In Galilea, i neocatecumenali aprono la loro casa agli ebrei
di Giuseppe Gennarini
Fonte: Il Foglio, 27\1\2004
A
Korazym, sul Monte delle Beatitudini, a solo tre anni dalla visita di Giovanni
Paolo II, sembra non sia rimasto nulla a ricordare quell’incontro: neppure una
stele o una placca. Solo tanti sassi, gazzelle e iraci.
Anche “Le Monde” ha scritto recentemente: “La voce di Giovanni Paolo II per
arrestare la spirale della guerra da molto non è più ascoltata, e forse non lo è
mai stata”. Eppure, in questi giorni, il papa ricorda “con commozione il
pellegrinaggio apostolico del 24 marzo 2000, quando proprio sul Monte delle
Beatitudini, non molto lontano da dove Gesù fece la prima moltiplicazione dei
pani, ebbi modo di celebrare l’eucarestia dinanzi a tanti fedeli della Terra
Santa e numerosissimi giovani del Cammino Neocatecumenale”.
Lo ha scritto la settimana scorsa per salutare l’inaugurazione della chiesa
nella “Domus Galilaeae”, un centro di formazione e per l’accoglienza di
pellegrini promosso dal Cammino Neocatecumenale, costruito a pochi passi da dove
sorgeva il palco della messa del papa.
Da circa due anni, questa parte della collina, solitamente quieta, si anima di
una processione di insoliti visitatori. Ogni sabato numerosi ebrei vengono a
visitare questo centro cattolico. Vengono accolti con affetto e guidati nella
visita in cui si intrecciano temi cristiani ed ebraici: accanto all’entrata, il
santuario della parola dove si erge un “bema”, come nelle sinagoghe; a lato del
chiostro il decalogo, scritto in grande su marmo in latino ed ebraico; poi le
beatitudini, la nuova Torah, anch’esse scritte nelle due lingue sacre; quindi la
biblioteca dedicata allo studio del Sermone della Montagna, al cui centro è
posta una Torah del XV secolo; infine la nuova chiesa, con un grande affresco
del giudizio universale. Dopo la visita vengono salutati con il canto dello
Shemà e quasi tutti, anche se non sono osservanti, si commuovono.
Tutti i giorni poi v’è un susseguirsi di comunità neocatecumenali che vengono
alla fine del loro cammino di riscoperta del battesimo: ma riscoprire il
battesimo significa appunto ritrovare le radici ebraiche del cristianesimo. Il
luogo è testimone del terremoto teologico prodotto da questo papa nel magistero
e nel pensiero cattolico nei confronti di Israele. Pochi se ne sono resi conto,
come poco risalto è stato dato in questi giorni alla visita dei due rabbini capo
di Israele in Vaticano.
Il cambiamento era già preparato dal Concilio Vaticano II e poi dalla visita di
Paolo VI in Israele nel 1964. Il momento culminante fu la visita di Giovanni
Paolo II alla sinagoga di Roma il 13 aprile 1986, quando disse che la “Chiesa
scopre il suo ‘legame’ con l’ebraismo scrutando il suo proprio mistero. La
religione ebraica non ci è ‘estrinseca’, ma è ‘intrinseca’ alla nostra
religione”. E chiamò gli ebrei “i nostri fratelli prediletti e i nostri fratelli
maggiori”.
Si trattò di una radicale ridefinizione del rapporto tra cristianesimo e
giudaismo. Il papa si rifà a san Paolo che nella lettera ai Romani definisce
Israele “la radice”: “ricordati che non sei tu, gentile, a portare la radice, ma
è la radice che porta te. Tu sei stato tagliato dall’olivo per natura selvatico
e innestato contro natura nell’olivo domestico”; il parziale rifiuto di Gesù da
parte di Israele è avvenuto per permettere che “la totalità dei popoli” potesse
entrare nell’alleanza, ma gli ebrei restano sempre “amati a causa dei padri,
perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili”.
Con questa affermazione Israele torna ad avere un “luogo teologico” all’interno
del cristianesimo. “Dio dei nostri padri – pregò il papa al Muro del Pianto –
noi siamo profondamente rattristati per il comportamento di quelli che hanno
fatto soffrire i tuoi figli. Nel chiederti perdono vogliamo impegnarci a vivere
un nuovo rapporto fraterno”.
Il “nuovo rapporto fraterno” Karol Wojtyla lo aveva già iniziato a vivere da
bambino a Wadowice, quando il suo più caro amico era Jerzy Kruger, figlio del
presidente della comunità ebraica. Kruger fu la prima persona che il papa
ricevette in udienza appena eletto e che ebbe una grande importanza per aiutare
i negoziati volti al riconoscimento dello Stato di Israele. Questo nuovo
rapporto venne poi espresso con la visita in Israele nel 2000 e con la messa sul
Monte delle Beatitudini.
In quell’occasione, il papa visitò e benedì il Santuario della Parola del
complesso “Domus Galilaeae” e salutò i presenti con queste parole: “Il Signore
vi ha aspettato su questo monte”.
Questo monte è un luogo centrale nella storia della salvezza ed è come una
cerniera tra l’attesa del Messia e la sua venuta, tra Israele e cristianesimo.
Isaia lo aveva annunziato: “Terra di Zabulon e Neftali: in passato coperta di
obbrobrio, in avvenire sarà coperta di gloria. La Galilea dei pagani, il popolo
che camminava nelle tenebre ha visto una gran luce”: poiché questo fu il luogo
della terra promessa dove venne sperimentato l’esilio e dove l’oscurità si fece
più grande, quando verrà il Messia la sua luce brillerà per prima proprio qui,
in Galilea.
Per questo gli ebrei di duemila anni fa, gli ebrei cabalisti di Isaac Luria a
Safed nel 1500, e ancora oggi gli ebrei osservanti, seguendo le profezie
commentate nel Talmud e nello Zohar, aspettano la manifestazione del Messia
nella “Galilea dei pagani”, immagine storico-geografica che annuncia una
speranza quando l’uomo è arrivato al colmo della tristezza, dell’umiliazione e
della disperazione. Su questo monte Gesù pronunziò il Sermone della montagna, si
manifestò dopo la resurrezione a più di cinquecento discepoli dando loro questo
mandato: “andate ed ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del
Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. […] Ecco io sono con voi fino alla fine
del mondo”.
Kiko Argüello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale insieme con Carmen
Hernández e autore del grande affresco della nuova chiesa, spiega perché ha
scelto il giudizio universale: Gesù ha inviato i suoi discepoli da questo luogo
e, quando alla “fine del mondo” questa missione di andare a tutte le nazioni
della terra sarà compiuta, allora il velo sarà tolto anche a Israele; e a tutti
ha dato appuntamento per incontrarsi di nuovo, ma quest’incontro, secondo i
canoni della tradizione iconografica orientale, non è tragico ma è come una
festa piena di luce e di colore. Kiko ricorda che Theodor Herzl, fondatore del
sionismo, intuì che l’unione tra ebrei e cattolici avrebbe salvato il mondo.
“Essere un ponte di incontro tra giudaismo e cristianesimo”, richiamando i
cristiani alle loro radici piu profonde e riscoprendo Gesù all’interno delle
tradizioni ebraiche viventi: ecco la ragione di questa casa; e tutto questo in
un ambiente in cui “la gente si senta amata attraverso la bellezza”, ha detto
Kiko alla cerimonia della dedicazione della chiesa, un lungo rituale che prevede
una specie di “battesimo” dell’edificio con acqua, olio e “vestizione”
dell’altare con lino bianco. E a sottolineare questo ruolo di “ponte” c’erano
tutte le autorità cattoliche della Terra Santa riunite per una volta con le
autorità civili ebraiche. E duecento catechisti itineranti che si apprestano ad
andare in tutto il mondo: nel deserto, la voce del papa continua a risuonare.