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Considerazioni e ipotesi sul prossimo futuro politico cittadino
di Benedetto (Baruch) Spinoza
17\6\2009

Da Benedetto (Baruch) Spinoza ricevo e pubblico

Affido a queste righe il compito di stimolare una riflessione. Null’altro.

La recente “crisi comunale” - per alcuni aspetti ancora incomprensibile, nonostante l’inatteso profluvio di manifesti di spiegazioni che non spiegavano e ringraziamenti che non ringraziavano -  pare abbia lasciato non pochi maldipancia all’interno della maggioranza a tal punto che non è azzardato prevedere una fine anticipata del secondo ed ultimo mandato Zappalà.

Intanto, a quanto è dato sapere, l’ultimo Consiglio Comunale ha fatto registrare le ennesime dimissioni (dopo quelle del sindaco - ritirate - e quelle dell’ex vice sindaco Romeo - non ritirate): quelle del prof. Giuseppe Barbara da capogruppo della maggioranza.

La fiducia resta confermata ormai, come dire, “ad personam” al Sindaco essendo venuta meno la stessa maggioranza per così dire “politica” che fino ad ora l’aveva sostenuto. Il tutto anche in questo caso con spiegazioni che non spiegano ed affermazioni che negano. Tutto ciò produce la sensazione di vedere da lontano la vita di mondo chiuso, autoreferenziale, criptico dedito all’occupazione ed all’esercizio del potere ed a liturgie misteriose, che lasciano agli altri solo il compito di assistere, appunto, privandoli della facoltà (oltre che del diritto) di capire.

Si trattasse della vita di un club privato non ci sarebbe stato nulla da ridire. Trattandosi del Comune però, diciamocelo, viene un po’ da storcere la bocca.

Bisogna tuttavia ammettere che questa realtà è purtroppo il frutto della distruzione della politica e della sua sostituzione con qualcosa d’altro che con la politica nulla ha a che vedere. Nessun ideale, neppure abbozzato, nessun riferimento “etico” (nel senso più proprio del termine e vale a dire del "bene operare") e, soprattutto, nessun rapporto con quello che (a similitudine della “Borsa”) è divenuto il “Parco buoi” elettorale. Un’entità da mungere durante la campagna elettorale e poi gettar via perché non serve più. Per cinque anni, fino alla successiva rimungitura alla quale il “Parco” si presta sempre più docile e sempre più indifferente ma, attenzione, sempre più compartimentato.

Una compartimentazione che è l’altra faccia dalla mutazione genetica alla quale abbiamo assistito in questi anni. I voti di preferenza alle recenti europee sono la cartina di tornasole di questa “mutazione”. Voti espressi a favore di perfetti sconosciuti ma raccattati, da mandriani (tanto per restare in tema) al solo fine di confermare la loro perdurante “proprietà” e per scopi che nulla hanno a che vedere con il bene pubblico. Il voto espresso per esempio nelle frazioni dall’UDC ne è l’esempio più evidente ed allo stesso tempo più sconcertante e rappresenta la declinazione - l’ennesima - del paradigma del potere, nella sua versione attuale.

Un potere spregiudicato, svincolato da ogni obbligo di rendiconto, che sa di poter fare a meno di tutto forte della capacità di dimostrazione della propria ampia disponibilità della sua unica moneta di scambio: la capacità di fare favori .

La quasi assoluta omologazione dei partiti nella pratica del potere, l’ignavia dei cittadini, la loro curarizzazione, il vaniloquio di taluni, tra questi cumuli di macerie umane e morali, di prospettive, di futuri, di improbabili scenari di sviluppo, rende legittima la conclusione che a Bagnara è dato ciò che merita: il peggio!

Non che nel passato tutto andasse diversamente. Dirlo sarebbe da ipocriti, pensarlo da smemorati. A differenza del presente, però, nel passato, da una parte questa “brutalità” veniva occultata da chi la praticava. Un senso del pudore ancora diffuso faceva si che fosse, presente ed  efficace quanto e forse più di ora, ma clandestina, irriferibile; roba di cui vergognarsi.

Oggi no. Oggi la brutalità, la rozzezza la spregiudicatezza e la loro pacchiana ostentazione, è inutile nasconderselo, sono divenute la cifra dell’attività pubblica a Bagnara.

Date queste premesse gli scenari che si prospettano per il “dopo Zappalà” appaiono tutti - più chi meno -  terrificanti e spaziano nel ristretto ambito che si determina tra quella della presa del potere direttamente da parte di grumi di interessi solitamente inesprimibili, a quella della presa del potere attraverso gli stessi grumi ma a mezzo di prestanomi.

Quella sorta di Postale per Yuma carico di banconote e titoli che da tempo è diventato il “Comune”, continua infatti ad essere ritenuto l’appetitoso boccone che muove orde di masnadieri, stimola tra di loro la formazione di bande, impone alleanze e determina tradimenti. Il “Parco buoi”, mansueto, attende di essere rimunto, pronto a seguire nella prossima transumanza, docile come sempre, il “fazendero” di turno.

C’è speranza ? Un filo appena. Ma occorrerebbero coraggio e determinazione. Da parte di chi?

Della classe dirigente, oggi ridotta alla semiclandestinità, di questo “povero e sventurato paese” (come pare sia stata definita Bagnara da Vincenzo Morello).

Questa classe dirigente deve prendere coscienza collettiva della gravità della situazione e, soprattutto, deve sentire forte il dovere verso se stessa ed i propri figli e la memoria dei propri avi, di determinarsi ad agire in modo unitario certa che il buon futuro di Bagnara dipende solo dalla imposizione, nello scontro con la masnada, della propria leadership.

Propongo pertanto a tutti ed a ciascuno di riflettere sulla necessità che i liberi e forti di Bagnara si coalizzino e si propongano quale guida per i propri concittadini nell’interesse superiore del bene pubblico.

Non vorrei esser preso per visionario e quindi chiarisco subito che con ciò non ho inteso dire che nello scontro elettorale futuro i liberi e forti (sui quali comunque incombe il dovere morale di proporsi) debbano uscire vittoriosi numericamente (cosa che date le circostanze appare possibile quanto un viaggio in pullman su Marte) ma che ci si prepari alle elezioni considerandole come l’ultima occasione per imporre, attraverso la riproposizione di valori che vanno estinguendosi, uno stile: quello del buon governo per l’affermazione della prevalenza in ogni aspetto dell’agire, dell’interesse pubblico generale su quello egoistico - individuale o di gruppo che sia. 

Riflettiamo su queste considerazioni ed apriamo su queste pagine un dibattito.