Da Ignazio Badalì
ricevo e pubblico
Ci dev’essere un complotto ai miei danni. Da un po’ di
tempo, appena mi azzardo a ritenere assolto il mio libero
vincolo, contratto col curatore di questo sito, e comincio a
pensare che per quel mese sono a posto, spunta fuori qualcuno
o qualcosa che prontamente vanifica il tentativo di dar riposo
alla penna appena deposta. Me ne farò una ragione, pigliando
esempio da un’eminente personalità che di questi tempi patisce
trame persecutorie a causa (e la differenza non è da poco) di
una gaudente attività più che presunta.
Superata la fase, interessata dalle vicende legate agli
aggiustamenti portati alla struttura di governo della città,
conclusasi con la soporifera (rispetto alle previsioni)
adunanza del consiglio comunale ultimo, prevedevo un calo dei
comunicati, delle dichiarazioni e dei commenti che brulicavano
nel periodo. Mi attendevo di veder scemare l’interesse e
conseguentemente l’intensità del confronto. Pare che non sia
così. E la cosa, malgrado le facezie della ouverture di questo
intervento, mi fa almeno sperare che qualcosa si
stia muovendo.
Mi incuriosisce la
novità che ha trovato pronta imitazione, dell’utilizzo di
pseudonimi per firmare i commenti. Potendo non apparire un
vezzo, dando l’impressione del mascheramento, finisce per
sminuire quella forza di impatto che, almeno per alcuni
aspetti, quelle espressioni di pensiero meriterebbero. Sono
comunque scelte che spettano agli autori dei testi inviati,
sulle quali credo di aver detto anche troppo. Avendo gli
stessi sollecitato espressamente un riscontro alle loro tesi e
avendo atteso invano che da altri giungesse un cenno di
adesione all’invito, per evitarmi di fare la figura del sale
per ogni minestra, eccomi nuovamente a vergare qualche
foglio con l’auspicio di rendere con sufficiente chiarezza le
mie convinzioni al riguardo.
Per ciò che concerne
la riflessione preventiva, l’invito giunge tardivo; ho già
provveduto autonomamente e da parecchio. Non mi interessa
tanto che i protagonisti del dibattito si
pongano necessariamente sulle mie stesse posizioni o ne
condividano le modalità espressive formali e schematiche, ne
impazzisco per l’unanimismo acritico. Perché l’avaria del
recente passato è stato il silenzio (che vuol
dire disinteresse) e non già il frastuono polifonico, a cui è
sempre possibile dare armonia, accordandolo in qualche modo.
Talvolta evitando di far suonare a sproposito qualche trombone
o non eccedendo nel tono della melodia.
Vedo disegnato un quadro, a tratti impietoso, delle condizioni
in cui versa la nostra comunità. Leggo dei peggioramenti
paventati e dei pericoli che si addensano all’orizzonte. Tale
disamina non mi ha suscitato moti di marcato dissenso. Su
alcuni punti ho una visione parzialmente difforme, su
altri addirittura più severa di quella prospettata dagli
estensori delle note. In qualche caso mi ha sorpreso, non
poco, l’esposizione sprezzante che pare affondare, più che
l’asettico bisturi, una lama infuocata nelle carni vive di una
società in “decomposizione”. Traspare una rabbia che sovrasta
l’indignazione legittima per i difetti vistosi.
Della crisi in
comune, delle sue motivazioni e dei suoi sviluppi, ritengo di
aver trattato oltremodo. Ne mi appassiona tornare
sull’argomento, essendo evidenti, sin da subito, le cause che
l’hanno determinata. Dire che permangono alcuni aspetti ancora
incomprensibili, può ammantare il tutto di un alone di mistero
che faccio fatica a riscontrare. Ritorna il richiamo alla
classe dirigente che, sia ben inteso, nessuno ha espulso a
viva forza, impedendo ai suoi potenziali membri di essere
parte attiva nelle dinamiche sociali. Ruolo proprio di coloro
che intendono comporla e che invece hanno dimostrato di
possedere una proprietà retrattile che non gli fa onore. Ora
che gli ufficiali si sono squagliati, è troppo comodo
imputare alle truppe il torto di aver sguarnito le posizioni
che già stentavano a mantenere.
Il processo di “democratizzazione” tendente persino
all’oclocrazia non è avvenuto (o sta avvenendo) in seguito ad
una sommossa contro gli “ottimati”, ma per egoistico distacco
e colpevole diserzione di costoro. I primi ad abbandonare la
città provata sono stati molti dei suoi generali.
Essere generale non comporta solo onori: essere riverito, far
balli e feste, esibire giubbe eleganti dai lucenti bottoni,
ecc. Implica soprattutto l’onere di essere l’ultimo ad
arrendersi; sempre avanti ai propri uomini. Svignarsela non è
da generale, ma da uomo qualunque. Non vale sentirsi
superiori. Occorre applicarsi e dare prova di esserlo.
Portando idee e proposte, senza limitarsi a biasimare quanti
fanno poco o nulla; non volendo costoro far nulla (oltre i
miserevoli maneggi clientelari) o non potendo far nulla (per
manifesta incapacità).
Concordo, anche con me stesso - per essermi già espresso in
tal senso - sul fatto che l’unica flebile, residua speranza di
invertire la tendenza verso la “perdizione”, risiede nell’atto
generoso di abbattere gli steccati che il tempo ha innalzato,
tra quanti possono, volendolo, contribuire alla
rifioritura dell’etica ed a rialzare le sorti
cittadine. Ritrovarsi è la svolta. La partecipazione è l’unico
sistema per incidere su quello che viene imputato agli altri
di non fare. Per affrontare le questioni nel dettaglio,
ricercare le soluzioni, elaborare le risoluzioni più efficaci,
(mi dispiace per chi è affezionato alla poltroncina dello
studio dinanzi al computer) è necessario uscire di casa per
condividere con altri un impegno aspro, irto di difficoltà ma
affascinante.
Mi permetto di avanzare qualche perplessità rispetto
all’invocazione a comporre una coalizione a meri fini
elettorali. Ritengo che il punto nodale non può essere
rappresentato esclusivamente da tale appuntamento, pur
importante. E’ pia illusione pensare che tutto si possa
risolvere in quel momento. Passato il quale è magari lecito
riguadagnare gli antri del disimpegno, lasciando che prosegua
la deriva. Una classe dirigente avveduta opera soprattutto
nella società, e non solo in occasione di precise scadenze. La
sua azione non può conoscere pause più o meno lunghe, ma
dispiegarsi con continuità. Essa è “condannata” ad essere se
stessa in ogni condizione. Chi accetta questa formula è degno
di rappresentarla. Insisto. Non penso sia fondamentale
comporre un partito unico.
Ritengo invece utile
un concorso di intelligenze.
Non mi sono mai posto il problema di misurare l’intensità del
rumore prodotto; d'altronde a me basterebbe un sussurro,
capace però di penetrare le coscienze di quanti potrebbero
fare e ancora non fanno. Chi ha perso la speranza può trovare
diversi alibi per giustificare il fatto di aver gettato
le armi, ammesso che le abbia mai impugnate. Contesto anche
l’accusa di scarsa concretezza espressa con quel “nulla” che
sa di scetticismo cronico. Proprio il difetto che ha reso
inerte la nostra realtà. Posso assicurare, e
quindi rassicurare, che il solo fatto di animare questo blog è
un fatto concreto. Ma non il solo. Non conosco il metodo di
rilevamento che è stato adoperato per estrapolare i dati che
vengono riportati (ai quali potremmo aggiungere ben altri
interrogativi). Riferisco in breve quanto mi risulta,
accorgendomi dell’inesorabile sommarsi delle righe di questo
scritto che pare valicare i livelli di guardia.
Discutere del come si vota a Bagnara (e non solo) sarebbe un
discorso talmente lungo che è bene affrontare in altra
occasione.
Diversi giovani leggono quanto scriviamo su queste pagine. Ce
ne sono ancora, anche se alla fascia che non può più attendere
ed è chiamata ad affrontare e risolvere il problema
occupazionale, resta solo di prenotare un biglietto di sola
andata. Nel frattempo cercano di socializzare facendo
due passi sul corso. Non ci vedo niente di così strano, visto
che gli ex giovani non sono stati in grado di approntare quasi
nulla di più gratificante. Per quanto riguarda la triade delle
argomentazioni più gettonate, mi rendo conto che si tratta
della estremizzazione del fenomeno per palesare una
propensione alla “leggerezza”. Ma non mi risulta che 10, 20 o
30 anni fa, le cose stessero poi in termini tanto differenti.
Sperare che l’impegno possa divenire fenomeno di massa è
irreale. Non tutti però mostrano di assecondare queste norme
del costume, dimostrando di aver vissuto la scuola oltre
l’agognato ed esclusivo obiettivo del voto.
Qualche sera fa, ad
esempio, mi è capitato di discutere con un giovane brillante
(fortunatamente ne esistono!) di storia
dell’antichità classica, di ricerca storica, di iniziative
promozionali ecc. ecc. Chi cerca questi giovani? Io li sto
cercando. E utilizzo questa occasione per farglielo sapere.
Spero di incuriosirli; tanto da convincerli a dismettere
gli accorgimenti mimetici di cui si contornano. Avrei
dell’altro da aggiungere. Sono convinto che non mancheranno le
occasioni.