Betlemme. La disinformazione della fame e della sete
I lamenti dei francescani sulla privazione di acqua e cibo contrastano con quanto apparso nella basilica della Natività, al termine dei 39 giorni dell’occupazione
di Sandro Magister
da L’Espresso, 13-5-2002
La liberazione del complesso della Natività, a Betlemme, ha risolto un problema, ma ne ha aperti altri.
Uno di questi problemi insoluti riguarda l’attendibilità delle informazioni fornite nei 39 giorni dell’occupazione dai frati francescani che custodiscono il complesso.
Fin dai primi giorni dell’occupazione, questi frati hanno detto ripetutamente di non avere più né acqua né cibo, né per gli occupanti né per loro. Il loro visibile e loquace portavoce, Ibrahim Faltas (nella foto Reuters, mentre accompagna l’uscita di due palestinesi dalla basilica), ha martellato in ogni occasione questo lamento. Raccolto e rilanciato dai suoi superiori fuori Betlemme.
Ma la visione della basilica della Natività, subito dopo l’uscita degli occupanti, contrasta fortemente con quanto detto in precedenza dai frati.
Uno dei resoconti giornalistici più dettagliati, quello di Lorenzo Cremonesi sul “Corriere della Sera” dell’11 maggio, così inizia:
«L'essere entrati nella Basilica della Natività tre ore dopo la fine dell' assedio permette di fare due prime considerazioni: non c’è stata dissacrazione metodica dei luoghi santi cristiani da parte degli estremisti musulmani e non è vero che mancava cibo ai palestinesi asserragliati all'interno».
E prosegue:
«Tutto appare come è
appena stato lasciato dai palestinesi. [...] Resti di cibo ovunque, tracce di
bivacchi improvvisati sin sotto l'altare, letti di fortuna ricavati sotto i
mosaici ai muri, nelle navate, e poi ancora cuscini lerci, una scatola di
sardine ammuffite, radio sventrate, posate sporche, piatti usati, ciabatte,
scarpe vecchie, vestiti unti, forbici. Negli angoli regna un tanfo
insopportabile. Nessuno deve aver corso il rischio di morire di fame. Negli
armadi usati per gli arredi sacri ai lati dell'altare principale si notano
sacchi di riso, scatole di spaghetti, sale, zucchero, farina, conserve di
carciofini, frutta e verdura che marciscono, scatolette di mais, hummus in vasi
di plastica. L’acqua era presa dalle cisterne nel chiostro e nei diversi
giardini del complesso, poi veniva messa in taniche di plastica gialla da 20 o
30 litri sparse dovunque. [...] Nelle cucine del convento francescano si trova
ancora formaggio e salame. E non sembra proprio che se il cibo fosse davvero
scarseggiato i palestinesi sarebbero stati così pronti a lasciare che si
potessero aprire le scatole di formaggini per poi lasciarne marcire almeno metà
del contenuto in bella vista sulle balaustre dell' altare. Sporco ovunque. Il
battistero sulla destra dell'entrata principale è ricoperto di piatti unti e
resti di fuochi. “Vede che vergogna? Hanno usato gli altari dedicati ai nostri
santi come tavoli da cucina”, si lamenta Ciprianus, del patriarcato greco. I
danni maggiori provocati dai palestinesi sono alle porte interne che conducono
alle residenze di francescani, greci e armeni. “Sono venuti per prendere il
cibo. Se trovavano chiuso sfondavano”, dice ancora Ciprianus».
Questo quanto apparso agli osservatori dopo l’evacuazione della basilica.
Ed ecco invece qui di seguito un’antologia delle dichiarazioni dei francescani nei giorni dell’occupazione, riprese dall’agenzia vaticana “Fides”:
5 aprile:
«Appello di padre Giacomo Bini, ministro generale dell'ordine dei frati minori, che hanno in custodia i Luoghi Santi: "I nostri frati sono rimasti senza viveri perché in questi giorni hanno condiviso tutto ciò che avevano con i 200 occupanti"».
6 aprile:
«L'esercito israeliano ha dichiarato di voler costringere alla resa per fame i miliziani asserragliati nella Basilica. Padre David Jaeger, Portavoce della Custodia di Terrasanta, ha commentato a Fides: “È disumano, perché in questo modo si coinvolgono e si affamano anche i religiosi e le religiose che non sono parte in conflitto”».
7 aprile:
«Niente viveri per i frati. Respinta un'auto della Croce Rossa. Raggiunto da “Fides”, il padre David Jaeger, portavoce della Custodia di Terra Santa, commenta: “Nel complesso della Natività la scarsità di generi alimentari e provviste è acutissima"».
10 aprile:
«La situazione all'interno è difficile: mancano cibo e non vi è più acqua né potabile, né non potabile».
11 aprile:
«Gli unici a essere ormai senza più un goccio d'acqua per bere o lavarsi sono i frati francescani. Qualche frate si domanda se in questo non vi sia la decisione di punire i frati per le loro posizioni pubbliche. Il portavoce della Custodia di Terrasanta, padre David Jaeger commenta: "Ci troviamo con assoluto stupore davanti a questo comportamento inumano”».
11 aprile, altro dispaccio:
«Il ministro generale dell'ordine dei frati minori, padre Giacomo Bini, ha lanciato oggi un appello per una soluzione urgente del dramma della basilica della Natività a Betlemme: “La situazione venutasi a creare nel complesso degli edifici della natività a Betlemme, e che dura ormai da due settimane, richiede urgentemente un intervento umanitario. Da ieri sera sono terminate le scorte di acqua e viveri”».
12 aprile:
«La Custodia di Terrasanta ha deciso di lanciare un appello alle collettività ebraiche di tutto il mondo per chiedere al governo israeliano di restituire luce e acqua ai frati francescani della natività, che si trovano ormai allo stremo».
13 aprile:
«"Vi preghiamo: ridateci luce e acqua. Siate generosi e siate anche lungimiranti!". È l'appello accorato rivolto dai padri francescani di Terrasanta al governo israeliano nell'undicesimo giorno di assedio di Tsahal alla basilica della Natività a Betlemme. La Custodia di Terrasanta è angosciata per le suppliche finora andate a vuoto».
13 aprile, altro dispaccio:
«I frati continuano a trovare incomprensibile l'indifferenza del governo sulla necessità di provvedere all'acqua e alla luce. "Speravamo che l'esercito comprendesse queste necessità. Ma le autorità stanno mostrando un cuore duro", ha detto a “Fides” padre David Jaeger, portavoce della Custodia di Terrasanta».
14 aprile:
«Continua l'angoscia e la morte al complesso della Natività, da 13 giorni sotto l'assedio dell'esercito israeliano. Oltre al dramma della mancanza di luce, acqua e cibo, vi è carenza di medicine».
16 aprile:
«Lo ha riferito a Fides il portavoce della Custodia di Terrasanta padre David Jaeger, in costante contatto coi suoi fratelli all'interno del complesso assediato da 15 giorni dall'esercito israeliano. La salute dei frati è peggiorata a causa delle gravi condizioni del convento, dove manca cibo, acqua ed elettricità».
19 aprile:
«Padre Giacomo Bini, ministro generale dell'ordine dei frati minori, è stato ricevuto in udienza da Giovanni Paolo II questa mattina. "I nostri fratelli nella Chiesa della Natività - ha detto - da giorni sono privi di acqua, generi alimentari, energia elettrica, ed anche i 250 palestinesi sono allo stremo”».
23 aprile:
«Riceviamo una comunicazione ufficiale da parte del padre David Jaeger: "La Custodia di Terrasanta è ricorsa in cassazione all'Alta Corte di Giustizia di Israele, con la richiesta di ordinare alle autorità civili e militari competenti, di venire incontro alle urgenti esigenze umanitarie nel complesso della Natività. In specie: di ripristinare l'erogazione dell'acqua, dell'elettricità, e di non impedire più il rifornimento di generi alimentari”».
25 aprile:
«Padre David Jaeger, portavoce della Custodia di Terrasanta, ha confermato a “Fides” che il ricorso all’Alta Corte di Giustizia di Israele è stato respinto. Da 23 giorni l'esercito israeliano ha isolato il complesso tagliando acqua e luce. La Custodia aveva chiesto il ripristino dell'erogazione dell'acqua, dell'elettricità e l'eliminazione di ogni ostacolo per il rifornimento dei viveri».
...
Fin qui l’antologia delle dichiarazioni. Che confrontate con i fatti riscontrati
al termine dell’occupazione impongono d’essere decodificate.
Ma come? Le decodifiche possono essere – teoricamente – le più varie.
Oscillano – sempre teoricamente – tra queste due formule antitetiche estreme, poste sulla bocca dei francescani della Natività.
La prima:
“Siamo ostaggi. E queste sono le cose che ci è imposto di dire”.
L’altra:
“Siamo complici. E questa è la nostra parte in scena”.
Sicuramente, nessuna di queste due formule estreme è vera. Ma quella attendibile – quale? – si situa nell’infinita gamma delle decodifiche intermedie. La vera storia di questa occupazione resta tuttora sfuggente.
Betlemme. La Chiesa rimbomba di voci discordi
Il Vaticano caldeggia l’esilio dei terroristi in Italia. Ma “Avvenire”, il quotidiano del cardinale Ruini, dice no
di Sandro Magister
Mercoledì 8 maggio le due linee – la prima decisamente propalestinese e la seconda più imparziale – che da tempo confliggono ai vertici della Chiesa sono venute clamorosamente allo scoperto. Con detonatore la basilica della Natività.
La linea propalestinese ha trovato voce autorevole nel cardinale Roger Etchegaray, in una dichiarazione rilasciata al ritorno da una missione speciale in Terrasanta, come inviato del papa.
Etchegaray ha lamentato d’essere stato impedito dalle autorità d’Israele di entrare nella basilica di Betlemme «per pregare con la comunità francescana».
Ma soprattutto ha lamentato che «un ultimo ostacolo abbia impedito la felice soluzione da tutti febbrilmente attesa, proprio quando i negoziati per Betlemme sembravano essere arrivati al traguardo».
Chiaro rimprovero al rifiuto opposto dal governo italiano ad accogliere i tredici terroristi destinati all’esilio.
Questo è il link al testo del cardinale, nel sito ufficiale del Vaticano:
Il giorno precedente, 7 maggio, il direttore della sala stampa della Santa Sede, Joaquín Navarro-Valls, aveva smentito che vi fossero stati «contatti ufficiali», a riguardo di un «ipotetico interessamento della Santa Sede presso le Autorità italiane perché fossero accolti in Italia alcuni dei rifugiati nella Basilica della Natività a Betlemme».
Ma che un lavorìo in questa direzione ci sia stato, da parte di importanti uomini di Chiesa, è assodato.
La conferma più inoppugnabile è venuta dal senatore Giulio Andreotti, anch’egli molto attivo in questo lavorìo, a stretto contatto con le autorità vaticane. In loco, i più impegnati risultano essere stati il patriarca latino di Gerusalemme, Michel Sabbah, e il nunzio apostolico in Israele, Pietro Sambi.
L’approdo italiano dei
tredici esuli sarebbe stato, a Torino, il Sermig, Servizio missionario
giovanile, fondato da Ernesto Olivero. In un’intervista esclusiva messa in linea
il 7 maggio, Olivero ha detto d’averne parlato «anche con il Santo Padre», del
quale è amicissimo.
Olivero fissa una data d’inizio di questo lavorìo negoziale: il 25 aprile.
Curiosamente, a partire da quel giorno, l’agenzia “Fides” della congregazione
vaticana “De Propaganda Fide”, fin lì ricchissima di notizie di prima mano sulla
questione di Betlemme, ha diradato i suoi dispacci, fin quasi al silenzio.
Anche perché dal 29 aprile il suo direttore, Bernardo Cervellera del Pontificio istituto missioni estere, è stato congedato. E il passaggio di consegne è coinciso con un’inaspettata «revisione dei contenuti delle notizie e della grafica».
“Fides” si era fin lì caratterizzata per una maggiore imparzialità di linea. All’opposto dell’”Osservatore Romano”, aspramente antisraeliano e persino antiebraico, come mostrato in questi nostri precedenti servizi:
Il vertice dell’antiebraicità “L’Osservatore Romano” l’aveva toccato in un articolo del 2 aprile intitolato “A ferro e fuoco la terra del Risorto”. Nel quale l’intero conflitto israelo-palestinese era ricondotto a «un’aggressione che si fa sterminio» ad opera del solo Israele, mosso dall’empia volontà di «profanare col ferro e col fuoco i Luoghi Santi», territori e persone.
E per più di tre settimane il quotidiano della Santa Sede aveva continuato a rilanciare questo articolo nella Home Page del suo sito Internet, come fosse la quintessenza della linea vaticana. Incurante delle proteste degli ebrei.
Finché il 25 aprile l’ha fatto sparire. In coincidenza con l’avvio del negoziato per la liberazione della basilica di Betlemme.
Tacitata “Fides”, messa la sordina ai propri eccessi, “L’Osservatore Romano” è dunque rimasto il solo organo rappresentativo della linea della Chiesa sul conflitto israelo-palestinese?
No. Perché all’improvviso gli si è messo di traverso “Avvenire”, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, o meglio, del suo presidente, il cardinale Camillo Ruini. Che è anche il vicario di Giovanni Paolo II per la diocesi di Roma, suo uomo d’assoluta fiducia.
Già il 7 maggio
“Avvenire” aveva dato segno di non caldeggiare l’idea di estradare in Italia i
tredici guerriglieri esiliati. Mentre altri giornali largheggiavano di
indiscrezioni sugli appoggi ecclesiastici all’operazione, il quotidiano della
Cei si distingueva per sobrietà.
Ma è l’8 maggio che la divaricazione di linea è apparsa clamorosa.
Prima pagina, prima colonna. L’editoriale di Vittorio E. Parsi, professore di politica internazionale alla Cattolica di Milano, è tagliente fin dal titolo: “Dopo l’11 settembre niente più passaporti facili”.
E nel testo spiega. Basta con le «valigie diplomatiche». Basta con gli «esilii dorati». Basta con «quella sorta di asilo politico mascherato, su cui per decenni i terroristi di varie risme hanno potuto contare». Dopo l’11 settembre la «lotta effettiva al terrorismo internazionale» esige un «rigore senza furore». Porte chiuse ai terroristi. Prosciugamento dei loro santuari. Perché l’unico vero santuario da liberare è piuttosto la basilica di Betlemme, che è stata ridotta ad ostaggio.
Invece dell’ospitalità concessa ai terroristi in Italia o in altri paesi europei, Parsi avanza una diversa soluzione: la loro presa in consegna da parte di Israele e un regolare processo. Meglio ancora se con un «supplemento di garanzia ai diritti processuali dei terroristi, magari nella forma del sostegno internazionale al patrocinio legale degli inquisiti di fronte alle legittime corti di Israele: nel rispetto sostanziale e formale dei diritti di entrambe le parti in causa».
Ma ecco qui di seguito, per intero, l’editoriale del quotidiano della Cei:
Dopo l’11 settembre niente più passaporti facili
di Vittorio E. Parsi
(Da > "Avvenire" dell’8 maggio 2002)
Se il mondo attende segni di cambiamento, anche la giornata di ieri va inscritta tra quelle destinate a tracciare un profilo diverso ai tempi che verranno.
Se il mondo stravolto dai drammatici fotogrammi dell’11 settembre, con il loro carico di ferite che faticano a rimarginarsi, chiude oggi le porte a chi – tra i rifugiati palestinesi nella basilica della Natività di Betlemme – ha scelto il terrore come surrogato della lotta politica, allora vuol dire che il nuovo Millennio è già foriero di una sostanziale discontinuità.
Mai più facili «valigie diplomatiche» o esili dorati – sembrano dire i popoli del mondo – a chi si è macchiato le mani di sangue, fors’anche per una causa che ai loro occhi può apparire giusta. Ieri tutti i governi europei hanno fatto sapere che non erano disponibili a concedere alcuna ospitalità - sotto alcuna forma - ai terroristi palestinesi.
Con questo passo convergente è come se quella sorta di asilo politico mascherato, su cui per decenni i terroristi di varie risme avevano potuto contare, fosse revocato in blocco.
Possiamo pure ascrivere questa chiusura netta all’onda lunga dell’11 settembre, ma se pure così fosse, è difficile negare che un simile passo va nella direzione della lotta effettiva al terrorismo internazionale. Perché assai meglio di una campagna militare, esso prosciuga i "santuari" dei terroristi, senza che alcuna vita innocente sia sacrificata, senza che le popolazioni civili debbano subire alcun "danno collaterale". È la dimostrazione che il rigore non necessariamente implica il furore, per quanto quest’ultimo possa apparire giustificato dall’enormità dei crimini commessi.
Sul tappeto resta però il destino di un altro, vero santuario, quella chiesa della Natività di Betlemme che è luogo sacro per tutta la cristianità, e non solo. Se è vero che i francescani non sono ostaggi dei loro “ospiti”, allora l’unico ostaggio finisce con l’essere la Basilica, e rispetto a una sua incruenta ma non più procrastinabile liberazione si fanno per ora pochi passi in avanti. Quello che possiamo e dobbiamo chiedere è che la lotta al terrorismo sia condotta con l’attenzione che i Luoghi Sacri meritano.
Forse, per ottenere lo scopo della loro liberazione, potrebbe essere esplorata la via di un supplemento di garanzia ai diritti processuali dei terroristi, magari nella forma del sostegno internazionale al patrocinio legale degli inquisiti di fronte alle legittime Corti di Israele: nel rispetto sostanziale e formale dei diritti di entrambe le parti in causa.
In ogni caso, dopo quanto è accaduto ieri, difficilmente l’Europa potrà accogliere a cuor leggero sotto il proprio tetto altri terroristi, qualunque bandiera essi difendano.
Israele. “L’Osservatore Romano” si schiera
E si schiera contro. Parteggiando vistosamente per i palestinesi. Fino a dar voce a chi giustifica il loro terrorismo
di Sandro Magister
Qual è la linea vaticana sul conflitto israelo-palestinese? Quella del papa o quella del suo giornale, “L’Osservatore Romano”?
La linea di Giovanni Paolo II, stando alle sue parole pubbliche, appare misurata, imparziale.
Così esordisce, ad
esempio, un paragrafo del suo invito del 4 aprile a pregare per la pace: «Di
fronte alla caparbia determinazione con cui, da una parte e dall’altra, si
continua ad avanzare sulla strada della ritorsione e della vendetta...». Da una
parte e dell’altra.
Anche la posizione ufficiale della Santa Sede, riassunta in un comunicato del 3
aprile nei seguenti cinque punti, si sforza di attribuire torti e ragioni a
entrambe le parti in conflitto:
«1. Condanna inequivoca del terrorismo, da qualsiasi parte esso provenga.
«2. Riprovazione delle condizioni di ingiustizia e di umiliazione imposte al popolo palestinese, come pure delle rappresaglie e delle ritorsioni, le quali non fanno altro che accrescere il senso di frustrazione e di odio.
«3. Rispetto delle Risoluzioni delle Nazioni Unite, da parte di tutti.
«4. Proporzionalità nell'uso dei legittimi mezzi di difesa.
«5. Dovere per le parti in conflitto di tutelare i Luoghi sacri, molto significativi per le tre religioni monoteiste e patrimonio dell'intera umanità».
*
Ma a sfogliare “L’Osservatore Romano” l’impressione cambia. Sul giornale della Santa Sede la linea si sbilancia vistosamente. Il numero postpasquale datato 2-3 aprile 2002 apre in prima pagina con un servizio intitolato: “A ferro e a fuoco la terra del Risorto”. Che così attacca:
«TEL AVIV, 2 – Con tragica regolarità si assiste ogni giorno al peggioramento della situazione in Medio Oriente. Raramente la storia è stata violentata con questa rudezza e spinta a ritroso da una chiara volontà di offendere la dignità di un popolo. Con irritante sussiego si afferma che gli attacchi sferrati da Israele sarebbero una difesa contro il terrorismo. In realtà quello che sta avvenendo si configura come un attacco sferrato contro persone, territori, Luoghi: i Luoghi Santi. La terra del Risorto è profanata col ferro e col fuoco e rimane quotidianamente vittima di un'aggressione che si fa sterminio. Le armi non si sono fermate oggi davanti a chi testimonia il Verbo, così come poco più di due settimane fa non hanno esitato a colpire la statua della Madre di Gesù. Mentre a Betlemme infuriavano gli scontri, un sacerdote è stato ucciso nel convento delle suore dell'Ordine del SS. Salvatore di Santa Brigida, dove si era recato per portare conforto alle sorelle e celebrare la Santa Messa. Anche alcune religiose brigidine sono rimaste ferite».
[In realtà, come lo stesso “Osservatore” ha confermato due giorni dopo, nessun sacerdote era stato ucciso e le suore di Santa Brigida erano scampate al pericolo].
Questo servizio del quotidiano della Santa Sede ha provocato le veementi proteste del rabbino capo della Sinagoga di Roma, Riccardo Di Segni, e del presidente delle comunità ebraiche italiane, Amos Luzzatto. Quest’ultimo ha giudicato l’articolo «osceno» non per le critiche alla politica d’Israele, ma «perché quando dice che è stata messa a ferro e fuoco “la terra del Risorto” arriva a teologizzare tutta la faccenda, ed è così che si fa antisemitismo».
Ma “L’Osservatore Romano”? Nel suo sito internet, che pure non consente di consultare i numeri arretrati, quell’articolo del 2-3 aprile continua a essere lanciato con evidenza nella Home Page.
E Mario Agnes, il direttore dell’”Osservatore”, interpellato da “la Repubblica”, ha replicato asciutto: «Non ho niente da commentare. La nostra linea è quella del papa. E continuerà così».
Come in effetti avviene. Il quotidiano della Santa Sede dà grande risalto, in particolare, alle posizioni apertamente propalestinesi del patriarca latino di Gerusalemme, Michel Sabbah.
Ecco, ad esempio, due dichiarazioni di Sabbah, riportate dall’”Osservatore” in un servizio del 4 aprile.
La prima:
«La pace si trova su una strada chiusa. Solo coloro che hanno in mano il potere di mettere fine all’ingiustizia che pesa da anni su uno dei due popoli, il popolo palestinese, possono aprire la strada. [...] È tempo che i capi israeliani capiscano questo».
E la seconda:
“Il bisogno di questa terra [è] di attraversare il deserto dell’odio e della morte, il deserto dell’ingiustizia e dell’oppressione imposta su uno dei due popoli [...]. I capi dovrebbero smettere di parlare di terrorismo per nascondere il male di fondo e per giustificare e nutrire la permanenza della morte e dell’odio. Quando questo male prenderà fine, subito cesserà ogni forma di odio e di morte».
Dove ciò che colpisce non è soltanto la giustificazione data al terrorismo palestinese, ma il contesto liturgico in cui il patriarca latino di Gerusalemme ha pronunciato simili parole: nell’omelia della messa di Pasqua.
Il 7 aprile, a Roma, un altro vescovo cattolico mediorientale, di rito non latino ma greco melchita, Hilarion Capucci, ha fatto un’apologia ancor più spinta dei terroristi suicidi. E l’ha fatta dal palco di un corteo propalestinese dell’ultrasinistra:
«Un saluto ai figli dell’intifada e ai martiri che vanno a combattere come se andassero a una festa. Vogliamo avere la nostra patria, altrimenti moriremo degnamente. Intifada fino alla vittoria».
Monsignor Capucci fu condannato a dodici anni di carcere nel 1974 da un tribunale israeliano per aver contrabbandato armi ai palestinesi. Tre anni dopo fu liberato per le pressioni del Vaticano.
“L’Osservatore Romano” non ha ripreso le parole di Capucci. Né quelle del gran mufti di Damasco, Ahmed Kaftaro, la più alta autorità musulmana della Siria, il vegliardo che stava al fianco di Giovanni Paolo II quando questi visitò la moschea di Damasco, nel maggio del 2001. Stando a quanto riportato l’8 aprile dalla stampa occidentale, Kaftaro avrebbe scritto, sul quotidiano siriano “As-Soura”, che il terrorismo suicida palestinese «rappresenta il più alto grado di sacrificio e di onore»; che «le azioni dei martiri sono il solo mezzo per far fronte all’arsenale bellico sionista»; e che l’aggressione israeliana «contro il popolo inerme» palestinese è «nazista e razzista».
Giudizi largamente condivisi in campo islamico. Ma diffusi anche tra i cristiani d’Oriente. E con un’eco fin sul quotidiano del papa.
Antiebraismo. I pro e i contro nella Chiesa
Un libro di uno studioso ebreo sui nuovi volti dell’avversione contro il popolo d’Israele. Da cui la Chiesa è tutt’altro che immune
di Sandro Magister
Questo libro di Giorgio Israel esce puntualissimo, nel pieno di quel conflitto israelo-palestinese che ha ridato corpo all’antico pregiudizio antiebraico.
Israel analizza e denuncia questo pregiudizio nelle sue molteplici versioni odierne: laica e di sinistra, islamica, cristiana.
A proposito di quest’ultima, l’autore riconosce «il processo di revisione dell’atteggiamento della Chiesa cattolica ufficiale nei confronti degli ebrei, iniziato con il Concilio Vaticano II». Ne apprezza «i notevoli passi in avanti». Sottolinea che tale revisione «ha persino affrontato il nodo delle questioni teologiche che sono alla base della mitologia del deicidio».
Ma al tempo stesso denuncia il persistente riaffiorare, nella Chiesa cattolica, di un’altra mitologia contigua: «la religione della vendetta (quella ebraica) in opposizione alla religione dell’amore (quella cristiana)».
Israel vede all’opera questa mitologia «tanto tenebrosa quanto assolutamente destituita di fondamento» nelle «parole malate» con cui da parte cattolica si descrive e si interpreta il conflitto israelo-palestinese. Dagli esempi che porta, il pensiero va dritto alle cronache della guerra pubblicate dall’”Osservatore Romano”, il quotidiano della Santa Sede.
Mentre, all’opposto, Israel identifica come distacco massimo della Chiesa dall’antisemitismo il documento della Pontificia commissione biblica presieduta dal cardinale Joseph Ratzinger, pubblicato il 24 maggio 2001 col titolo “Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana”.
Di questo documento, l’autore cita il seguente passaggio, che ritiene "di grande valore teologico":
«L’attesa messianica ebraica non è vana. Essa può diventare per noi cristiani un forte stimolo a mantenere la dimensione escatologica della nostra fede. Anche noi, come gli ebrei, viviamo nell’attesa. La differenza sta nel fatto che per noi Colui che verrà avrà i tratti di quel Gesù che è già venuto e che è attivo e presente tra di noi».
Israel commenta che «in tal modo il discorso del deicidio è distrutto alle radici». E altrettanto distrutta è «la tentazione di aprire un discorso sulle “colpe universali” degli ebrei».
Mentre questo qui di seguito è un articolo apparso su “L’Espresso” a stampa del 25 aprile 2002, che invece mette a nudo l’irriducibile antiebraismo – teologico prima che politico – dei cattolici mediorientali, vescovi, preti e fedeli. Un antiebraismo che a sua volta influenza la diplomazia vaticana:
Cattolici e antiebrei
di Sandro Magister
A Damasco, nel maggio del 2000, Giovanni Paolo II inghiottì senza batter ciglio
le accuse di deicidio scagliate contro gli ebrei dal dittatore della Siria,
Bashar al-Assad.
Ma simili accuse non
circolano solo tra i musulmani. Continuano a serpeggiare anche dentro la Chiesa,
nonostante il repulisti compiuto dal Concilio Vaticano II. Vanno forte
soprattutto tra i cattolici arabi, quelli geograficamente più vicini a Israele.
E non solo.
Il 2 aprile ci è andato molto vicino persino “L’Osservatore Romano”, il giornale
del papa. Ha scritto che il terrorismo palestinese è solo un pretesto accampato
«con irritante sussiego». Perché il vero obiettivo di Israele è «profanare col
ferro e col fuoco la terra del Risorto».
Due giorni prima, nell’omelia della messa di Pasqua, il patriarca latino di Gerusalemme, Michel Sabbah, aveva formulato con altre parole lo stesso concetto: «I capi [israeliani] dovrebbero smettere di parlare di terrorismo per nascondere il male di fondo e per giustificare e nutrire la permanenza della morte e dell’odio».
Sabbah è il numero uno della gerarchia cattolica in Terra Santa e dintorni. Ma dai patriarchi fino all’ultimo fedele lì niente cambia. In tutti, l’avversione allo Stato d’Israele si mescola con un’ostilità di fondo all’ebraismo come tale.
Francesco Rossi de Gasperis è un insigne esegeta del Pontificio istituto biblico di Gerusalemme. È gesuita, è stato maestro di Carlo Maria Martini ed è una delle rarissime voci critiche. Non esita a definire «una Shoah culturale e spirituale» lo sterminio dell’identità del popolo ebraico voluto e compiuto dagli arabocristiani.
È una Shoah culturale, sostiene, «che ha nutrito per secoli anche il pensiero dei cristiani d’Occidente, fino ad alimentare l’antisemitismo europeo e lo stesso paganesimo nazista». Ma se la cristianità occidentale ha saputo alla fine convertirsi e pentirsi, lo stesso non è avvenuto per gli arabocristiani.
In Medio Oriente le Chiese continuano a ritenersi il «nuovo Israele» eletto da Dio, che ha soppiantato del tutto il vecchio. Per esse la Bibbia ebraica non ha più alcun valore proprio, perché sostituito dalla nuova rivelazione di Gesù. Quindi nemmeno l’ebraismo ha più ragione d’esistere. E men che meno lo Stato d’Israele. Musulmani e cristiani d’Oriente sono in questo concordi: per essi il moderno Israele non ha alcun legame con le terre dell’Israele biblico. È semplicemente un aggressore straniero.
Ma c’è di più, osserva Rossi de Gasperis. Questa «teologia della sostituzione» che accomuna arabocristiani e musulmani è matrice anche dell’attuale terrorismo contro gli ebrei. Che non è solo compiuto da «martiri» di fede islamica. Il 10 marzo il quotidiano dei vescovi italiani “Avvenire” ha pubblicato un servizio dai territori palestinesi con protagonista una ragazzina di 13 anni, cristiana, decisissima a «farsi scoppiare».
Nel Concilio Vaticano II, i vescovi mediorientali contrastarono con tutte le loro forze le aperture della Chiesa all’ebraismo. Persero. Ma oggi, a quarant’anni di distanza, per loro nulla è cambiato. «Si scandalizzano», dice Rossi de Gasperis, «al vedere l’entusiasmo con cui i cattolici d’Occidente riscoprono le radici ebraiche della loro fede». Reagiscono con scandalo anche ai documenti vaticani che riconoscono all’ebraismo un valore permanente nel piano di Dio. E guardano con disagio ai mea culpa di Giovanni Paolo II.
Sul terreno politico, tutto questo diventa unilaterale sostegno alla causa palestinese. Il vescovo Hilarion Capucci ha plaudito pubblicamente ai «martiri dell’intifada che vanno alla morte come a una festa». In Vaticano la linea ufficiale si discosta nettamente da queste posizioni. Ma l’antiebraismo teologico della cristianità araba pesa. E impedisce alla diplomazia del papa d’apparire imparziale.
A Betlemme è ricomparso Erode
Un libro di Renzo Guolo dice da dove viene e cosa vuole l’islamismo che fa guerra a Israele e all’Occidente. E lo dice senza reticenze. Né indulgenze
di Sandro Magister
I due sulla copertina sono studenti di una scuola islamica di Quetta. Ma oggi l'epicentro dell'islamismo guerreggiato non è più sui monti afgani. È in Terrasanta. A Betlemme.
Erode è ricomparso vicino alla grotta della mangiatoia, poi diventata la basilica della Natività di Gesù.
Fuori i tank con la stella di Davide. Dentro guerriglieri e bambini, miliziani e frati di san Francesco, musulmani e cristiani. Ha detto suor Sophie: «È nostro dovere dare aiuto ai più deboli. E questi poveracci non hanno nulla, sono senza patria, sono privi di ogni difesa».
Ma i poveracci sono duecento uomini armati, entrati di forza nella chiesa. Sono tanzim delle brigate Al Aqsa, guerriglieri di Hamas, di Jihad. Dalle loro file escono i terroristi suicidi. Il loro obiettivo dichiarato non è respingere Israele fuori dai territori occupati, ma cacciare gli ebrei fuori dallo stesso Israele.
Hamas è l’ala più forte dell’islamismo palestinese. Ecco come la descrive Renzo Guolo nel volume “Il fondamentalismo islamico”, in libreria in questi giorni:
Hamas: fervore
di Renzo Guolo
(Dal capitolo “Fervore e martirio: morire per Dio in Palestina”, pagine 156-159)
Il Movimento di resistenza islamica Harakat al Muqawamat al-Islamiyya, il cui acronimo, Hamas, significa in lingua araba "fervore", presenta le tipiche caratteristiche dei movimenti di filiazione dai Fratelli Musulmani, da cui deriva. Ma alla pratica di islamizzazione "dal basso", Hamas unisce, in funzione della lotta di liberazione nazionale, la pratica "dall'alto”.
L’islamizzazione “dal basso” è fondamentale per la conquista dell'egemonia nella società palestinese. Durante l'occupazione israeliana e nei primi anni di "autonomia", la pratica sociale neotradizionalista ha permesso a Hamas di radicarsi nel territorio, in particolare nella Striscia di Gaza. In un contesto degradato con indici di affollamento demografico elevatissimi, la rete di sevizi sociali del movimento, garantita dagli ingenti flussi finanziari che provengono dai paesi musulmani in nome della "solidarietà islamica" e del sostegno alla "lotta contro il sionismo", è stata per il gruppo un formidabile strumento di legittimazione. Hamas ha costruito una sorta di stato sociale che gestisce mense e ospedali, strutture educative e ricreative. Lo stato sociale islamista, oltre che fornire sostegno alla popolazione, si è rivelato un formidabile veicolo di trasmissione del messaggio islamista e un grande bacino di arruolamento. Allo stesso tempo Hamas, come nella tradizione della Fratellanza, ha esteso la sua influenza anche nel campo delle professioni, tra medici, avvocati, docenti universitari e insegnanti, tutti attori sociali che si collocano in ruoli chiave della società palestinese. [...] L'occupazione israeliana rende però insufficiente la sola pratica neotradizionalista. Hamas si è dato così anche una struttura militare [...].
Hamas è un movimento islamonazionalista. Il suo carattere islamico gli deriva dall’essere l’ala palestinese dei Fratelli Musulmani. Nella Carta, il documento, ideologico e programmatico del movimento, viene ripreso integralmente, lo slogan della Fratellanza: “Il Profeta è l’esempio, il Corano è la nostra costituzione, il jihad un dovere di ognuno”. L’ideologia nazionalista viene giustificata come parte essenziale del credo religioso, in quanto la resistenza contro “l’invasore sionista”, come già per il gruppo del Jihad slamico, è considerata un dovere individuale per ogni musulmano.
L’obiettivo finale di Hamas è la nascita di uno Stato islamico, in una Palestina interamente liberata dai sionisti, nel territorio tra “il fiume e il mare”, ovvero dal Giordano al Mediterraneo. Rappresentazione geopolitica che implica la cancellazione dello Stato di Israele. Hamas ritiene che la Palestina sia un “bene religioso” consacrato alle future generazioni musulmane sino al Giorno del Giudizio. Per questo, qualsiasi cessione di territorio , o la sua divisione, si configura come una violazione della volontà di Dio. Gli ebrei potranno restare in Palestina dopo la sua “liberazione” come dhimmi, protetti. I dhimmi costituiscono la minoranza religiosa appartenente alla “gente del Libro”, cui è assicurata una precisa serie di diritti.
Nella Carta, Hamas afferma che non può esservi alcuna soluzione alla questione palestinese se non il jihad. Il sionismo aspira, infatti, ad espandersi “dal Nilo all’Eufrate” ed è sostenuto dai “crociati occidentali”. Hamas, incurante del rifarsi a un testo antisemita di cui è ormai storicamente provata la costruzione ad arte per screditare gli ebrei, afferma che i piani sionisti sono descritti dettagliatamente nei “Protocolli dei Savi di Sion”.
La resistenza al sionismo è definita da Hamas come dovere individuale, definizione che nella teologia islamica indica un obbligo religioso cui non ci si può sottrarre. A conferma della natura vincolante di questo dovere individuale, Hamas afferma che anche le donne possono combattere sulla via di Dio contro Israele: anche senza l’autorizzazione dei mariti. Esse hanno il dovere di educare i figli all’adempimento di quest’obbligo.
Accanto alla dimensione militare, di competenza delle “brigate dei martiri” ‘Izz al Din al Qassam, Hamas afferma la sua vocazione sociale. Vocazione che porta il gruppo a dare, secondo le prescrizioni coraniche, massima solidarietà ai bisognosi. Nei confronti degli altri movimenti islamici Hamas mostra “rispetto”. Anche con i nazionalisti laici dell’Olp, pur nelle divergenze ideologiche, vi è comunque un rapporto stretto, dovuto alla comune causa di lotta contro “l’entità sionista”. Tali rapporti saranno improntati alla lealtà, afferma Hamas, sino a quando l’Olp non dovesse ricercare l’intesa con il Nemico.
Hamas è divisa in due settori; l‘ala politica, che conduce apertamente la lotta contro gli israeliani e il braccio armato clandestino, che inizierà le operazioni armate a partire dal marzo 1988. In quello stesso anno, con la pubblicazione della Carta di Hamas, in cui viene indicato come obiettivo ”la distruzione di Israele”, il movimento islamista di matrice Fratelli Musulmani diventa nemico pubblico di Israele. Sino ad allora il governo israeliano non aveva compreso pienamente il ruolo della nuova organizzazione nell’Intifada e continuava ad attribuire ai laici di Fatah, del Fdpl e al Partito comunista, il ruolo di nemico principale. All’inizio della rivolta Israele riteneva che i Fratelli Musulmani, che per evitare la repressione assumeranno pubblicamente la “paternità” di Hamas nel febbraio 1988, avversassero il nazionalismo palestinese e non fossero coinvolti in atti di ”sovversione politica”. Solo nel maggio 1989, dopo un aumento dell’attività militare di Hamas e nello stesso periodo in cui esplode la “guerra dei coltelli” (l’eliminazione fisica dei collaborazionisti palestinesi che lavorano per i servizi di informazione di Tsahal), Israele rompe ogni indugio e arresta duecentosessanta militanti del gruppo, compresi lo sceicco Ahmad Yassin e Shehadeh, il leader dell’ala militare.
Con la partecipazione di Hamas l’Intifada compie un salto di qualità. La sollevazione non è più in mano agli shebab che lanciano pietre ma segna l’ingresso in scena della borghesia religiosa, dei commercianti, dei professionisti, degli insegnanti. La repressione del movimento del Jihad islamico lascia inoltre scoperto il campo islamista e Hamas ne prende il controllo.
Hamas si muove su molteplici piani. Quello della liberazione nazionale, quello della virtù dell’individuo, quello sociale. Partecipando all’Intifada e dandosi una struttura armata, diventa uno dei punti di riferimento di coloro che lottano per la fine dell’occupazione. Attraverso il suo messaggio morale, cerca di forgiare un credente-militante ascetico, con uno stile di vita opposto a quello degli individui che adottano comportamenti influenzati da quella che viene definita, sprezzantemente, la “corruzione ebraica”. Il richiamo alla moralità islamica, contrapposto alla “corruzione” delle classi più abbienti , laiche e occidentalizzate, permette all’organizzazione di penetrare profondamente tra i poveri, veicolando un’idea di popolo solidale che attenua le differenze di classe attraverso la giustizia sociale tipica dell’islam.
Betlemme. Quel “martire” islamico nella basilica della Natività
I palestinesi che occupano la basilica vorrebbero seppellire lì il corpo del loro compagno ucciso. I frati no. E Israele lascia che si facciano guerra tra loro
di Sandro Magister
“L’Osservatore Romano di venerdì 12 aprile ha in prima pagina un servizio intitolato “I carri armati circondano ancora la Basilica della Natività: è il decimo giorno”.
Che così inizia:
«BETLEMME, 11 - La
Basilica della Natività a Betlemme, uno dei luoghi più sacri della Cristianità,
continua ad essere sotto assedio. Da ormai dieci giorni, nonostante le
assicurazioni fornite da Tel Aviv circa la salvaguardia dei Luoghi Sacri, il
complesso sorto sul luogo della nascita di Gesù, è accerchiato dalle truppe
israeliane. All'interno - come segnala ancora l'"Ansa" - le condizioni diventano
di ora in ora più drammatiche. Il cibo è praticamente terminato e l'acqua agli
sgoccioli. Ieri i 245 rifugiati e i circa 40 religiosi, fra frati francescani,
suore e monaci armeni e ortodossi, hanno mangiato meno di una manciata di riso.
Tre feriti palestinesi sono in gravissime condizioni. Il corpo di un
palestinese, ucciso due giorni fa mentre cercava di spegnere un incendio
scoppiato durante un fallito blitz israeliano nel convento, non è ancora stato
prelevato, e attende ancora di essere sepolto».
Non una riga di più, sul palestinese ucciso. Eppure il suo corpo insepolto ha
aperto una serissima contesa aggiuntiva. Ha detto al “Wall Street Journal”
dell’11 aprile padre Giovanni Battistelli, il custode della Terra Santa per
conto del Vaticano: «Seppellire lì quel corpo è davvero rischioso. Non vogliamo
che i problemi che abbiamo avuto a Nazareth si ripetano a Betlemme nella
basilica della Natività».
I problemi di Nazareth sono quelli provocati dalla costruzione di una moschea musulmana proprio di fronte alla basilica cristiana dell’Annunciazione. Ma perché le autorità della Chiesa temono che questi problemi possano ripetersi a Betlemme?
Perché i 245 «rifugiati» nella basilica della Natività sono per la gran parte guerriglieri armati di Hamas e delle brigate al-Aqsa. E considerano uno shahid, ossia un martire per la fede, il loro compagno caduto, Khaled Syam, di 23 anni, colpito a morte dagli israeliani all’alba dell’8 aprile.
La tradizione musulmana, infatti, prescrive che uno shahid venga sepolto nel luogo in cui è caduto ucciso. E proprio questo vogliono i guerriglieri che occupano la basilica. Se lo facessero, creerebbero una presenza religiosa islamica permanente all’interno di uno dei luoghi più sacri della cristianità.
I frati del convento vogliono invece che il corpo sia portato via e riconsegnato ai familiari. Stando ai dispacci dell’agenzia vaticana “Fides”, i militari israeliani avrebbero acconsentito alla richiesta, senza però darvi seguito. Nell’attesa, il corpo dell’ucciso viene custodito «in un locale fresco, nella zona riservata ai greco-ortodossi». E dal convento trapela che i rapporti tra i frati e i guerriglieri si sono fatti «poco buoni».