FOGLIDIDIARIOilblog

webmaster - ©1999-2009  

... E pur si muove!
di Ignazio Badalì
24\6\2009

Da Ignazio Badalì ricevo e pubblico

Ci dev’essere un complotto ai miei danni. Da un po’ di tempo, appena mi azzardo a ritenere assolto il mio libero vincolo, contratto col curatore di questo sito, e comincio a pensare che per quel mese sono a posto, spunta fuori qualcuno o qualcosa che prontamente vanifica il tentativo di dar riposo alla penna appena deposta. Me ne farò una ragione, pigliando esempio da un’eminente personalità che di questi tempi patisce trame persecutorie a causa (e la differenza non è da poco) di una gaudente attività più che presunta.
Superata la fase, interessata dalle vicende legate agli aggiustamenti portati alla struttura di governo della città, conclusasi con la soporifera (rispetto alle previsioni) adunanza del consiglio comunale ultimo, prevedevo un calo dei comunicati, delle dichiarazioni e dei commenti che brulicavano nel periodo. Mi attendevo di veder scemare l’interesse e conseguentemente l’intensità del confronto. Pare che non sia così. E la cosa, malgrado le facezie della ouverture di questo intervento, mi fa almeno sperare che qualcosa si stia muovendo.

Mi incuriosisce la novità che ha trovato pronta imitazione, dell’utilizzo di pseudonimi per firmare i commenti. Potendo non apparire un vezzo, dando l’impressione del mascheramento, finisce per sminuire quella forza di impatto che, almeno per alcuni aspetti, quelle espressioni di pensiero meriterebbero. Sono comunque scelte che spettano agli autori dei testi inviati, sulle quali credo di aver detto anche troppo. Avendo gli stessi sollecitato espressamente un riscontro alle loro tesi e avendo atteso invano che da altri giungesse un cenno di adesione all’invito, per evitarmi di fare la figura del sale per ogni minestra, eccomi nuovamente a vergare qualche foglio con l’auspicio di rendere con sufficiente chiarezza le mie convinzioni al riguardo.

Per ciò che concerne la riflessione preventiva, l’invito giunge tardivo; ho già provveduto autonomamente e da parecchio. Non mi interessa tanto che i protagonisti del dibattito si pongano necessariamente sulle mie stesse posizioni o ne condividano le modalità espressive formali e schematiche, ne impazzisco per l’unanimismo acritico. Perché l’avaria del recente passato è stato il silenzio (che vuol dire disinteresse) e non già il frastuono polifonico, a cui è sempre possibile dare armonia, accordandolo in qualche modo. Talvolta evitando di far suonare a sproposito qualche trombone o non eccedendo nel tono della melodia.
Vedo disegnato un quadro, a tratti impietoso, delle condizioni in cui versa la nostra comunità. Leggo dei peggioramenti paventati e dei pericoli che si addensano all’orizzonte. Tale disamina non mi ha suscitato moti di marcato dissenso. Su alcuni punti ho una visione parzialmente difforme, su altri addirittura più severa di quella prospettata dagli estensori delle note. In qualche caso mi ha sorpreso, non poco, l’esposizione sprezzante che pare affondare, più che l’asettico bisturi, una lama infuocata nelle carni vive di una società in “decomposizione”. Traspare una rabbia che sovrasta l’indignazione legittima per i difetti vistosi.

 

Della crisi in comune, delle sue motivazioni e dei suoi sviluppi, ritengo di aver trattato oltremodo. Ne mi appassiona tornare sull’argomento, essendo evidenti, sin da subito, le cause che l’hanno determinata. Dire che permangono alcuni aspetti ancora incomprensibili, può ammantare il tutto di un alone di mistero che faccio fatica a riscontrare. Ritorna il richiamo alla classe dirigente che, sia ben inteso, nessuno ha espulso a viva forza, impedendo ai suoi potenziali membri di essere parte attiva nelle dinamiche sociali. Ruolo proprio di coloro che intendono comporla e che invece hanno dimostrato di possedere una proprietà retrattile che non gli fa onore. Ora che gli ufficiali si sono squagliati, è troppo comodo imputare alle truppe il torto di aver sguarnito le posizioni che già stentavano a mantenere.
Il processo di “democratizzazione” tendente persino all’oclocrazia non è avvenuto (o sta avvenendo) in seguito ad una sommossa contro gli “ottimati”, ma per egoistico distacco e colpevole diserzione di costoro. I primi ad abbandonare la città provata sono stati molti dei suoi generali. Essere generale non comporta solo onori: essere riverito, far balli e feste, esibire giubbe eleganti dai lucenti bottoni, ecc. Implica soprattutto l’onere di essere l’ultimo ad arrendersi; sempre avanti ai propri uomini. Svignarsela non è da generale, ma da uomo qualunque. Non vale sentirsi superiori. Occorre applicarsi e dare prova di esserlo. Portando idee e proposte, senza limitarsi a biasimare quanti fanno poco o nulla; non volendo costoro far nulla (oltre i miserevoli maneggi clientelari) o non potendo far nulla (per manifesta incapacità).
Concordo, anche con me stesso - per essermi già espresso in tal senso - sul fatto che l’unica flebile, residua speranza di invertire la tendenza verso la “perdizione”, risiede nell’atto generoso di abbattere gli steccati che il tempo ha innalzato, tra quanti possono, volendolo, contribuire alla rifioritura dell’etica ed a rialzare le sorti cittadine. Ritrovarsi è la svolta. La partecipazione è l’unico sistema per incidere su quello che viene imputato agli altri di non fare. Per affrontare le questioni nel dettaglio, ricercare le soluzioni, elaborare le risoluzioni più efficaci, (mi dispiace per chi è affezionato alla poltroncina dello studio dinanzi al computer) è necessario uscire di casa per condividere con altri un impegno aspro, irto di difficoltà ma affascinante.
Mi permetto di avanzare qualche perplessità rispetto all’invocazione a comporre una coalizione a meri fini elettorali. Ritengo che il punto nodale non può essere rappresentato esclusivamente da tale appuntamento, pur importante. E’ pia illusione pensare che tutto si possa risolvere in quel momento. Passato il quale è magari lecito riguadagnare gli antri del disimpegno, lasciando che prosegua la deriva. Una classe dirigente avveduta opera soprattutto nella società, e non solo in occasione di precise scadenze. La sua azione non può conoscere pause più o meno lunghe, ma dispiegarsi con continuità. Essa è “condannata” ad essere se stessa in ogni condizione. Chi accetta questa formula è degno di rappresentarla. Insisto. Non penso sia fondamentale comporre un partito unico.

 

Ritengo invece utile un concorso di intelligenze.
Non mi sono mai posto il problema di misurare l’intensità del rumore prodotto; d'altronde a me basterebbe un sussurro, capace però di penetrare le coscienze di quanti potrebbero fare e ancora non fanno. Chi ha perso la speranza può trovare diversi alibi per giustificare il fatto di aver gettato le armi, ammesso che le abbia mai impugnate. Contesto anche l’accusa di scarsa concretezza espressa con quel “nulla” che sa di scetticismo cronico. Proprio il difetto che ha reso inerte la nostra realtà. Posso assicurare, e quindi rassicurare, che il solo fatto di animare questo blog è un fatto concreto. Ma non il solo. Non conosco il metodo di rilevamento che è stato adoperato per estrapolare i dati che vengono riportati (ai quali potremmo aggiungere ben altri interrogativi). Riferisco in breve quanto mi risulta, accorgendomi dell’inesorabile sommarsi delle righe di questo scritto che pare valicare i livelli di guardia.
Discutere del come si vota a Bagnara (e non solo) sarebbe un discorso talmente lungo che è bene affrontare in altra occasione. 
Diversi giovani leggono quanto scriviamo su queste pagine. Ce ne sono ancora, anche se alla fascia che non può più attendere ed è chiamata ad affrontare e risolvere il problema occupazionale, resta solo di prenotare un biglietto di sola andata. Nel frattempo cercano di socializzare facendo due passi sul corso. Non ci vedo niente di così strano, visto che gli ex giovani non sono stati in grado di approntare quasi nulla di più gratificante. Per quanto riguarda la triade delle argomentazioni più gettonate, mi rendo conto che si tratta della estremizzazione del fenomeno per palesare una propensione alla “leggerezza”. Ma non mi risulta che 10, 20 o 30 anni fa, le cose stessero poi in termini tanto differenti. Sperare che l’impegno possa divenire fenomeno di massa è irreale. Non tutti però mostrano di assecondare queste norme del costume, dimostrando di aver vissuto la scuola oltre l’agognato ed esclusivo obiettivo del voto.

Qualche sera fa, ad esempio, mi è capitato di discutere con un giovane brillante (fortunatamente ne esistono!) di storia dell’antichità classica, di ricerca storica, di iniziative promozionali ecc. ecc. Chi cerca questi giovani? Io li sto cercando. E utilizzo questa occasione per farglielo sapere. Spero di incuriosirli; tanto da convincerli a dismettere gli accorgimenti mimetici di cui si contornano. Avrei dell’altro da aggiungere. Sono convinto che non mancheranno le occasioni.