sostiene che questo tipo di accostamento al libro sacro dell’islam può
aiutare a sconfiggere le sue letture fondamentaliste e manichee, e a mettere in
miglior luce i suoi legami con l’ebraismo e il cristianesimo.
Il libro di “Christoph Luxenberg” è uscito nel 2000 in Germania col titolo “Die
Syro-Aramäische Lesart des Koran” (“La lettura siro-aramaica del Corano”), edito
a Berlino da Das Arabische Buch. È esaurito e non ne esistono traduzioni in
altre lingue. Ma sta per arrivare in libreria una sua nuova edizione aggiornata,
sempre in tedesco.
Ecco qui di seguito un’intervista con l’autore, pubblicata in Germania sul
quotidiano “Süddeutsche Zeitung” e in Italia su “L’espresso” n. 11 del 12-18
marzo 2004:
Dal Vangelo all’islam
Intervista con “Christoph Luxenberg”, di Alfred Hackensberger
D. – Professore, per quale motivo ha ritenuto utile fare questa rilettura del
Corano?
R. – “Perché nel Corano si trovano numerosi punti oscuri dei quali fin
dall’inizio gli stessi commentatori arabi non riuscirono a dare una spiegazione.
Di questi passaggi si è detto che Dio solo può comprenderli. La ricerca coranica
occidentale, iniziata in maniera sistematica solo intorno alla metà del XIX
secolo, ha sempre adottato come base i commenti degli studiosi arabi. I quali
però non sono mai andati al di là della spiegazione etimologica di qualche
termine di origine straniera».
D. – In che cosa il suo metodo si differenzia?
R. – “Sono partito dall’idea che il linguaggio del Corano si debba studiare in
un’ottica storico-linguistica. Ai tempi della nascita del Corano l’arabo non
esisteva come lingua scritta; perciò mi è sembrata evidente la necessità di
prendere in considerazione soprattutto l’aramaico, che all’epoca, tra il IV e i
VII secolo, era non solo la lingua della comunicazione scritta, ma anche la
lingua franca di quell’area dell’Asia occidentale”.
D. – Ci descriva come ha fatto.
R. – “In un primo tempo ho fatto una lettura ‘sincronica’. In altri termini: ho
tenuto presente al tempo stesso sia l’arabo che l’aramaico. Grazie a questo
procedimento ho potuto scoprire il grado di incidenza finora insospettato dell’aramaico
nel linguaggio del Corano: di fatto, buona parte di ciò che oggi passa sotto il
nome di ‘arabo classico’ è di derivazione aramaica”.
D. – Che dire allora dell’idea, finora accettata, che il Corano sia il primo
libro scritto in lingua araba?
R. – “Secondo la tradizione islamica, il Corano risale al VII secolo, mentre i
primi esempi di letteratura araba nel senso pieno del termine si trovano solo
due secoli dopo, al tempo della ‘Biografia del Profeta’, cioè della vita di
Maometto scritta da Ibn Hisham, morto nell’828. Possiamo quindi ritenere che la
letteratura araba post-coranica si sia sviluppata per gradi, e in epoca
successiva all’opera di al-Khalil bin Ahmad, morto nel 786, fondatore della
lessicografia araba (kitab al-ayn), e di Sibawwayh, morto nel 796, cui si deve
la grammatica araba classica. Ora, se assumiamo che la stesura del Corano sia
stata portata a termine nell’anno della morte del Profeta Maometto, il 632, ci
troviamo davanti a un intervallo di centocinquant’anni, durante i quali non si
trova traccia di una letteratura araba degna di nota”.
D. – Quindi, ai tempi di Maometto l’arabo non aveva regole precise e non era
utilizzato nella comunicazione scritta. Ma allora, come si è arrivati a scrivere
il Corano?
R. – “A quei tempi non esistevano scuole arabe, a eccezione, forse, dei centri
cristiani di al-Anbar e al-Hira, nella Mesopotamia del sud che corrisponde
all’Iraq dei giorni nostri. Gli arabi di quella zona erano stati cristianizzati
e istruiti dai cristiani siriani. La loro lingua liturgica era il siro-aramaico.
Ed era questo il veicolo della loro cultura, e più in generale la lingua della
comunicazione scritta».
D. – E qual è il rapporto tra questa lingua della cultura e della comunicazione
scritta e la genesi del Corano?
R. – “A partire dal III secolo, i cristiani siriani non si erano limitati a
portare la loro missione evangelica nei paesi vicini: l’Armenia o la Persia. Si
erano spinti verso territori distanti, fino ai confini della Cina e alla costa
occidentale dell’India, nonché su tutta l’area della penisola arabica, fino allo
Yemen e all’Etiopia. È assai probabile quindi che per annunciare ai popoli arabi
il messaggio cristiano usassero tra le altre, anche la lingua dei beduini, cioè
l’arabo. Per diffondere il Vangelo dovevano necessariamente servirsi di un
miscuglio di lingue. Ma in un’epoca in cui l’arabo era solo una congerie di
dialetti e non aveva una forma scritta, i missionari non potevano che attingere
alla propria lingua letteraria e alla propria cultura, cioè a quella
siro-aramaica. Ne consegue che il linguaggio del Corano nasce come lingua
scritta araba, ma di derivazione arabo-aramaica”.
D. – Intende dire che chi non tiene conto della lingua siro-aramaica non può
tradurre e interpretare correttamente il Corano?
R. – “Sì. Chiunque voglia approfondire lo studio del Corano dovrebbe avere una
preparazione nel campo della grammatica e della letteratura siro-aramaiche di
quel periodo, il VII secolo. Solo così potrà individuare il senso originario di
espressioni arabe la cui interpretazione semantica si può evincere soltanto
ritraducendole, appunto, in siro-aramaico”.
D. – Veniamo ai fraintendimenti. Uno degli errori più clamorosi da lei citati è
quello delle vergini promesse nel paradiso islamico agli attentatori suicidi.
R. – “Partiamo dal termine ‘huri’, per il quale i commentatori arabi non hanno
saputo trovare altro significato se non quella delle vergini paradisiache. Ma se
si tiene conto delle derivazioni dal siro-aramaico, quell’espressione indica
’uva bianca’, che è un elemento simbolico del paradiso cristiano, richiamato
nell’ultima cena di Gesù. C’è anche un’altra espressione coranica, erroneamente
interpretata come ‘i fanciulli’ o ‘i giovani’ del paradiso: essa in aramaico
designa i frutti della vite, che nel Corano vengono paragonati alle perle. Per
quanto riguarda i simboli del paradiso, questi errori di interpretazione hanno
probabilmente qualcosa a che fare con il monopolio maschile nel campo del
commento e dell’interpretazione coranica”.
D. – A proposito, che pensare del velo islamico?
R. – “C’è un passaggio della sura 24, verso 31, che in arabo significa: ‘Che
esse battano il loro khumur sulle loro borse’. Una frase incomprensibile, della
quale si è cercato di dare la seguente interpretazione: ‘Che esse stendano i
loro fazzoletti da testa sui loro seni’. Se invece questo passaggio si legge in
chiave siro-aramaica, significa semplicemente: ‘Che esse allaccino le loro
cinture intorno ai loro fianchi’».
D. – Il velo come cintura di castità?
R. – “Non propriamente. È vero che nella tradizone cristiana la cintura è
associata alla castità: Maria porta una cintura legata intorno ai fianchi. Ma
nel racconto evangelico dell’ultima cena anche il Cristo si legò un grembiule
intorno ai fianchi prima di lavare i piedi agli apostoli. Evidentemente esistono
numerosi paralleli con la fede cristiana”.
D. – Lei ha trovato che la sura 97 del Corano menziona il natale. E nella sua
traduzione della famosa sura di Maria, il “parto” di Maria è “reso legittimo dal
Signore”. E inoltre il testo conterrebbe l’invito a recarsi alle sacre liturgie,
cioè alla messa. Ma allora il Corano potrebbe non essere altro che una versione
araba della Bibbia cristiana?
R. – “All’origine, il Corano è un libro liturgico siro-aramaico, con inni e con
estratti della Sacra Scrittura che potrebbero essere stati usati nelle sacre
ufficiature cristiane. In secondo luogo, si può vedere nel Corano l’inizio di
una predicazione volta a trasmettere la fede nelle Sacre Scritture ai pagani
della Mecca, in lingua araba. Quanto alle sue parti socio-politiche, le quale
non hanno molto a che fare con il Corano originario, sono state aggiunte
successivamente a Medina. In origine, il Corano non fu concepito come il
fondamento di una nuova religione. Esso presuppone la fede nella Scrittura, e
aveva quindi solo una funzione di tramite verso la società araba”.
D. – A molti musulmani credenti, per i quali il Corano è il libro sacro e
l’unica verità, le sue conclusioni potrebbero sembrare blasfeme. Quali reazioni
ha notato finora?
R. – “In Pakistan è stata vietata la vendita del numero di ‘Newsweek’ che
conteneva un articolo sul mio libro. Ma per il resto, devo dire che nei miei
incontri con persone di fede musulmana non ho notato alcun atteggiamento ostile.
Al contrario, hanno apprezzato l’impegno di un non musulmano nello studio
finalizzato a una comprensione oggettiva del loro testo sacro. Il mio lavoro
potrebbe essere giudicato blasfemo solo da chi decidesse di aggrapparsi agli
errori d’interpretazione della parola di Dio. Ma nel Corano sta scritto:
‘Nessuno può riportare sulla retta via chi è indotto in errore da Dio’”.
D. – Non teme una fatwa, una condanna a morte come quella pronunciata contro
Salman Rushdie?
R. – “Non sono musulmano, e quindi non corro questo rischio. E poi non ho offeso
il Corano”.
D. – Eppure ha preferito usare uno pseudonimo.
R. – “L’ho fatto su consiglio di amici musulmani i quali temono che qualche
fondamentalista esaltato entri in azione di propria iniziativa, senza aspettare
una fatwa”.
Versetti divini
Corano, in arabo Qur’an, significa recitazione, lettura. Un elemento essenziale
del credo islamico è che esso si trova da sempre presso Dio ed è “disceso”
integralmente su Maometto nel momento della sua chiamata profetica, chiamata la
“notte del destino”. È in arabo e può essere recitato ritualmente solo in questa
lingua. È diviso in 114 sure, capitoli, e ogni sura è divisa in versetti. La
prima sura, detta “l’aprente”, è una breve preghiera che svolge un ruolo
importante nel culto e nella vita quotidiana. Le sure successive sono allineate
in ordine di lunghezza, dalla più lunga alla più breve. Secondo la tradizione
Maometto avrebbe comunicato man mano ai suoi fedeli parti del Corano a lui
rivelato. Le sure più antiche sono chiamate meccane, quelle successive medinesi.
Le più antiche sono di carattere marcatamente teologico, le medinesi sono invece
più giuridiche, dettano l’ordinamento della comunità. Per l’islam sunnita il
Corano non può essere sottoposto a critica, data la sua natura divina: in ogni
caso, dall’undicesimo secolo la “porta dell’interpretazione” del Corano è
chiusa.
Il link al testo integrale del Corano nella traduzione italiana di Hamza
Piccardo:
> Il Sacro Corano
Una guida ragionata alle nuove letture storico-linguistiche del Corano, con i
relativi link, in una pagina del blog parapundit.com:
> “Newsweek” Article
About Christoph Luxenberg On Koran Banned In Pakistan
E un’inchiesta di Alexander Stille sul “New York Times” del 4 marzo 2002:
> Scholars
Scrutinize the Koran's Origin
Il commento del professor Gian Maria Vian all’intervista di “Christoph Luxenberg”,
apparso domenica 14 marzo sul quotidiano della conferenza episcopale italiana
“Avvenire”:
> I filologi e il Corano
Gian Maria Vian, docente di filologia patristica all’università di Roma “La
Sapienza”, è autore di un importante saggio su venti secoli di testi cristiani,
a partire dalle Sacre Scritture:
> Quella
scrittura che comincia in Galilea (29.8.2001)
In campo musulmano, la visione del Corano propria degli ismailiti, aperta alle
molteplici interpretazioni e a un rapporto positivo con le fedi
ebraico-cristiane:
> L’altro
islam. La rivoluzione pacifica degli sciiti ismailiti (3.11.2003)