Quando la memoria della
Shoà viene usata per criminalizzare gli ebrei
Da un articolo di Yehoshua Amishav (direttore del dipartimento comunicazione
del Keren Hayesod, già portavoce dell’ambasciata israeliana a Parigi e a Roma) -
27 gennaio 2004
Fonte: Israelenet del 30 gennaio 2004
Esiste una sorta di assioma comunemente accettato secondo cui la conoscenza
storica della Shoà, vale a dire del tentativo scientifico, sistematico e senza
precedenti di cancellare il popolo ebraico dalla faccia della terra, dovrebbe
spingere i protagonisti della truce ondata odierna di antisemitismo a riflettere
sui loro atteggiamenti. O per lo meno dovrebbe spronare coloro che gli vivono
attorno, e i governi dei paesi infettati dall’antisemitismo, a contrastare con
energia gli antisemiti. Purtroppo è tutt’altro che certo che questo assunto
possa reggere alla prova dei fatti.
La domanda centrale che bisogna porsi è: da dove viene oggi il maggiore pericolo
per gli ebrei in Europa? Da gruppi marginali di giovani consumati dall’odio, che
di tanto in tanto si danno alla profanazione di un cimitero ebraico, o da elite
culturali e accademiche che conoscono benissimo la storia del Vecchio
Continente? La risposta sembra alquanto evidente.
Quando Mikis Theodorakis, l’autore del capolavoro “Mauthausen”, definisce il
popolo ebraico “la radice del male”, non lo fa certo per ignoranza di cosa sia
stato l’Olocausto (Theodorakis
si unisce al coro degli antisemiti).
Persino un antisemita di prima grandezza come l’ex primo ministro malese
Mahathir Mohammed non ha negato l’Olocausto nel suo famoso discorso contro gli
ebrei. Al contrario, lo ha esplicitamente citato per sottolineare che nemmeno
l’Olocausto ha impedito agli ebrei di dominare il mondo (La
Conferenza Mondiale Islamica attacca il “potere degli ebrei sul mondo).
E il premio Nobel portoghese Jose Saramago conosce perfettamente cosa è
stato Auschwitz, ma ciò non gli ha impedito di fare le indegne dichiarazioni che
tutti ricordiamo quando ha paragonato Auschwitz a Ramallah durante la sua ultima
visita nella nostra regione (Il
Vangelo secondo Saramago).
Oggi, in Europa, non manca una buona conoscenza della Shoà vi sono ancora
parecchi sopravvissuti; una notevole quantità di libri e di musei offre ogni
informazione a chiunque ne cerchi; e’ stata istituita una giornata europea per
la memoria della Shoà. E se pure è vero che le giovani generazioni non ne sanno
abbastanza, si tratta di un fatto che si inscrive in un problema generale.
Lo sviluppo veramente allarmante degli ultimi tre anni è che sempre più spesso
la memoria dell’Olocausto viene usata per criminalizzare Israele, e per
censurare l’appoggio degli ebrei a Israele. E’ un fenomeno iniziato vent’anni fa
con la guerra in Libano, e che poi è aumentato fino a diventare senso comune. E
così, praticamente tutti i rappresentanti di Israele si sentono ripetere
continuamente: “State facendo ai palestinesi quello che è stato fatto a voi
durante l’Olocausto”. E’ un fenomeno così diffuso che due anni fa un portavoce
dell’ambasciata israeliana in Belgio è giunto al punto di chiedere allo Yad
Vashem di sospendere le cerimonie di consegna del titolo di “Giusto fra le
Nazioni” (i non ebrei che hanno salvato ebrei durante la Shoà) perchè
praticamente in ogni cerimonia accadeva che qualcuno dei presenti ne
approfittasse per proporre il vergognoso parallelo.
Circa la memoria dell’Olocausto, sono state stabilite delle regole ben definite:
chi difende Israele non ha diritto di menzionare l’Olocausto altrimenti viene
accusato di “sfruttare in modo ignobile il sangue di quelle vittime per
giustificare i crimini che commette Israele”. Viceversa, i nemici di Israele
possono usare tranquillamente l’Olocausto per dare addosso a Israele e per
sostenere che quello israeliano è il nuovo regime nazista.
Questo atteggiamento dimostra quanto sia forte la memoria della Shoà in Europa.
Se non fosse così, non avrebbe senso pubblicizzare e diffondere al massimo il
paragone Israele-nazisti, questi ultimi assunti come rappresentanti del male
assoluto. Come ha scritto l’avvocato Arno Klarsfeld (Jerusalem Post, 12.12.03),
si avvicina rapidamente il giorno in cui gli ebrei dovranno lasciare l’Europa
oppure vivere da “marrani [clandestini] politici”.
Ecco l’essenza del nuovo antisemitismo. Nessuno scienziato francese si e’ mai
visto chiedere, nemmeno nei momenti peggiori della guerra d’Algeria, di
condannare pubblicamente il suo governo per essere accettato fra i suoi colleghi
scienziati. Nessun professore di Oxford ha mai annunciato che non avrebbe mai
più insegnato a uno studente belga che avesse servito nell’esercito del suo
paese, nemmeno quando vennero alla luce le responsabilità del Belgio e del suo
esercito nel genocidio in Rwanda del 1994. Invece il fatto stesso di essere
identificato come israeliano implica ostilità. La presidente di Amnesty
International in Israele, Miriam Shlesinger, è stata espulsa dal comitato
editoriale di un periodico britannico di linguistica, e c’è chi vorrebbe
togliere il premio Nobel a Shimon Peres. Da qui a dire agli ebrei: “tenetevi
lontani da Israele o non potrete più vivere come avete fatto finora senza
mettere a rischio la vostra sicurezza” il passo è assai breve.
Questi segnali provengono dal cuore stesso del mondo culturale europeo
occidentale: da ambienti che non hanno alcun bisogno di sentire lezioni
sull’Olocausto. Questa gente, gli educatori della prossima generazione e i
modelli con cui si identificano i giovani, rappresenta oggi il più grande
pericolo per la vita quotidiana di centinaia di migliaia di ebrei in Europa. E’
tutt’altro che certo che un incremento degli studi sulla Shoà possa fare
qualcosa per correggere questa nefasta situazione.
(Ha’aretz, 29.12.03)