I nuovi storici d’Israele
di Emanuele Ottolenghi, articoli pubblicati il 28 gennaio e il 4 febbraio 2004
Fonte: Il Foglio del 28 gennaio 2004
Adriano Sofri si chiedeva se lo storico israeliano Benny Morris fosse impazzito.
Se lo sono chiesti in parecchi negli ultimi tre anni. Morris ha inaugurato quasi vent’anni fa il filone della nuova storia israeliana, autoproclamandosi iconoclasta dei miti fondatori d’Israele in nome della verità storica. Altri lo hanno rapidamente seguito, non solo ergendosi a custodi della verità, ma presentando la riscoperta del passato come un atto di contrizione nazionale, strumentale a influenzare il processo di pace tra Israele e i palestinesi, che era contemporaneo alla loro produzione accademica.
Ma dal 2000 le cose sono cambiate e la pace è sfumata. I nuovi storici sono diventati agguerriti e militanti, asservendo la penna alla causa palestinese. Morris invece, coccolato fino ad allora come il beniamino della sinistra liberale filopalestinese, ha pubblicato una raffica di articoli e interviste in quotidiani e periodici in lingua ebraica e inglese, schierandosi dalla parte d’Israele nella più recente fase del conflitto, e accusando i palestinesi di non volere, né di aver voluto mai la pace. Qualcuno ha travisato una “conversione” dello storico, senza notare che manca negli scritti recenti di Morris una men che minima ritrattazione dell’opera passata. Morris non ha insomma cambiato idea sulla sua lettura del passato, semmai è sceso in campo dalla parte d’Israele, al contrario di quanto ci si poteva aspettare dalla natura dei suoi scritti. Forse dunque il “tradimento” di Benny Morris riflette la vera natura della nuova storia: non riesaminazione spassionata del passato, ma progetto politico. Sapere quel che accadde non è fine a se stesso ma strumentale a polemiche politiche che nulla hanno a che fare con la conoscenza. La colpa di Morris quindi non starebbe nella storia che scrive, ma nell’uso che ora ne fa. Per questo motivo il suo compagno di strada e complice accademico, Avi Shlaim, si è azzuffato con Morris sul quotidiano liberale inglese The Guardian, attaccando Morris in un articolo del febbraio 2002, intitolato Il tradimento della storia. Il tradimento non consiste nel travisare i fatti del passato, ma nel prendere le parti di Israele. Da due anni ormai non si parlano più. Shlaim, seraficamente, sostiene che Morris non fa più parte del club dei nuovi storici, avendone tradito la causa.
Vien da chiedersi quale sia il criterio di appartenenza al club dunque, visto che il disaccordo non è sulla storia, ma sul presente.
Morris, per canto suo, continua imperturbabile sulla sua strada, con una nuova versione del suo libro sul problema dei rifugiati, di prossima uscita in Inghilterra, poco lusinghiera nei confronti d’Israele (Cambridge University Press). Non rinnega nulla e, chi conosce i suoi scritti, non solo il poco tradotto in italiano, sa bene che lo scontro tra Shlaim e gli altri nuovi storici da un lato, e il “nuovo” Morris dall’altro ha a che fare con la politica del presente, non con la storia del passato.
No, Morris non è improvvisamente impazzito.
La natura dei suoi scritti rimane uguale, e se era scioccante la sua intervista su Haaretz del 9 gennaio scorso (alla quale Morris pubblica una secca replica di smentita una settimana dopo), lo storico dovrebbe trovare scioccante tutto quello che Benny Morris ha scritto in precedenza, perché, in parole povere, non è mai stato serio lavoro storico ma solo petulante e moralistica polemica.
Ma chi sono i nuovi storici israeliani, cosa sostengono e perché scatenano tanta curiosità, tante emozioni, tanto livore?
Benny Morris non è solo, di pochi giorni fa è l’uscita in libreria della traduzione italiana del libro di Shlaim, Il Muro di Ferro; altri testi, non ancora tradotti in italiano, offrono una radicalmente riveduta e (s)corretta versione della storia recente del conflitto araboisraeliano.
A prima vista, la nuova storia rappresenta il tentativo di correggere la storia nazionalista che avrebbe caratterizzato la produzione accademica israeliana precedente. La posizione dei nuovi storici è che quanto detto e scritto prima di loro non era produzione accademica ma propaganda al servizio dell’ideologia nazionale: non solo la loro è un’interpretazione diversa della storia, ma i loro avversari sarebbero dei prezzolati, che hanno prostituito i valori dell’etica professionale accademica in nome degli interessi nazionali, dominando l’accademia per soffocare le voci di dissenso e mettendo a tacere la verità, nascondendo aspetti imbarazzanti e moralmente indifendibili del passato in nome dell’ideologia, in difesa dell’establishment, e per amor patrio. Se di revisionismo si tratta dunque, quello israeliano si presenta come un fenomeno positivo di transizione da una storiografia intesa come agiografia ufficiale, a volte apologetica e trionfalistica, a una più spassionata, critica, e quindi più oggettiva e imparziale lettura della storia nazionale.
Chi contesta questa versione delinea un quadro leggermente meno roseo, accusando i nuovi storici di essere non un correttivo salutare alle distorsioni della storia in nome dell’interesse nazionale, ma una versione riveduta e corretta della propaganda anti sionista e anti israeliana, che sacrifica l’integrità professionale e intellettuale dei suoi fautori in nome di un’agenda ideologica.
Occorre quindi determinare se studiosi come Morris e Shlaim non siano colpevoli degli stessi “misfatti” di cui accusano i loro predecessori, e che invece di una storia nazionalista da rivedere e ridimensionare, il vero oggetto del contendere sia altro: ideologia, identità nazionale, e agenda politica e normativa che i nuovi storici sperano di imporre a Israele attraverso la loro produzione accademica e pubblicistica. Esiste indubbiamente un elemento oggettivo di novità dietro i nuovi storici, cioè di materiale d’archivio divenuto disponibile a partire dagli anni Settanta che ha favorito la ricerca storica del periodo della fondazione d’Israele. Eppure esistevano già fonti ufficiali che offrivano versioni molto poco “ufficiali” e manichee, che peraltro i nuovi storici non citano. L’apertura degli archivi, di per sé, non ha prodotto grosse novità. Molte delle “rivelazioni” dei nuovi storici erano già apparse in articoli e libri pubblicati in ebraico, e la faticosa reinterpretazione del passato era già cominciata, passando dagli ambienti accademici al pubblico e al sistema scolastico israeliano. I nuovi storici in questo senso non scoprono nulla di nuovo. La novità sta nel branding di se stessi come eroi controcorrente e nel marketing della loro vulgata al grande pubblico internazionale attraverso la pubblicazione dei loro scritti in inglese.
Inevitabilmente, il dibattito ha assunto un livore che tradisce la dimensione metaaccademica della polemica. Il punto infatti non è soltanto quello di stabilire (o ristabilire) la verità storica. Il periodico ripensamento di assodate verità è indubbiamente un principio sano in ogni disciplina e gli eventi che portarono alla fondazione di Israele non sono eccezione. Ma va anche aggiunto che il paradigma dominante non va sempre e comunque scardinato per partito preso. Il fatto che certi eventi storici e la loro interpretazione e narrazione scolastica possano incidentalmente confermare o rafforzare un sentimento nazionale non li rende per questo meno veri. Che la storia abbia in passato servito gli scopi della propaganda di entrambe le parti è indubbio. Quel che occorre dimostrare è che la “nuova storia” non sia una versione riveduta e corretta di vecchia propaganda.
Per studiosi come Morris e Shlaim quanto è stato rimosso, ed è loro compito rivelare, serve a negare qualsiasi legittimità al progetto sionista. La loro narrazione storica assume toni moralistici e svela la sua vera missione: non di rivedere il passato per amor di verità, ma per influenzare il corso degli eventi. Essi descrivono la loro missione come uno strenuo ed eroico sforzo di sfatare i miti e raccontare agli israeliani in che cosa veramente consista il loro passato collettivo di nazione. Nel fare ciò si presentano come vittime di un establishment che li imbavaglia, e questo nonostante che siano tutti cattedratici (tutti in Israele salvo Shlaim, a Oxford), che i loro libri e articoli vengano pubblicati in Israele e altrove e che vadano a ruba, e che i loro testi siano immancabili in ogni corso serio sul conflitto mediorientale. La loro autodifesa di scrittori samizdat controcorrente è romantica ed eroica, ma strumentale e inesatta.
Per uno Stato post nazionale qual è dunque la “rivelazione” dei nuovi storici? L’accusa ai padri fondatori dello Stato d’Israele, che furono anche responsabili del suo consolidamento, di aver fatto una scelta cosciente di nascondere le imbarazzanti verità di un progetto moralmente discutibile e costitutivamente difettoso – lo
Stato ebraico – arruolando in questo loro “complotto” contro la verità il mondo accademico per scrivere e diffondere una versione ufficiale della storia.
La nuova storia quindi si presenta come uno sforzo accademico di mettere a nudo gli aspetti meno nobili del sionismo, in nome di due scopi: innanzitutto occorre “ristabilire la verità storica”, screditando le sue precedenti versioni. Ma se la “narrazione sionista” informa la memoria e l’identità collettiva e nazionale d’Israele in modi che esigono una rettifica, la conseguenza è la modifica dell’immagine di sé degli ebrei come nazione, investiti del diritto all’autodeterminazione nella loro terra ancestrale. Rivedere la storia non soddisfa soltanto le esigenze di una scolastica più critica e spassionata, ma anche la più nobile aspirazione politica di minare le fondamenta morali del sionismo per poterne sostituire il risultato politico più evidente e duraturo – lo Stato ebraico d’Israele – con un’esperienza politica
diversa e nuova, cioè uno Stato post nazionale “di tutti i suoi cittadini”, privo di ogni connotazione nazionale ebraica, e immagine di valori liberali multiculturali. Più di tutto, nel contesto del Medio Oriente e dello scontro tra istanze nazionali ebraiche e palestinesi sul futuro della terra contesa tra i due nazionalismi, la nuova storia spera che, attraverso la delegittimazione del sionismo e della validità normativa e morale della sua ideologia per mezzo di un radicale ripensamento della storia recente, possa emergere un’opzione politica binazionale che sostituisca il sionismo, soppiantandolo con un’alternativa politica per i nuovi storici moralmente più coerente.
Il lato scientifico di “ristabilire la verità” è quindi meramente strumentale. La narrativa egemonica di cui viene accusato il sionismo serviva a presentarlo come un movimento nazionale legittimo che agiva a nome del popolo ebraico, nel tentativo di riprendere possesso della terra degli antenati attraverso una serie di atti moralmente giustificabili. In questo contesto, il ricorso alla forza da parte del sionismo per raggiungere i suoi scopi appariva come una difficile scelta figlia della necessità, di fronte alla violenza palestinese e al rifiuto arabo. Per i nuovi storici la narrazione sionista travisa la storia, presentando in maniera manipolativa gli ebrei come deboli e perseguitati, gli arabi come intransigenti guerrafondai e impervi al compromesso, gli inglesi come imperialisti un po’ antisemiti e in combutta con i leader arabi e il mondo come ostile o indifferente all’impossibile situazione degli ebrei nella Palestina mandataria del 1947.
Il sionismo voleva la pace; i suoi avversari ne auspicavano l’annientamento manu militari. Israele era minacciato nella sua esistenza e il suo ricorso alla forza era giustificato vista la minaccia di distruzione mossale da nemici avversi al compromesso, che rifiutavano persino di riconoscere Israele e il suo diritto a esistere. Persa la guerra da loro iniziata, i leader arabi non erano in grado di prendersi la responsabilità del disastro da loro causato, cercando invece una rivincita che sfugge loro fino a oggi. Secondo i nuovi storici il sionismo ha creato artificialmente questa narrativa della fondazione dello Stato per coprire i suoi “misfatti”. Nella versione “ufficiale” dunque, Israele aveva voluto la pace e solo con riluttanza aveva combattuto una guerra a esso imposta dall’aggressione di sette armate arabe, che Israele avrebbe poi sconfitto contro ogni previsione e nonostante tutte le avversità. Nonostante che gli inglesi si fossero schierati con le forze arabe, il neonato Israele sarebbe emerso vittorioso e indipendente, nonostante l’altissimo tributo di sangue pagato. I leader arabi e i loro eserciti erano responsabili di una delle più tragiche conseguenze della guerra, cioè della fuga in massa dei rifugiati palestinesi. Dopo la guerra, Israele si sarebbe impegnato con dedizione a trovare un accordo di pace, scontrandosi con l’intransigente rifiuto arabo; nel frattempo, mentre i rifugiati palestinesi languivano nei campi profughi, vittime dei loro errori e delle irresponsabili e scellerate scelte dei loro leader, Israele assorbiva con successo e nonostante le difficoltà economiche gli ebrei espulsi dai paesi arabi, dando loro nuova vita, speranze e dignità all’interno dell’impresa sionista. Da questo quadro emerge un Israele senza macchia e senza colpe, costruito dal successo e dalla validità del progetto sionista.
La nuova storia nega tutto questo, offrendo a prima vista un approccio metodologico di tipo modernista – cioè un’interpretazione fondata su quel che si considerano essere nuove prove e documenti. L’apertura degli archivi per altro non completa il quadro documentario, visto che la maggior parte degli archivi ufficiali arabi sono chiusi ermeticamente al ricercatore. I nuovi storici notano questa mancanza da un lato, ma si difendono sostenendo che le fonti occidentali, sioniste ed ebraiche bastino a descrivere con efficacia anche quanto accadeva da parte araba. Un’affermazione avventata, che uno storico serio non si permetterebbe di fare di fronte alla mancanza di materiali di una delle due parti in causa di un conflitto. Ma questa scusa non solo tradisce la superficialità di lavoro e di giudizio di studiosi come Morris e Shlaim: essa è anche una bugia. Non solo perché almeno in Giordania negli ultimi dieci anni alcuni archivi sono stati aperti, ma anche perché esiste abbondantissimo materiale documentario in arabo catturato da Israele nel 1948, memorie autobiografiche pubblicate in arabo, ed esistono metodi non ortodossi per procurarsi materiale in paesi restii a divulgarlo.
Chi ha letto il libro di Michael Oren (La Guerra dei Sei Giorni) sa che anche l’impervia Siria può all’occorrenza lasciarsi sfuggire un documento o due se si trova la
persona giusta da corrompere. Colpisce in questo particolarmente Shlaim, autore di un testo (Collusion across the Jordan, non tradotto) in cui si sostiene la tesi di un complotto tra giordani e israeliani per spartirsi la Palestina a danno dei palestinesi. Come notava recentemente Antonio Donno sulle pagine di Nuova Storia Contemporanea, lo studioso che si è gloriato per anni del fatto che il suo libro fosse vietato in Giordania, si è sorprendentemente dimenticato, in una memorabile intervista da lui fatta a re Hussein (sulle pagine della New York Review of Books) di fargli anche una sola domanda sull’argomento. Tanto iconoclasta contro il sionismo, quanto ossequioso di fronte al despota orientale.
La mancanza di fonti quindi non è una buona ragione, ma si comprende come venga addotta nel contesto di una polemica di tipo modernista sul loro uso e sulla loro interpretazione. In realtà, anche quegli autori come Morris e Shlaim che si proclamano fedeli al metodo scientifico del modernismo e della scuola positivista, tradiscono le loro vere intenzioni di agghindare una polemica di natura ideologica e politica con note e citazioni a piè di pagina attraverso il loro tentativo di descrivere la nascita di Israele come maledetta, tanto quanto lo sarebbe la storiografia che l’aveva raccontata. Tale accusa è estranea al dibattito storico perché venata di moralismo, un’indicazione di come l’arena accademica si sia in realtà trasformata non già dalla presupposta (e mai efficacemente dimostrata) esistenza di una storiografia ufficiale da rivedere, ma in un campo di battaglia politico e ideologico i cui giudizi moralistici e le raccomandazioni politiche sono in ultima analisi estranee al rigore scientifico che i nuovi storici sbandierano.
Il contrasto stridente e incolmabile tra “vecchia” e “nuova” storia viene presentato in un ritratto artificioso che non fa giustizia alle molto più sfumate e variegate
interpretazioni e ai diversi resoconti storici esistenti nella letteratura che precede i nuovi storici. La creazione di un divario incolmabile è imbastita a bella posta per far apparire l’avversario non solo come poco convincente, ma come bugiardo vero e proprio. Nulla di casuale in tutto ciò: esiste una chiara intenzione di screditare coloro che sostengono una differente interpretazione della storia ritraendoli come fautori di una versione non disinteressata, semplicistica, distorta, e scientemente fuorviante per mettere a tacere i ragionevoli dubbi che le loro critiche sollevano.
La presentazione del dibattito sul 1948 come uno scontro tra un mito d’innocenza e la demoniaca realtà frutto di un “complotto sionista” permette alla nuova storia di autoproclamarsi nuovo custode di incontrovertibili verità, e anche se i suoi avversari hanno replicato in simili toni, le loro accuse di falsificazione hanno mancato il bersaglio e perso di efficacia più per il successo della campagna di denigrazione dei nuovi storici per screditarli che per la solidità delle fonti su cui le loro posizioni si fondano.
Ma la verità è un’altra: sotteso al progetto dei nuovi storici c’è un intento politico di delegittimazione del sionismo il cui scopo ultimo è fornire le argomentazioni morali per la distruzione dello Stato d’Israele. E in questa storia non c’è nulla di nuovo.
...seconda parte...
La recente pubblicazione in italiano del libro di Avi Shlaim, Il Muro di Ferro, ripropone al lettore la querelle in corso ormai da quasi vent’anni in Israele e nel mondo degli studi mediorientali sulla nuova storia israeliana.
Come già scritto sul Foglio del 28 gennaio, il dibattito tra i nuovi storici e i loro critici, sia nel ramo disciplinare sia nel più ampio dibattito pubblico, va oltre la discussione sulla verità storica e la necessità di rivisitare il passato per stabilirne una migliore, più accurata e plausibile interpretazione.
Nell’estate del 2000, durante i negoziati di Camp David, la delegazione israeliana sostenne che Israele non aveva alcuna responsabilità nella creazione del problema dei rifugiati palestinesi. Per tutta risposta, la delegazione palestinese produsse le copie dei libri dei nuovi storici israeliani per suffragare la posizione contraria: se gli storici israeliani la avallavano, non c’era ragione che i negoziatori israeliani se ne lavassero le mani. Certo, attribuire il fallimento di Camp David a dei topi di biblioteca sembra dar loro troppo credito (o colpa). Ma è indubbio che se il problema dei rifugiati rimane centrale nel conflitto tra Israele e palestinesi, inevitabilmente gli argomenti storici che suffragano una posizione o l’altra diventano cruciali.
La visione sostenuta dai nuovi storici vuole che la fondazione dello Stato d’Israele sia basata su eventi eticamente discutibili. Senza quei “misfatti”, Israele non sarebbe nato.
Da qui, il passo a delegittimare la nozione stessa di uno Stato ebraico e a sostenere invece la richiesta palestinese del “diritto al ritorno” dei rifugiati, come mezzo per trasformare Israele in uno Stato binazionale, è breve.
Un movimento espansionista e aggressivo
Secondo i nuovi storici il sionismo era un movimento espansionista e aggressivo, una versione ebraica del colonialismo europeo, dedito alla rimozione di un’inerme popolazione indigena in nome di una feroce ideologia nazionalista che non poteva in alcun modo includere gli arabi nel suo progetto. I nuovi storici deducono quindi che l’inevitabile conseguenza dell’attuazione di un progetto nazionalista fosse l’espulsione forzata della popolazione autoctona. Pur attribuendo gradi diversi di responsabilità al sionismo nella creazione del problema dei rifugiati palestinesi, secondo i nuovi storici, l’ideologia sionista era inevitabilmente avvelenata dal seme della pulizia etnica – un termine utilizzato astoricamente per un’epoca dove tale terminologia e la logica che esprime non erano ancora in voga – ab initio. Benny Morris per esempio sostiene che sin dal 1881 il sionismo meditasse la pulizia etnica, non tenendo conto della più assoluta mancanza di prove documentarie – e questo nonostante il sionismo sia uno dei movimenti nazionali più documentati della storia – e nemmeno delle infinite sfumature e differenze tra i vari pensatori e i movimenti sionisti che operarono in Europa, America e Palestina tra la pubblicazione dei primi testi protosionisti e la fondazione dello Stato. Invece i nuovi storici presumono – ancora una volta in maniera astorica e acritica – l’immutabilità di un’idea di cui non si trova traccia attraverso più di cent’anni di storia intellettuale sionista, senza tenere conto delle mutate circostanze e vicissitudini, delle differenze di pensiero tra attori e spettatori della storia sionista, e della fragile e imprevedibile mutabilità della natura e degli eventi umani. Invece di tale esercizio di umiltà intellettuale, i nuovi storici tendono a vedere il problema dei rifugiati come centrale nella guerra del 1948, relegando la guerra stessa a fattore secondario. Il problema dei rifugiati quindi cessa di essere una conseguenza della guerra – conseguenza non voluta e certamente non pianificata a tavolino secondo la storiografia da loro attaccata – divenendone la causa. Ribaltando il nesso causa-effetto, la nuova storia indica il conflitto quale strumento inevitabile per portare a compimento il progetto di espulsione della popolazione araba.
La teoria del complotto, con i giordani
La nuova storia cerca di dimostrare che esistevano un progetto di espellere la popolazione palestinese, chiari ordini per mettere questa strategia in atto e militari che fedelmente eseguivano gli ordini. La mancanza di solide prove documentarie porta alcuni a sostenere che la prova del complotto per attuare la pulizia etnica sta proprio nella mancanza di prove, poiché ammetterlo per iscritto sarebbe stato pericoloso una volta che si fossero aperti gli archivi, ascrivendo arbitrariamente un senso del proprio posto nella storia ai padri fondatori d’Israele. Nel contesto della guerra, le atrocità attribuite alle forze ebraiche sono sempre messe in primo
piano, mentre quelle commesse da parte araba sono minimizzate o rimosse. Scopo di questa tesi è di sminuire l’importanza del rifiuto arabo di accettare il piano di spartizione del Mandato palestinese approvato dall’Onu nel novembre del 1947. Naturale quindi che si dia credibilità alla tesi, cara alla propaganda araba sin dagli anni Cinquanta, di un complotto che univa i sionisti al regno hashemita di Transgiordania (l’attuale Giordania), e che trovava la benedizione degli inglesi, per dividersi le spoglie del Mandato a danno dei palestinesi, impedendo così la creazione di un loro Stato in parte del territorio mandatario.
In altre parole, l’accettazione da parte del movimento sionista del piano di spartizione non era genuina ma il riflesso di una predisposizione tattica a coprire il complotto che gli stessi sionisti avevano già pianificato per vanificare le aspirazioni nazionali dei palestinesi. La dimostrazione di una predisposizione ideologica del sionismo alla pulizia etnica e al complotto con i giordani (fantocci del potere imperiale britannico) esonera la parte araba da ogni responsabilità nel rifiuto del piano dell’Onu e quindi nel precipitare degli eventi nel susseguente conflitto.
Incredibilmente, che fosse poi Israele a vincere la guerra diventa un’inevitabile e ovvia conclusione: la forza militare ebraica, la migliore organizzazione e la motivazione a vincere diventano elementi decisivi per i nuovi storici nel determinare l’esito del conflitto. Che in guerra la parte più forte vinca sempre sembra essere un incontestabile principio utilizzato per sostenere che, se fu Israele a vincere, allora Israele doveva necessariamente essere il più forte.
Tale giudizio ignora che la forza militare non si misura soltanto in quanti soldati indossino l’uniforme, quanti carri armati e cannoni schieri un esercito, e quanta forza di fuoco possa scatenare, e soprattutto ignora che la guerra sia un’impresa rischiosa e piena di imponderabili vicissitudini. Inoltre esso omette due fattori critici e cruciali: l’altissimo tributo di sangue pagato da Israele – che perse l’1 per cento della propria popolazione in dodici mesi di conflitto – e l’inatteso collasso della società palestinese. Il fatto che gli eserciti arabi non siano riusciti a coordinare il loro sforzo bellico e i governi arabi non abbiano superato divisioni interne e sospetti reciproci ha certamente giocato a favore di Israele, ma tale sviluppo non era inevitabile né prevedibile da parte della leadership sionista nel 1948 e se la Lega araba fosse riuscita a superare le proprie divisioni o i governi avessero deciso di mettere al servizio della causa palestinese tutte le loro risorse – invece che tenere robusti contingenti d’armi, uomini e mezzi lontani dal fronte per paura di ribellioni interne – tutto questo avrebbe posto un formidabile ostacolo al tentativo israeliano di garantire la sopravvivenza del neonato Stato ebraico.
Quasi a sottolineare la natura espansionistica del sionismo, i nuovi storici sottolineano come Israele abbia terminato la guerra del 1948 con confini ben più grandi di quelli originalmente prospettati dal piano di spartizione dell’Onu, omettendo prudentemente il fatto che nelle prime fasi della guerra l’esercito egiziano arrivò a una trentina di chilometri da Tel Aviv bombardandola pesantemente, e che i più duri e feroci scontri militari – largamente persi dal neonato esercito israeliano – furono proprio contro quei giordani che dovevano essere invece parte di un ben progettato e ben oliato complotto.
Infine, nel sottolineare, pur senza la conferma di fonti documentarie, il desiderio sionista di espellere la popolazione araba, i nuovi storici ignorano volutamente qualsiasi riferimento all’intenzione chiaramente ripetuta ed esplicitamente reiterata dei governi arabi di annientare fisicamente gli ebrei, non soltanto di sconfiggerli militarmente: e che tale minaccia sia caduta nel nulla non è imputabile al fatto che fosse un bluff, ma al fatto che, salvo nelle poche aree popolate da insediamenti ebraici che le forze arabe riuscirono a conquistare dove i massacri e le espulsioni forzate di ebrei ci furono senza eccezione, a vincere la guerra fu Israele. Visto quanto accadde nei pochi luoghi dove gli eserciti e le forze arabe irregolari ebbero la meglio e vista l’abbondanza di documenti che attestano la volontà araba di espellere gli ebrei, sarebbe stato più plausibile attribuire la mala intenzione non a Israele, ma ai perdenti. Che i nuovi storici facciano il contrario, assolvendo le intenzioni arabe e attribuendone di simili a Israele soltanto in base alle conseguenze della guerra indica come la loro non sia storia, ma propaganda.
Infine, la nuova storia nega che Israele intendesse genuinamente raggiungere degli accordi di pace con il mondo arabo dopo il 1948. Sarebbero stati gli Stati arabi invece a voler la pace, non Israele. Israele avrebbe rigettato le aperture diplomatiche dei leader arabi che, se il paese avesse accettato le richieste territoriali arabe e permesso il ritorno dei rifugiati, avrebbero portato alla pace che ancora oggi sembra lontana.
Sarebbero state l’aggressività di Israele, la sua arroganza a seguito della vittoria militare e la natura espansionistica attribuita al sionismo – che prende vita nella vilificata figura del padre fondatore di Israele, David Ben Gurion – a rendere vano ogni tentativo di pacificare la regione prima che quei leader arabi disponibili al compromesso con Israele fossero travolti dai turbolenti eventi del mondo mediorientale negli anni Cinquanta e sostituiti da personaggi molto meno pragmatici e moderati.
Israele avrebbe insomma perso un’occasione nel 1949 e sarebbe responsabile non soltanto della guerra del 1948 e delle sue conseguenze, ma anche del perdurare del conflitto mediorientale per le successive decadi.
Ciò che i nuovi storici omettono candidamente è l’altissimo prezzo che Israele avrebbe dovuto pagare in cambio di aperture diplomatiche ambigue di leader arabi la cui intrinseca debolezza politica domestica – quasi tutti uscirono violentemente di scena nei quattro anni successivi al 1948 – rendeva meno credibili. Non v’era nessuna garanzia che quegli accordi, anche se firmati, potessero resistere di fronte ai venti di rivolta che la sconfitta in Palestina aveva sollevato in tutto il mondo arabo. In più, Israele avrebbe dovuto rinunciare a vasti territori – compreso il Negev, che gli spettava secondo il piano di spartizione dell’Onu – e finanziare il rimpatrio di più di mezzo milione di rifugiati palestinesi in cambio di vacue promesse, un prezzo altissimo anche per una nazione sconfitta. Ma Israele non aveva perso la guerra, l’aveva vinta, e attendersi che siano i vincitori a pagare, e chi scatenò la guerra perdendola a guadagnarci, è poco credibile come tesi storica. Eppure questa tesi ottiene riconoscimento pubblico e accademico, e va vista come un riflesso della visione che caratterizza la nuova storia e i suoi entusiasti lettori, e cioè che Israele è uno Stato furfante privo di legittimità.
La sua sopravvivenza nella regione e il suo riconoscimento da parte dei suoi vicini sarebbero già di per sé un generoso atto di grazia e una concessione immeritata, cui Israele avrebbe dovuto rispondere con gratitudine, non con un rifiuto. Questa divergente valutazione storica deriva quindi non da uno studio più completo e spassionato di fonti documentarie in passato non disponibili, ma da un giudizio di tipo morale e politico della validità e della legittimità dell’intera impresa sionista. Non è un giudizio storico, ma una regola da seguire, che mira a risvegliare la coscienza nazionale e, attraverso un “riconoscimento” dell’ingiustizia commessa in nome del sionismo, a sollecitare un atto di contrizione collettiva in nome di un radicale ripensamento e cambiamento delle basi su cui si fonda l’identità nazionale.
L’ambito della tradizione e dell’etica
Per i nuovi storici la ricerca della verità storica non è un atto fine a se stesso, ma semplicemente uno strumento, un bagaglio cognitivo utile per promuovere un’agenda politica e sociale che nulla ha a che fare con la ricerca, storica o meno, e tutto ha a che fare con la memoria del passato, la politica del presente, e l’identità del futuro. Nel suo tentativo di mettere a nudo quel che ritiene essere l’essenza del sionismo e della storia d’Israele, la nuova storia offre dunque vie per fare ammenda dei torti, suggerendo l’esistenza di una correlazione diretta molto forte tra il tentativo di ristabilire la verità e le basi morali dell’azione politica. Morris colloca la nuova storia nell’ambito della tradizione e dell’etica ebraica per poter presentare la sua opera come “autentica” e squalificare il sionismo come un falso storico di dubbia eticità. In un articolo pubblicato sulla rivista ebraica liberale americana Tikkun nel 1988 Morris cita le Massime dei Padri, uno dei testi etici ebraici per eccellenza per sostenere la tesi che la verità e la pace siano strettamente correlate. Per Morris, “dire la verità” è segno non solo della maturità di
Israele ma anche uno strumento che “in qualche oscuro modo serve l’obiettivo della pace e della riconciliazione”.
La verità non è fine a se stessa, bensì è un imperativo categorico ebraico che non soltanto riflette una moralità specifica, ma offre anche la base per un cambiamento politico che spinga Israele al pentimento, sottintendendo quindi che l’Israele prodotta dal sionismo viva nel peccato derivato dal carattere ebraico di Stato-nazione, carattere che a detta dei nuovi storici non poteva essere garantito che attraverso l’espulsione forzata dei palestinesi nel 1948. Il sionismo diventa sinonimo di pulizia etnica, complotto e rimozione della verità.
Il tutto, nel linguaggio dei nuovi storici, diventa un “peccato originale”, che la nuova storia ha il compito di purificare per il bene del popolo ebraico e per il ritorno della sua coscienza a un supposto stato d’innocenza perduta.
La premessa fondamentale della nuova storia insomma è che il sionismo e la sua attuazione comportino una perdita d’innocenza per il popolo ebraico. La nozione della perdita di innocenza, quasi che il ritorno del popolo ebraico alla politica e alla sovranità comportasse una cacciata dal paradiso terrestre, ha inquietanti risvolti, espressi da un vocabolario teologico, che nulla hanno a che fare con la ricerca storica e che sottendono l’auspicio che l’innocenza possa essere riacquistata. Questa perdita d’innocenza è stata curiosamente definita come un “peccato originale” proprio da Morris.
Per quanto altri abbiano cercato di minimizzare l’uso di un concetto teologico così pregnante, Shlaim ha ridicolizzato l’idea che la nascita d’Israele sia stata “un’immacolata concezione”.
L’abbandono del sionismo diventa quindi un atto di contrizione teso a lavare la macchia indelebile del peccato originale per poter recuperare l’innocenza perduta e ottenere quindi la salvezza morale negata a chi invece, accettando il sionismo, sarà per sempre dannato. Ed è questo, in definitiva, il motivo per cui la nuova storia israeliana è un fenomeno che trascende gli scopi scolastici dello studio e della ricerca in favore della riabilitazione morale e politica di Israele e degli ebrei.
La terminologia religiosa
L’accusa secondo cui Israele sarebbe “nato nel peccato” è non solo inquietante, ma totalmente estranea all’universo della ricerca, a causa della dimensione morale (e moralistica) del concetto di peccato originale. L’uso di termini presi a prestito dalla teologia cristiana mostra come il sub-testo della nuova storia sia impregnato di una visione di Israele che trova eco nella stessa teologia da cui prende a prestito la terminologia utilizzata.
Il peccato originale si riferisce a un difetto congenito contratto alla nascita, che soltanto un radicale atto di pentimento, teso a cambiare non solo il comportamento del peccatore ma anche la sua essenza e natura, può rettificare. In termini teologici, quell’atto individuale avviene attraverso il battesimo e l’accettazione di Gesù come salvatore. In termini politici, l’equivalente morale collettivo di quel processo è la rinuncia al carattere ebraico di Israele, come difetto
congenito, che è alla radice della perdita d’innocenza, una rinuncia seguita dall’accoglimento della dottrina della salvezza che predica l’universalismo morale e il multiculturalismo senza frontiere, senza identità e senza nozione del tempo presente.
Ecco dunque la vera agenda politica sottesa ai testi dei nuovi storici. Non atto di maturità, non riscoperta della verità, ma attacco frontale al carattere ebraico di Israele come Stato nazione. E’ solo attraverso la rinuncia al suo carattere ebraico che Israele potrà intraprendere il difficile ma indispensabile cammino verso la risoluzione del conflitto arabo-israeliano. La perdita del carattere ebraico rimuove il peccato originale presumibilmente contratto alla nascita, cioè quando Israele è stato fondato nel 1948.
La nuova storiografia dunque diventa la premessa e lo strumento per costruire quest’argomentazione aprioristica: Israele è nato nel peccato, peccato che consiste nella creazione del problema dei rifugiati palestinesi, il quale deriva a sua volta non soltanto da azioni ma dall’essenza stessa del sionismo, che rendeva quegli atti inevitabili. Il problema dei rifugiati cessa di essere una conseguenza tragica, ma non prevista, della guerra e diventa l’inevitabile, logica conseguenza del pensiero sionista. In questo senso, Israele sarebbe nato nel peccato: il sionismo non poteva non commettere atti di pulizia etnica. E dunque, soltanto una conversione potrebbe salvare Israele da se stesso. I nuovi storici vogliono salvare Israele (e di riflesso il popolo ebraico), proponendo un atto collettivo di contrizione e conversione. E nemmeno in questo, francamente, pare d’individuare una grande novità. La novità forse sta nel fatto che a promuovere questi argomenti siano storici israeliani, non i soliti ignoti. Ma anche questo, duole notare, non è nuovo nella storia ebraica. Dice la Bibbia: “I tuoi nemici e i tuoi distruttori usciranno dal tuo ventre”. Anche in questo, forse, chi la scrisse aveva ragione.