Le
spadare.
Lo stato dell'arte
fonte:
Campagne Oceani
Le spadare sono sia le reti utilizzate per la
pesca del pesce spada, sia le imbarcazioni che utilizzano tali reti. La
rete spadara ha una maglia molto grande, con lato di solito superiore
ai 15 cm; ha un assetto positivo, cioè galleggiante, ed un'altezza che
tipicamente raggiunge e supera i 15 m. È una rete che viene calata in mare
nelle ore serali e con una tipica disposizione a "zig-zag" indispensabile
per la cattura. La rete spadara, infatti, non è una rete "ad imbrocco" -
sono quelle in cui il pesce "entra" nella rete ed è catturato "di testa" -
ma cattura il pesce spada "per avvolgimento". Il pesce spada vede la rete
e comincia a nuotare parallelamente ad essa, cercando una via d'uscita. I
colpi di coda del pesce producono però dei vortici che "smuovono" la rete
non tesa. Smuovendosi, la rete finisce per avvolgere la coda del pesce, il
quale, dimenandosi, rischia di rimanere ulteriormente impigliato.
Per salvaguardare l'attività di altri pescatori
che utilizzavano reti derivanti per la pesca costiera di piccoli pelagici,
in Italia è stata definita la tipologia tecnica della "ferrettara".
La
ferrettara è una rete pelagica derivante con maglia molto stretta, 5
cm di lato, lunga solo 2 Km che deve essere utilizzata entro 3 miglia
dalla costa. Anche questa rete, a causa della maglia troppo stretta, della
lunghezza insufficiente e della scarsa distanza dalla costa, non può
essere utilizzata per la pesca al pesce spada.
La rete spadara, diversamente dalla ferrettara, è un esempio tipico di
rete pelagica derivante d'altura: è un attrezzo da pesca molto
efficace, ma decisamente poco selettivo. Per questo motivo e, in
particolare, per la specifica minaccia alle popolazioni di cetacei, tali
reti sono state oggetto di varie decisioni, nazionali ed internazionali,
che ne vietano l'utilizzo.
A seguito di tali decisioni, l'Italia ha
avviato un piano di riconversione della flotta che utilizza reti
derivanti. Rimaneva tuttavia un "nocciolo duro" di imbarcazioni con
problemi di riconversione.
A tali imbarcazioni non solo sono stati
concessi contributi finanziari per la riconversione [DM 25/7/2002], ma è stata anche assegnata la licenza da rete da posta e ferrettara [DM 4/4/2003].
Entrambi i decreti sono stati firmati dal
Sottosegretario con delega alla Pesca e all'Acquacoltura Scarpa Bonazza.
In teoria, tali nuove licenze avrebbero solo dovuto ampliare la gamma di
attività delle imbarcazioni interessate. Molti in molti dubitavano che
questi attrezzi da pesca potessero costituire un'attrattiva economica per
le barche, di notevoli dimensioni, interessate dal provvedimento: gli
attrezzi in questione sono infatti tipici della piccola pesca costiera e
c'era il rischio di crare soltanto un varco nella normativa. Si è permesso
infatti a queste imbarcazioni di imbarcare reti [ in teoria reti da posta
fino ad un massimo di 5 Km di lunghezza ], rendendo il controllo molto più
difficile: una cosa è accertare se ci sono reti a bordo, altro è accertare
di che tipo di reti si tratta e, cosa ancor più difficile, accertare come
esse vengono utilizzate in mare aperto.
È dunque con poca sorpresa che, immediatamente dopo l'emanazione del
DM4/4/2003 si è assistito, lo scorso anno, ad un clamoroso aumento
dell'attività delle spadare. Anche quest'anno è stata segnalata una
notevole attività di spadare. Greenpeace ha preparato un rapporto
dettagliato sulle attività delle spadare basato su osservazioni effettuate
nei porti della Sardegna sud occidentale [ Isola di S.Antioco, porti di
S.Antioco e Calasetta, e porto di Teulada ] nel giugno 2004.
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Scarica la documentazione video del rapporto

Le opinioni di "Vivere il Mare"
del 14\3\2002
Nonostante il torto subito, la palese ingiustizia consumata ai danni di una
categoria di migliaia di lavoratori, nonostante la mancanza di evidenza
scientifica (anzi, pareri di segno opposto che ci danno ragione), nonostante
fossero tutti consapevoli - a cominciare dall'ex Commissario Emma Bonino - che
si trattasse di un problema puramente politico che non aveva nulla a che vedere
con la protezione di pesci spada o delfini che continueranno ad essere catturati
da reti spadare di altra nazionalità, nonostante il carattere arbitrario,
discriminatorio, sproporzionato del provvedimento che per la prima volta nella
storia della pesca ha messo al bando un sistema di cattura, nonostante tutto
ciò, dobbiamo cercare di ragionare sul destino delle 90 spadare che non hanno
aderito al piano di riconversione, e che dal 31 dicembre del 2001 sono
fuorilegge.
Potremmo anche evitare di compiere ulteriori sforzi e, sulla base di quanto
abbiamo già detto e scritto mille volte, semplicemente decidere di non
arrenderci mai, continuando quindi a rivendicare diritti e ragioni, riaffermando
il contenuto di tanti nostri documenti e comunicati stampa di circa 5 anni fa,
quando la partita era aperta. Rivendicando e chiedendo qualcosa che però, oggi,
è tecnicamente impossibile: consentire alle ultime spadare di continuare a
lavorare.
Impossibile perché il bando è entrato in vigore, e perché nell'unica sede in cui
il Regolamento che lo ha imposto può essere modificato - il Consiglio dei
Ministri della Pesca dell'Unione Europea - non ci sono i numeri nemmeno per
riaprire il caso, e tantomeno per vincere la battaglia. Va peraltro ricordato
che l'Italia in Consiglio si astenne (espresse voto contrario solo la Francia),
e che da allora nessun Ministro italiano ha tentato di riaprire il caso: L'On
Pinto fu il Ministro che si astenne (su pressioni del Ministro degli Esteri Dini),
Paolo De Castro aveva deciso di tentare, ma subito dopo è caduto il governo,
l'On Pecoraro Scanio era assolutamente contrario a qualsiasi tentativo ed il
Ministro Alemanno, che pure ha presentato formalmente una richiesta di proroga
alla Commissione, si è insediato a pochi mesi dall'entrata in vigore del bando,
un periodo troppo breve per poter sviluppare un serio tentativo di costruzione
delle alleanze necessarie a riportare il problema in Consiglio. Il
Sottosegretario Scarpa, in ultimo, ha sollevato l'argomento nel Consiglio dei
Ministri del dicembre scorso - praticamente dopo pochi giorni che gli era stata
conferita la delega sulla pesca - ma non ha potuto far altro che registrare la
indisponibilità della Commissione e degli altri Stati membri a riaffrontare un
problema che è tutto ed esclusivamente italiano, se si escludono poche barche
francesi.
La volontà politica che non ci fu quando le spadare erano oltre 650, può oggi
essere invocata per 90 imbarcazioni, dopo che ingenti fondi pubblici nazionali e
comunitari sono stati impiegati per cancellare le grandi derivanti? Il buon
senso direbbe di no, salvo grandi novità. In proposito va sgombrato il campo da
"voci" che parlano di proroghe del bando ottenute da altri Stati membri UE:
dalle salmonare del Baltico alle tonnare della Francia, si tratta di questioni e
deroghe attinenti a reti paragonabili alle nostre ferrettare, che non hanno
nulla a che vedere con le grandi derivanti spadare.
L'unica vera novità del panorama, dall'approvazione del regolamento-bando ad
oggi, è il mutato quadro politico italiano, che da solo non risolve
automaticamente il problema. A parte gli aspetti tecnici e temporali sopra
accennati, va considerato che chi ha voluto il bando delle spadare è ancora lì,
ben fermo sui suoi propositi: gli USA e Greenpeace in testa, ma anche altre
Associazioni ambientaliste e soprattutto la stessa Commissione Europea,
sostenuta in questo dall'intero apparato della DG Pesca. Non va poi sottaciuta
la diffusa consapevolezza che qualsiasi sospensione del bando richiamerebbe in
causa moltissimi dei "riconvertiti" che avevano aderito al piano, e che non
disdegnerebbero di tornare ad usare le spadare, anche restituendo l'indennità
percepita. Un'insieme di fattori che hanno concorso a rendere la strada verso la
sopravvivenza delle spadare, più che in salita... inesistente. Come è stata
sempre inesistente - ne siamo convinti - la possibilità che in Italia fosse
firmato un provvedimento in contrasto con il Regolamento comunitario 1239/98.
Anche perché questo non è un Regolamento qualsiasi, con possibili spazi
interpretativi, ma un Regolamento tanto efferato quanto chiaro, su cui sono ben
vive molteplici attenzioni nazionali ed internazionali.
E' con la precisa percezione di questo quadro che l'AGCI Pesca ha espresso negli
ultimi mesi posizioni non certo popolari. Siamo stati accusati di essere
rinunciatari, di aver gettato la spugna prima del gong, di aver accusato altri
di vendere illusioni, di non aver rivendicato fino in fondo le ragioni della
categoria. Ma noi rimaniamo nella serena convinzione di aver semplicemente
affermato lo stato delle cose nella sua drammatica oggettività. Riaffermare
negli ultimi mesi le nostre ragioni, quelle della categoria su cui tutte le
organizzazioni italiane hanno da sempre espresso la medesima posizione, non
avrebbe mai potuto produrre un'azione sufficiente ad ottenere una proroga o una
moratoria dell'entrata in vigore del bando. Il gong era già suonato da tempo;
non si trattava di essere rinunciatari - lo ribadiamo - ma realisti; il lavoro
da fare per ottenere moratorie o proroghe era ben diverso, e lo dovevano fare i
nostri governi cominciando molto tempo fa. Noi abbiamo preferito parlare
chiaramente alle imprese ed agli equipaggi delle spadare; non abbiamo cercato
l'applauso ma il ragionamento, nella convinzione che la forza della chiarezza,
più di quella dell'ostinazione o della gramigna, che qualcuno ha voluto evocare,
fosse più utile a valutare possibilità, prospettive, possibili iniziative.
Mentre scriviamo queste righe è in corso la protesta delle spadare con un sit
in, preannunciato ad oltranza, davanti al Ministero. I promotori chiedono alle
Associazioni solidarietà, ed al Ministero la possibilità di tornare a pescare
con le grandi derivanti. E' evidente che l'AGCI Pesca, come riteniamo altre
organizzazioni, non possa che esprimere solidarietà ai manifestanti colpiti dal
bando. Altra cosa è condividere le richieste, la strategia e le forme di lotta
scelte dai manifestanti, evidentemente non concordate con il movimento
cooperativo. Tra coloro che protestano ci sono anche imprese aderenti a
cooperative nostre associate, che hanno voluto rimanere unite a chi esprimeva
ancora una volta le ragioni della categoria. Lo hanno fatto individualmente,
senza impegnare l'Associazione, comunque capendo la posizione da noi assunta,
come noi capiamo che è difficile rimanere a casa quando si subisce un torto.
Non sappiamo come finirà la protesta, ma per quanto fin qui espresso, e per
quanto ci è dato di sapere, riteniamo che dalla protesta non potrà scaturire
alcuna proroga, e che l'unica strada precorribile rimarrà quella su cui il
Sottosegretario Scarpa ha dichiarato la sua disponibilità: quella di un Piano di
riconversione aggiuntivo per le 90 spadare residue. E' una strada che fino a
tempi recenti non era assolutamente scontata, e che riteniamo vada apprezzata -
al di là di quella che sarà l'articolazione di dettaglio - per l'implicito
riconoscimento delle ragioni della categoria. Un risultato importante di cui va
dato atto al Sottosegretario, e su cui l'AGCI Pesca ha espresso da subito il suo
favore ed il suo impegno.
Un risultato che non cancella possibili iniziative che in futuro potrebbero
riaprire la questione a Bruxelles:
- l'esecuzione di uno studio sullo stato dello stock di pesce spada, della
popolazione di delfini in Mediterraneo (che sta esplodendo), dell'impatto delle
derivanti opportunamente segnalate ed armate;
- l'affermazione di un ricorso corretto al principio precauzionale, secondo gli
indirizzi espressi dalla stessa Commissione Europea;
- la costruzione delle necessarie alleanze con altri Stati membri per costituire
una maggioranza in grado di modificare in Consiglio dei Ministri il Regolamento
che ha sancito il bando delle spadare.
- Il ricorso alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea da parte di pescatori
colpiti da ammende e sequestri per aver contravvenuto al bando, a cui si
affiancherebbero le Associazioni della pesca. Una iniziativa, questa, dai tempi
lunghi e dagli esiti molto incerti, anche alla luce del ricorso intentato dalla
Francia che nel frattempo ha avuto esito negativo.
In questo quadro è evidentemente di segno opposto, ma pienamente condivisibile
nel permanere del bando, la volontà espressa da parte comunitaria ed italiana
per ottenere l'estensione del divieto a tutte le flotte operanti in
Mediterraneo, anche se non sono assolutamente chiari gli strumenti giuridici che
possano far raggiungere questo obiettivo.
Sono punti che richiamano evidentemente in causa il governo, per lo sviluppo
dell'iniziativa politica che in passato è mancata. Per quanto difficile è un
percorso possibile su cui il Ministero riteniamo potrebbe contare su tutto
l'appoggio della categoria e delle Associazioni, sicuramente dell'AGCI Pesca.

Le spadare secondo Greenpeace
articolo tratto dal sito di
Greenpeace
Le
spadare sono reti lunghe molti km che i pescatori lasciano alla deriva . Queste
catturano indiscriminatamente ogni specie di pesce e cetacei, oltre naturalmente
i pesci spada da cui prende il nome questo tipo di rete. Le Nazioni Unite nel
gennaio 1992 vietano l' uso di spadare di lunghezza superiore ai 2,5 km , ma
soprattutto Italia e Francia continuano ad utilizzarne di lunghezze anche
superiori a 20 km. La motonave MV Greenpeace navigando nelle acque del
Mediterraneo documenta decine di spadare illegali e la latitanza delle autorità
italiane nel fare rispettare i limiti di legge. L'8 giugno 1998 l' Unione
Europea decide la progressiva eliminazione delle spadare entro il 31 dicembre
2001, ma i problemi per la riconversione sono vari, tra i più la vendita delle
reti spadare da parte delle flotte italiane e francesi a paesi come l'Albania ,
la Tunisia o altri paesi non comunitari. Quindi il problema si spostava
semplicemente ma non si risolveva, fortunatamente adesso le flotte che decidono
di riconvertirsi, sono obbligate a distruggere le reti. Dal 28 marzo 1996 l'
Italia è nella lista nera dell' ONU, rischia l'embargo pari a 1800 miliardi di
lire. Il 27 luglio di questo stesso anno, in occasione dell'annuale festival di
Greenpeace, che questo anno non a caso ha per tema "Salerno centro del
Mediterraneo", approda a Salerno una nave della flotta dell'associazione
ambientalista, l' Artic Sunrise. Significativo incontro per gli attivisti di
Greenpeace che colgono l'occasione per riportare la dovuta attenzione sul
problema delle spadare nel Mediterraneo e nel golfo di Salerno in particolare. A
bordo della Artic Sunrise si svolge l' incontro-dibattito tra il responsabile
del gruppo d'appoggio Greenpeace Salerno Giampiero Meo, il responsabile della
Campagne Pesca di GP Italia Fabrizio Fabbri, il presidente della cooperativa
pescatori Giuseppe Fiorillo e tra i politici il ministro Michele Pinto del
Dicastero delle Politiche Agricole piu il Presidente della Provincia e il
Sindaco della città. La questione spadare viene affrontata per l'urgenza della
soluzione in vista dell'embargo e per la presentazione e chiarificazione del
progetto "Pegaso" dell'Amministrazione Provinciale che prevede la creazione di 9
aree marine protette e il loro ripopolamento. Una risposta che si pone tra le
richieste di smantellamento definitivo della flotta di spadare per liberare il
mare dalle reti killer, fatta da Greenpeace, e le richieste dei pescatori di
rassicurazioni che la conversione delle spadare sia sostenuta da
sovvenzionamenti della UE e dello Stato Italiano.