|
Da Ignazio Badalì ricevo e pubblico
Ero concentrato su altre questioni. Ad appena due settimane, dal periodo che ha fatto intravedere l’ipotesi di una ricomposizione difficile, non avrei di certo immaginato di dover riprendere carta e penna per contribuire ad intasare lo spazio che l’amico Giuseppe dedica a questo particolare aspetto delle vicende cittadine. Avvertivo una specie di presentimento e l’ho anche espresso nel commento dedicato alla (apparente) risoluzione della crisi. Non avrei supposto che le tensioni potessero conclamarsi in così breve tempo. L’assurdità di quello che sta avvenendo è palese. Tanto che l’oppositore più arcigno (titolo acquisito sul campo) alla (ex?) maggioranza consiliare,invece di gioire, come ne avrebbe ben donde, per gli esiti devastanti che tutto ciò avrà nel futuro dei suoi avversari, sente invece il bisogno di esternare perplessità che sono anche sue. Le liti di palazzo, come anche questa appare, non sono normalmente argomenti che mi appassionano e da cui preferirei tenermi a debita distanza. Anche perché è l’ennesima espressione, ahimè, dell’irrefrenabile caduta libera che ha interessato la politica bagnarese e della quale non si avverte la conclusione. Se mi convinco a trattarne, vincendo la ritrosia che non sarebbe difficile da spiegare, è perché avverto l’obbligo di rappresentare il pensiero di una parte della società municipale. Quella parte che ancora crede che la politica debba disimpegnare un ruolo importante al servizio della collettività. Mi rendo conto perciò di essere decisamente minoritario. Non me ne importa un fico secco! Ci sono abituato. Ho ancora ben presente quanto scrisse B. Brecht: “Ci sedemmo dalla parte del torto, perché da quella della ragione non c’era più posto”. Perciò dubito fortemente che la, pur esigua, componente di destra presente nella coalizione maggioritaria, possa farsi trascinare su posizioni frondiste alimentate da mere beghe di potere. Sono atti che non ci appartengono, se vogliamo essere espressione di destra pura; interpreti dei bisogni e opposizione di popolo. Siamo abituati a parlare chiaro con noi stessi e con i nostri alleati, rifuggendo dall’organizzazione di imboscate a cui lasciamo esercitare altri che provengono da collaudate esperienze in tal senso. E poi non è assolutamente detto che la vittima della congiura sia necessariamente predestinata a perire. Molto spesso è avvenuto che questa abbia reagito efficacemente, segnando la fine dei sediziosi. Nei giorni, forse tormentati, che furono preludio alla decisione di Zappalà di recedere, ancora una volta, dall’intenzione di dimettersi, si diffuse la notizia che egli avrebbe condizionato la sua decisione alla necessità di eseguire un “rimpasto” di giunta. Tale operazione avrebbe visto l’inserimento di tecnici dell’amministrazione, esterni al consiglio comunale. Cioè di sua fiducia. Poco dopo, anch’io che notoriamente non sono addentro le segrete (sic!) cose che turbano talvolta il sonno di alcuni esponenti politici, venni a sapere che era intenzione del sindaco ricercare tali figure fuori dell’ambito comunale. Suppongo che tali informazioni non potevano di certo sfuggire ai principali ed attenti attori del teatro politico-amministrativo. Anche perché è da alcuni di loro che ho attinto tale notizia. Se l’impudenza del sindaco era ritenuta insopportabile, perché urtava lo spirito “patriottico” (che qualcuno scopre di possedere solo quando ci sono in ballo i suoi personali interessi), come mai nessuno è andato da Zappalà a dirgli: “Caro Santino, se hai intenzione di fare ciò, è bene che confermi le dimissioni perché noi, tale sopruso, non lo accettiamo”. Ci voleva tanto? Sarebbe stato tutto più lineare. Invece, in una situazione che assume i contorni e rivela un clima da intrigo di valentiniana memoria, qualcuno ha preferito attendere di sapere quale sarebbe stata la propria ricollocazione all’interno dell’esecutivo. Ecco perché il tardivo richiamo odierno a motivazioni di “orgoglio civico” ferito, appare pretestuoso e finanche puerile, quando pretende di esibire un nobile pianto che, presentato in questo modo, appare semplicemente il piagnisteo di chi si è visto sottrarre il giocattolo. Non discuto il fatto che qualcuno, visti misconosciuti i propri supposti meriti, possa del tutto legittimamente indispettirsi. E’ però mancata la chiarezza. Oppure il periodo di incubazione dell’amarezza si è protratto troppo a lungo fino a diventare sconveniente. Trattando, in fin dei conti, di una clamorosa ribellione al “tiranno”, messa in atto da chi, per tutto questo tempo, era stato unanimemente accusato di essere troppo “accondiscendente” e di non possedere il nerbo per dare decisione alle impuntature solo abbozzate, prendo atto che anche nei casi più disperati (sorvoliamo sulla natura etica delle motivazioni), è possibile trovare la forza per dire (non tanto) chiaro e (non so quanto) tondo: “non ci sto”. Come novello Spartaco, anelante alla libertà, appare oggi ognuno di coloro che ha avvertito il bisogno di spezzare le catene e di trascinare i suoi compagni alla sommossa, sperando che venga accettata come autentica la motivazione esibita. Sulla quale mi permetto di nutrire qualche dubbio; ma sono anche ben disposto a recepire input che possano eventualmente dare certezze. L’acrobatica associazione con gli eventi del 73 a.C. mi consente di trovare un titolo maliziosamente accattivante a questo scritto. Forse è solo questo che mi ha spinto a farne cenno, chissà? Per compendiare il senso di una rivolta contro la nequizia dell’oppressore, ce ne sarebbero stati altri disponibili, ma anch’io ho voluto partecipare, a modo mio, al processo di esaltazione in atto di vicende, la cui nobiltà è tutta da dimostrare. |